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in Italia è sempre tempo di elezioni
Verbale di un inutile meeting storico
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 novembre 2008


Presenti: i 20 leader dei paesi più industrializzati
Assente: Barack Obama
Non invitato: Hugo Chávez
Collegato in teleconferenza: Fidel Castro

Apre i lavori George W. Bush che ringrazia tutti i partecipanti per la loro presenza e per i doni che hanno portato ad Obama, in particolare ringrazia Berlusconi per un cucciolo di bastardino color caffèlatte.

Bush insiste sul fatto che il mondo sta attraversando una traumatica crisi finanziaria e che è dovere di tutti i paesi presenti fare in modo che non possa più ripetersi di nuovo.

Sarkozy aggiunge che, in qualità di Presidente UE, intende dire a nome di tutti i paesi europei che tale crisi non deve ripetersi di nuovo.

Gordon Brown aggiunge che, inoltre, non bisogna più permettere che questa crisi avvenga di nuovo nè ci deve essere una sua ripetizione.

Sarkozy a questo punto insiste sul fatto che non è tempo di recriminazioni perchè è già risaputo che la crisi è tutta colpa dell'America.

Gordon Brown si alza per parlare e Sarkozy si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Gordon Brown legge un documento nel quale si dice che il suo piano di salvataggio delle banche deve essere preso a modello di stabilizzazione di tutto il sistema bancario mondiale e che ora gli altri leader lo devono seguire nel suo pionieristico piano di stimoli fiscali. Segue dibattito se il comunicato finale deve aprirsi o meno con la frase...."seguendo il coraggioso esempio di Gordon Brown".

Bush fa girare le foto della sua nuova biblioteca presidenziale

Gordon Brown insiste sull'adozione del suo piano di lungo termine per la realizzazione di un sistema di allarme per avvisare rapidamente le autorità nazionali nel caso di una prossima crisi finanziaria.

Angela Merkel interviene per puntualizzare che questa, di fatto, è un'idea della Germania e che la crisi del sistema economico mondiale è stato causato dagli hedge fund americani e dal segreto bancario in Svizzera e Liechtenstein.

Rientra Sarkozy e inizia a parlare. Gordon Brown si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Sarkozy afferma che la crisi è una dimostrazione del fallimento del modello economico Anglo-Sassone. Quindi si assenta un momento per una breve dichiarazione alla stampa francese sulla sicura adozione del suo piano anti-crisi da parte del G20.

Interviene Silvio Berlusconi per dire che la crisi è grave ma bisogna essere ottimisti e che le banche devono fare le banche. Secondo il premier italiano il modello migliore da adottare è quello italo-russo ideato con il suo amico Putin.

Segue lungo dibattito se il nuovo quadro di regole internazionali deve essere costruito sulla base dei modelli Anglo-Sassone, Franco-Tedesco, Italo-Russo o Indo-Brasiliano e anche su come salvaguardare nel contempo anche l'integrità delle regole nazionali. A dimostrazione della loro unità d'intenti i 20 decidono di demandare l'approfondimento del tema ad una commissione di alto livello che prepari una relazione entro il 31 marzo del prossimo anno.

Silvio Berlusconi, guardando fuori dalla finestra, avvisa i presenti che nel giardino c'è un uomo che sta giocando con un cucciolo e che gli sembra sia Obama. Brown, Sarkozy e la Merkel si scusano perchè devono assentarsi un attimo.

Zapatero interviene per dire che la Spagna è il paese con il più solido sistema bancario del mondo ma si interrompe perchè tutti i presenti si affacciano alle finestre per guardare Brown, Sarkozy e la Merkel che corrono nel giardino.

Berlusconi smentisce di aver detto che l'uomo visto in giardino fosse Obama ma che deve essere qualche altro tizio abbronzato. Brown, Sarkozy e la Merkel rientrano in sala.

Riprende la discussione sulle nuove istituzioni di cui ha bisogno l'economia mondiale.

Sarkozy afferma che è vitale abbiano sede in Parigi. Angela Merkel controbatte che Francoforte è una sede più appropriata. Hu Jintao suggerisce un riconoscimento del cambiamento degli equilibri economici scegliendo una sede asiatica. Berlusconi propone Pratica di Mare. Bush conclude che non ci sarebbe posto migliore della sua nuova biblioteca.

Dmitry Medvedev dice che se il nuovo sistema di difesa economica viene posizionato nell'Est Europeo, la Russia sarà costretta a piazzare un proprio sistema di difesa rivolto contro l'Europa Occidentale.

Fidel Castro, collegato da La Havana, chiede se può accendersi un sigaro cubano.

Comunque, dopo lungo dibattito, tutti i presenti concordano sul fatto che, vista la profondità ed ampiezza della crisi, ci sarà bisogno di parecchie nuove istituzioni internazionali e, in segno della loro unità di intenti, concordano sul fatto che tutti gli uffici dovranno essere molto belli.

Bush afferma che il Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di molte risorse e che ogni Paese dovrà contribuire alla raccolta dei fondi necessari. Bush chiede impegni precisi. Tutti i presenti si scusano ma devono assentarsi per delle telefonate urgenti.

Prima del termine dei lavori viene letto il documento finale che viene approvato all'unanimità. Bocciati due emendamenti proposti da Berlusconi il quale chiedeva venisse inserito il punto "le banche devono fare le banche" e la proposta che il prossimo summit si tenga a Pratica di mare. I 20 hanno optato per Londra.

I punti fondamentali approvati sono:
1) Questa è la crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale
2) E' necessaria la cooperazione di tutti i paesi del G20 per far fronte alla crisi finanziaria e alla recessione
3) Entro il 31 marzo verrà stilato una lista delle istituzioni finanziarie che mettono a rischio l'economia globale.
4) Sempre entro il 31 marzo 2009 i paesi del G20 dovranno mettere sul tavolo proposte concrete per la regolamentazione globale, la supervisione e la trasparenza dei mercati finanziari.


Parola d'ordine: un flop
post pubblicato in Diario, il 15 novembre 2008


Berlusconi da Washington invece di occuparsi della crisi finanziaria, forse per confortare la povera Gelmini, esorcizza la grande manifestazione degli studenti universitari e dà i numeri: "poche migliaia, un flop". Subito le agenzie rimbalzano oltre oceano e parte il coro dei replicanti ubbidienti del popolo delle libertà: un flop. Anche i giornali di proprietà o simpatizzanti si adeguano. Libero, il Tempo, il Giornale, titolano all'unisono: un flop. Ma questa volta è talmente evidente la bugia che nessun altro grande giornale nazionale e nemmeno le sue televisioni riescono a nascondere la verità: è Berlusconi che ha fatto "flop".






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permalink | inviato da meltemi il 15/11/2008 alle 10:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
In 20 per uscire dalla crisi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 novembre 2008


Cresce l'attesa per il summit di Washington del G20 che raccoglie i paesi più sviluppati e cosiddetti emergenti del mondo. Riusciranno i leader venuti dai quattro angoli della terra a superare le divisioni, i protagonismi, gli interessi divergenti di paesi in perenne competizione tra loro per il controllo economico e politico di immense aree geografiche, se non dell'intero pianeta, e a far fronte comune contro la crisi?

Probabilmente troveranno un minimo comun denominatore nel ribadire la gravità della crisi e la necessità di politiche coordinate contro la recessione, ma chi si aspetta l'indicazione precisa di soluzioni concrete e di nuove regole potrebbe rimanere profondamente deluso. Il summit inoltre nasce già sotto cattivi auspici per il protagonismo di alcuni leader ansiosi di mettere il proprio cappello sulle decisioni che eventualmente verrebbero adottate in questo tranquillo week end di paura.

Apro un inciso: non mi riferisco a quel premier da barzelletta che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Gli altri leader non lo stanno nemmeno ad ascoltare e poi, qualunque fosse il risultato del meeting, lui si approprierebbe comunque di ogni merito grazie alla stampa e alle televisioni nazionali che ormai gli fanno solo da cassa di risonanza non osando avanzare nemmeno la più velata delle critiche per non finire nella lista presidenziale dei coglioni (l'altro giorno li ha già avvisati, rimproverandoli di non mettere nella dovuta luce il suo ruolo internazionale).

Mi riferisco invece a chi conta: a Gordon Brown che sta telefonando da inizio settimana ai colleghi di mezzo mondo raccomandando la sua ricetta di tagli fiscali, spesa pubblica e ricapitalizzazioni e a Sarkozy, sempre imprevedibile e pronto ai colpi di mano, esaltato dal suo ruolo di Presidente UE, e che sembra avere un accordo sotterraneo con il russo Medved (altro che l'appoggio di Berlusconi alla Russia!) per fare lo sgambetto a Bush. Tant'è vero che Medved stesso oggi s'è sbilanciato dicendo che la Russia è pronta a parlare con un'unica voce insieme all'Europa.

Uno scherzo da bambini fare lo sgambetto a Bush soprattutto ora che è un'anatra zoppa e nonostante i suoi orgogliosi ma inutili tentativi di riprendersi il banco. Oggi è ruzzolato in una strenua e patetica difesa della sua amministrazione, insistendo, nella conferenza di presentazione del meeting alla stampa, sul fatto che la crisi è arrivata solo da pochi mesi e non è colpa sua nè del libero mercato, come se tutti non sapessero che la bolla finanziaria è nata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del mercato realizzate dalla destra repubblicana sin dai tempi di Regan.

Il fatto è che c'è un convitato di pietra in questo meeting, il neo eletto Barak Obama, e la sua assenza potrebbe rimettere in discussione, tra due mesi, qualsiasi decisione, benchè sia presente la sua "inviata speciale", Madeleine Albright, già potente segretario di Stato di Bill Clinton ed attualmente consigliera di Obama, esperta di politica estera e negoziatrice inflessibile. Ma il dato che non sia presente nessuno dei suoi autorevoli consiglieri economici è significativo.

L'auspicio è che comunque domani qualcosa cominci a muoversi, sperando che il meeting non si trasformi in uno sterile esercizio muscolare da parte di qualcuno che voglia ridisegnare già da subito la mappa geopolitica del pianeta. Non c'è più tempo per i vecchi giochi di potere o per nuovi venti freddi di guerra. La posta in gioco, non è retorica, è il destino dell'umanità.

In una lettera aperta pubblicata ieri, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha esortato i paesi del G20 ad evitare che il rallentamento economico provochi una "tragedia umanitaria" tra i poveri, in particolare nei paesi in via di sviluppo. "Se centinaia di milioni di persone perdono la loro vita e le loro speranze per il futuro sono deluse a causa di una crisi di cui non hanno assolutamente alcuna responsabilità, la crisi non rimarrà solo economica ma diverrà una crisi umanitaria", ha ammonito. Non dimentichiamolo mai.


Un giorno di ordinaria follia
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 novembre 2008


Arrivano sempre peggiori notizie dal fronte della crisi. In America il dato settimanale dei nuovi iscritti al sussidio di disoccupazione ha superato il mezzo milione, soglia psicologica superata una sola volta dal secondo dopoguerra. Una notizia seguita da quella relativa alle nuove 84 mila case sequestrate e prossimamente messe all’asta e dalla dichiarazione con cui l'Ocse certifica ufficialmente che l'Europa è in recessione e che la crisi durerà almeno altri due anni.

Eppure, come in un giorno di ordinaria follia, ieri le borse sono salite sull'ottovolante, prima crollando, poi riprendendosi con modesti recuperi e infine impennandosi con scambi tornati sui livelli più alti dell'ultima settimana. Una reazione che fa tornare alla mente la frase di un noto banchiere - "finché la musica suona è il caso di continuare a ballare" - e la famosa scena del film in cui l’orchestra continua imperterrita a suonare mentre il Titanic sta inesorabilmente affondando!



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Invito a Palazzo Grazioli
post pubblicato in Diario, il 13 novembre 2008


Quanto rumore per una "carbonara"!!


Don Giulio de la Vega
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 13 novembre 2008


Scrivevo ieri che il ministro Tremonti vede finalmente giunta la sua ora per regolare, una volta per tutte, i conti con l'odiato gotha dei banchieri italiani che non l'hanno mai accettato nei loro salotti esclusivi, avendolo sempre considerato come un mediocre commercialista prestato alla politica.

Sempre ieri in aula in Parlamento ha promesso licenziamenti e manette nell'eventualità di un fallimento di questa o quella banca, dimentico di aver sempre assicurato che una tale eventualità non si sarebbe mai presentata, giurando come Muzio Scevola sulla solidità del nostro sistema bancario.

Forse anche il ministro, come il premier, è dotato di una personalità multipla e a volte parla nei panni di Robin e a volte in quelli dello sceriffo di Nottingham. Ma ieri, si sentiva forse in costume da Zorro?



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Berlusconi in corsa per il Nobel della pace
post pubblicato in Diario, il 13 novembre 2008


Berlusconi si schiera a fianco della Russia. "Diciamolo chiaro - sostiene Berlusconi - la Russia ha subìto delle provocazioni, con il progetto di collocare i missili in Polonia e Repubblica Ceca, e con il riconoscimento del Kosovo così come con l'ipotesi di un ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato". Poi si propone come mediatore tra Washington e il Cremlino per evitare "la distruzione del mondo". Intanto, nell'attesa di soffiare il posto a Martti Athisaari, si allena a Palazzo Grazioli sfasciando l'unità sindacale. Così, tanto per tenersi in esercizio.

Scoppierà l'ennesimo caso politico? No, ormai tutti i leader mondiali sanno che Berlusconi è solo un caso psichiatrico.

Bush con il suo miglior nemico

Sorry, Obama non è Berlusconi
post pubblicato in Barack Obama, il 12 novembre 2008


Uno dei principali interrogativi circa la nuova maggioranza democratica al Congresso era se avrebbe giocato  in difesa, mettendo da parte le idee più avanzate delle riforme promesse da Obama, soprattutto in materia di assistenza sanitaria. C'è infatti ancora un coro universale di voci, non solo in America, ma anche in Europa e qui in Italia, che non fa che ripetere la canzone che gli Stati Uniti è rimasto un paese di centro-destra sperando che i democratici ne siano intimoriti e facciano marcia indietro sui loro progetti più ambiziosi.

Ma ora Barak Obama sta sorprendendo persino i suoi sostenitori. Il senatore democratico Max Baucus, Presidente della Commissione Finanze del Congresso, ha infatti già presentato con il suo appoggio un dettagliato piano di assistenza sanitaria che addirittura assomiglia molto più alla proposta di Hillary Clinton che a quella di Obama stesso perché va nella direzione della piena assistenza per tutti gli americani. Si dice in giro, tra l'altro, che la proposta di Obama fosse più annacquata per motivi di tattica politica, ma che, ora che ha vinto le elezioni, il neo presidente è pronto a fare la cosa che ritiene più giusta e a sfidare senza paura lobby farmaceutiche e assicurazioni.

Un'ottima notizia per i riformisti e una bella sberla a quanti gufano contro anche dalle nostre parti. Dovranno rassegnarsi. Dovranno abituarsi a grandi cambiamenti. Già probabilmente dal prossimo anno gli Stati Uniti avranno un'assistenza sanitaria per tutti. Una vera rivoluzione per gli americani.


Come il gatto con i topi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 12 novembre 2008


Delle due l'una: o la contabilità delle banche è falsata o Tremonti imbroglia gli italiani. Bella gara: tra i due ...c'è l'imbarazzo della scelta, all'apparenza.

Per esempio Unicredit di Profumo ha dichiarato ieri 551 milioni di profitto netto nel terzo trimestre 2008. Vedrete Monte Paschi, la più malandata, ormai alla canna del gas: scommettiamo che presenterà dei risultati alla Paperon de'Paperoni o alla Rockerduck, se preferite? E Tremonti vorrebbe salvare, con i nostri soldi, banche che ancora producono fior di utili?

La realtà è però un'altra. I proventi che arrivavano alle banche dal risparmio gestito sono letteralmente crollati (segno che le vecchiette si sono fatte più furbe e hanno capito che è meglio investire in Bot piuttosto che in prodotti che ingrassano solo i banchieri) anche se poi le banche compensano la perdita con i proventi da interessi (segno che fanno pesare sui mutui e sulle aziende debitrici un maggior spread sui tassi....della serie: come guadagnare dalla crisi...continuando a parlare di etica).

La cancellazione del mark to market voluta da Tremonti, permette inoltre di non segnalare delle ingentissime perdite e svalutazioni patrimoniali. Significa che ad esempio filiali che oggi valgono teoricamente 3 milioni di euro sono state contabilizzate al loro valore di acquisto, 9 milioni, (vedi 1000 sportelli Antonveneta acquisiti da Monte Paschi) per non parlare delle centinaia di sportelli acquisiti nel caso Unicredit nei paesi dell'Est e che oggi valgono meno di niente. A gonfiare i risultati anche ingentissime perdite in alcuni settori (come l'investment banking) e che ora possono essere spalmate sui bilanci dei prossimi anni.

Non parliamo poi dell'aumento dei crediti incagliati ma ormai avviati sulla strada delle sofferenze, cioè crediti che non verranno mai più riscossi. Un nome su tutti: il finanziere  Romain Zalesky, polacco di origine, francese di passaporto e bresciano d'adozione, indebitato per miliardi, grazie all'appoggio di sponsor potenti, con le principali banche italiane, in alcune delle quali siede anche come consigliere d'amministrazione. Miliardi che non rientreranno mai più in cassa ma che ancora non figurano nei passivi delle banche coinvolte.

Bilanci truccati dunque. Le nostre banche tutto sono fuorchè solide e Tremonti lo sa. Ha dunque ragione Tremonti a volerle salvare con il denaro pubblico? La partita è un pò più complessa e Tremonti tace o meglio non spiega, perchè è impegnato a puntare la preda come un gatto a caccia di topi.
 
Ci sono in ballo i miliardi delle fondazioni di origine bancaria che sono le vere azioniste di riferimento dei tre principali gruppi bancari e che potrebbero ricapitalizzare quelle banche senza intaccare il denaro pubblico. Tremonti vede finalmente giunta la sua ora per regolare una volta per tutte i conti con quei banchieri e quei finanzieri, sino ad ieri salvati in extremis dalle manovre di Gianni Letta e dai tentennamenti di Berlusconi che sembra non voler assecondare i piani del suo ministro, forse perché il suo progetto è quello di tenere sotto ricatto gli attuali vertici delle banche e di quelle fondazioni per sferrare il suo attacco finale per il controllo del potere economico e finanziario italiano attraverso Mediobanca e i servigi di Geronzi.

La crisi e le perdite di borsa dei titoli dei tre principali gruppi bancari stanno creando invece  l’occasione favorevole che Tremonti aspettava da tempo per vincere le resistenze in seno al Governo e scombussolare i piani di Berlusconi. Chi mi legge penserà che è fantapolitica e si chiederà se mi sia convertito al tremontismo. Niente di tutto questo. Mi scuserete certo se dovendo scegliere tra un pagliaccio pericoloso e il ministro Tremonti non avrei dubbi nel buttare giù dalla torre il primo. Ma la mia visione prescinde da una simile scelta. Ragionate. Il premier è vecchio e sul viale del tramonto. C'è il rischio che venga ricoverato in qualche clinica svizzera per disturbi mentali prima ancora della scadenza del suo mandato. Come si comporterebbe chi si vuole candidare alla sua successione?


Tremonti, Profumo (Unicredit), Mussari (MPS), Passera (Intesa)

Niente di nuovo nelle nebbie della crisi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 11 novembre 2008


- American Express si trasforma in una banca per accedere ai fondi messi a disposizione dal governo. La richiesta è stata approvata con urgenza da parte della Fed ufficialmente a causa delle condizioni di "emergenza" in cui si trovano i mercati finanziari in realtà perchè dopo la bolla dei derivati sta per scoppiare quella delle carte di credito.

- Santander, considerata fino a ieri la banca più solida d'Europa se non del mondo, ha sconvolto i mercati annunciando a sorpresa un aumento di capitale da 7,2 miliardi di euro. Se è solida Santander figuriamoci como sono messe le altre, banche italiane in testa.

- AIG, la più grande compagnia assicurativa del mondo, ha riportato pesanti perdite trimestrali e il Tesoro americano ha deciso di investire altri 40 miliardi. Il costo del salvataggio continua a salire.

- Fannie Mae ha riportato perdite per quasi 30 miliardi di dollari e ha annunciato di aver bisogno di altri fondi pubblici per sopravvivere.

- DHL ha annunciato la chiusura delle sue agenzie negli Stati Uniti e il taglio di 9.500 posti di lavoro.

- La Banca Mondiale varerà un piano d'aiuti finanziari per "i paesi occidentali". Segno dei tempi che cambiano: fino a pochi anni fa si occupava solo dei paesi in via di sviluppo.

- Circuit City, un'importante catena americana che vende prodotti di elettronica, ha richiesto la procedura fallimentare e ha tagliato di 7000 posti la sua forza lavoro (chiudendo 1/5 dei negozi).

- Nortel ha tagliato 1300 posti di lavoro e annunciato pesanti perdite.

- La General Motors, la seconda azienda automobilistica mondiale con 325mila dipendenti in tutto il mondo è a un passo dal fallimento per mancanza di liquidità. Lunedì a Wall Street ha perso il 24% scendendo ai minini dal 1946.

- Il petrolio scende sotto i 60 dollari sposando lo scenario di recessione violenta.

- Gli investimenti mondiali in aziende e in progetti legati all'energia pulita sono crollati drammaticamente nel terzo trimestre dell'anno.

- In Italia netto calo a settembre per la produzione industriale. Lo ha reso noto l'Istat, che rileva un calo annuo del 5,7% dell'indice.

-Dopo quelle asiatiche crollano le borse europee e Wall Street. Piazza Affari ha chiuso a -6,20% (S&P/MIB)

Cosa sta succedendo? E' la crisi, bellezza. Ogni giorno che passa emerge sempre più la sproporzione tra le pur gigantesche risorse pubbliche messe a disposizione in ordine sparso dai governi di tutto il mondo e la dimensione ancor più gigantesca del problema, nè c'è da aspettarsi decisioni taumaturgiche dal prossimo G20 o G21.

Siamo destinati a convivere con questa situazione che evolverà in peggio ancora per molto e molto tempo. L'unica cosa che possono fare i governi è attenuare l'ondata recessiva mettendo in campo politiche di grandi investimenti pubblici per infrastrutture, scuola, salute e previdenza come è intenzionato a fare il nuovo presidente americano, Barak Obama. La situazione non cambierà finchè non faremo qualcosa per cambiare il mondo.

Venendo alle cose italiane, Tremonti resiste sulla linea del Piave e cambia la sua finanziaria tagliatutto solo di qualche virgola. E avverte che se ci saranno aiuti per le famiglie e le imprese questi non saranno a detrimento dei conti pubblici. Stiamo andando incontro al baratro come i topi dietro al pifferaio magico.


Financial Times: una inutile gara europea per avere l'attenzione di Obama
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2008


Secondo il quotidiano londinese, nella inutile corsa ad accreditarsi come migliori alleati degli Stati Uniti, Berlusconi è comunque fuori gara.

Vi è una seconda gara per la Casa Bianca, secondo Philip Stephens, commentatore del Financial Times. I leader europei stanno sgomitando tra loro per chi arriva primo nella corsa per fare atto d'omaggio al nuovo Presidente americano. Questo sfacciato servilismo ha qualcosa di leggermente più patetico. Parliamo di una mancanza di comprensione. Barack Obama ha vinto la Presidenza promettendo il cambiamento, l'Europa guarda rivolta verso il passato.

E' difficile descrivere il mix di eccitazione e ansia che la vittoria di Obama ha generato nelle cancellerie europee: l'eccitamento è dovuto alla possibilità di riparare la frattura transatlantica degli ultimi anni; ansia perché nessuno sa chi, e, cosa cruciale, a quale prezzo, questa rock star della politica globale può scegliere come alleato preferito.

Tra i tradizionali alleati dell'America, solo l'Italia di Silvio Berlusconi è fuori gara. In visita ai suoi migliori amici - i russi Vladimir Putin e Dmitry Medvedev - il primo ministro italiano ha scelto di complimentarsi con l'onorevole Obama per la sua "abbronzatura". L'anno prossimo il Presidente Berlusconi presiede il G8 - ecco un altro buon motivo per Obama per non svolgere alcun ruolo in questo gruppo di moribondi.

Da parte sua, la Gran Bretagna di Gordon Brown parla come se lei ed Obama fossero vecchi amici. Mai dimenticare che per la maggior parte della corsa democratica delle primarie, il Primo Ministro aveva scommesso su Hillary Clinton. Nè il modo migliore per preservare il cosiddetto rapporto speciale sembra essere quello di offrire il proprio tutoraggio facendo apparire Obama come un novellino. Nè si dimentichi che i progenitori di Obama lottarono per l'indipendenza del Kenya dal loro padrone coloniale britannico.

Il francese Nicolas Sarkozy è stato come tutti ansioso di catturare l'attenzione della stella Obama. Gordon Brown ha ottenuto 10 minuti al telefono con il presidente eletto. L'Eliseo ha annunciato trionfalmente che il signor Sarkozy era stato in linea con Chicago per una intera mezz'ora. Come attuale presidente dell'Unione europea, e per lo spirito atlantista mostrato da più lungo tempo dalla Francia, Sarkozy pensa chiaramente di essere in prima fila nella sala d'attesa dello Studio Ovale.

Forse sarà così - Jacques Chirac, dopo tutto, si presentò prima di Tony Blair nel 2001. D'altro canto, Angela Merkel è stata svelta ad invitare Obama a tornare a Berlino per una replica della sua trionfale comparsa durante la campagna presidenziale. Questa volta, possiamo esserne certi, la Merkel permetterà al suo gradito ospite di parlare alla Porta di Brandeburgo.

Ad essere onesti, uno o due di questi leader hanno fatto già alcune richieste a Barack Obama. Gordon Brown mette in guardia contro una politica commerciale più protezionistica degli Stati Uniti, mentre Sarkozy vuole che gli Stati Uniti si assumano le proprie responsabilità nello stabilizzare il sistema finanziario globale.

Dietro l'atmosfera generale di adulazione, tuttavia, c'è qualcosa di profondamente sbagliato. E cioè  la convinzione che le cose possano tornare ad essere di nuovo come un tempo: che gli anni di Bush sono stati solo uno spiacevole intermezzo e che l'Alleanza atlantica può essere ricostituita come prima.

In verità, tale possibilità si è chiusa con il crollo dell'Unione Sovietica. Uno dei grandi problemi dei passati due decenni è stato il fallimento (da entrambi i lati) nel riconoscere che un partenariato nato da uno stato di necessità potesse trasformarsi in una possibilità di scelta.

L'Europa non è più al centro degli interessi di politica estera degli Stati Uniti, e l'Europa non ha più un tale pressante esigenza di sicurezza e tutela da parte dell'ombrello americano. Ci sono un sacco di altre buone ragioni per promuovere una forte alleanza. Ma, per dirla con il presidente Obama, il rapporto può funzionare solo se entrambi i versanti capiranno questo cambiamento.

Per Gordon Brown sarebbe il caso di abbandonare l'illusione del rapporto speciale. Sotto molti aspetti la Gran Bretagna ha più stretti legami con gli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo per non continuare ad averli. Ma la Gran Bretagna sarà di interesse per Obama soltanto nella misura in cui la sua posizione consentirà di costruire un ampio consenso europeo. La familiarità con l'atlantismo del Ministro Sarkozy, a fianco del tradizionale pro-americanismo della Merkel, rende solo un tale consenso possibile. Ma chiede ai leader europei di cooperare, piuttosto che competere per i loro rapporti con Obama.

Se Brown e Sarkozy vogliono davvero produrre un impatto a Washington, la cosa più utile che potrebbero fare sarebbe quella di spingere con forza perchè al prossimo vertice dell'Unione europea a Bruxelles si arrivi ad un accordo sostanziale per rafforzare le capacità di difesa.

Poi, dopo l'insediamento di Obama, potrebbero entrambi fare un viaggio insieme fino a Washington. La Merkel potrebbe unirsi a loro. Potrebbero inoltre invitare José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. Il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe così concludere che l'Europa ha qualcosa da dire e anche qualcosa per contribuire.

Fin qui il Financial Times. E dove avrà dimenticato Berlusconi? Ma sul Mar Nero, ad abbronzarsi come Obama.



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Solitudine
post pubblicato in Diario, il 10 novembre 2008


Parisi: "In America si vince da soli. In Italia da soli si perde". Ma non si era accoppiato con Berlusconi?



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Chi salverà le banche italiane?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 novembre 2008


Sorpresa!! La banca spagnola Santander considerata la banca più solida d'Europa e la più grande per capitalizzazione dell'eurozona ha sconvolto oggi i mercati annunciando a sorpresa un aumento di capitale da 7,2 miliardi di euro per rafforzare i suoi ratios, finiti sotto i minimi. E pensare che solo fino alla settimana scorsa i suoi dirigenti si vantavano ancora della solidità della banca spagnola non toccata, a sentir loro, dalla crisi finanziaria e della propria abilità di acquisire altre banche invece in difficoltà. Chi salverà ora Santander, ma sopratutto chi salverà le maggiori banche italiane che, pur essendo sottopatrimonializzate, si ostinano a non chiedere aiuti statali per evitare intromissioni nella loro governance e continuare a gestire i nostri risparmi senza regole nè controlli?


il New Deal di Obama
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 novembre 2008


"Questa mattina, ci siamo svegliati con notizie poco rassicuranti sullo stato della nostra economia. Abbiamo perso 240.000 posti di lavoro nel mese di ottobre, ovvero il 10° mese consecutivo che la nostra economia perde posti di lavoro. In totale quest'anno abbiamo perso 1,2 milioni di posti e più di 10 milioni di americani sono ora disoccupati. Decine di milioni di persone lottano per capire come pagare le loro bollette e rimanere nelle proprie case. Le loro storie sono un richiamo urgente che ci ricorda la più grande sfida economica della nostra vita e dobbiamo agire rapidamente per vincerla".

Barack Obama ha aperto così a Chicago la sua prima conferenza stampa da Presidente eletto degli Stati Uniti. In realtà la situazione occupazionale è molto più grave di quella dipinta dal presidente Obama in quanto è risaputo che il modello di rilevazione statistica utilizzato nel paese a stelle e strisce (CES Net Birth/Death Model) non fotografa l'effettivo dimensione del fenomeno e il numero dei disoccupati verrà rivisto nei prossimi mesi, di revisione in revisione, in misura esponenziale.

Le cose non vanno meglio con gli altri indicatori, dal crollo della produzione automobilistica, alla caduta dei consumi e della fiducia dei mercati, alle notizie sui risultati trimestrali di banche e grande industria, anche se il ravvivarsi delle borse in questi giorni sembra allungare il brodino. Le banche centrali stanno abbassando ormai quotidianamente il costo del denaro inondando di liquidità il sistema ma è come vuotare il mare con un cucchiaino. Tra breve arriveremo al tasso zero giapponese.

Il fatto è che il problema principale non è la mancanza di liquidità. La crisi è arrivata a un punto tale che fornire credito alle banche e alle imprese serve solo per mantenerle solvibili e tenere a bada i creditori, e non frena le riorganizzazioni produttive con i conseguenti tagli occupazionali. Predisporre solo piani di salvataggio per le borse, le banche, le assicurazioni, le industrie in crisi aiuta ad evitare per il momento i fallimenti ma non rovescia il ciclo negativo dell'occupazione e quindi non favorisce la ripresa dei consumi e della produzione.

Il vero problema dell'economia mondiale è dal lato della domanda. Qualsiasi politica monetaria è destinata a fallire se non è sostenuta dalla domanda di prodotti e servizi. I consumatori non arrivano alla fine del mese, non riescono a pagare il mutuo per la casa, sono carichi di debiti e non vogliono o non possono indebitarsi ulteriormente perchè hanno paura del futuro. Tagliano quindi tutte le spese superflue e si limitano a quelle di prima necessità. Il crollo dei consumi ha come conseguenza il crollo della produzione e quindi dell'occupazione in una spirale perversa.

Per rimettere in moto la macchina dell'economia non c'è bisogno di nuove ricette. Basta rispolverare il vecchio Keynes. I governi devono investire in nuove infrastrutture, nella previdenza, nella sanità e nell'istruzione per creare milioni di nuovi posti di lavoro, stabili e ben pagati. Spendere, spendere, spendere. Ora. Immagino già le obiezioni di quelli che non vogliono incrementare il debito pubblico perchè, dicono, è già troppo alto. Ma hanno torto perchè la spesa pubblica in quella direzione significa investire sul futuro, sulla produttività e sulla creazione di occupazione che avrebbe un ritorno sotto forma di maggiori entrate fiscali ed un effetto positivo sul deficit statale e sulla modernizzazione del paese, come John Maynard Keynes e Franklin Delano Roosevelt  ci hanno insegnato.

Un altro argomento contrario è quello di coloro che non vogliono sentir parlare di grandi investimenti pubblici ma solo di sgravi fiscali. Hanno torto anche loro. I soli tagli alle tasse infatti non stimolano la propensione al consumo. I beneficiari degli sgravi per la maggior parte propenderanno, in questa situazione di crisi ed incertezza, più a risparmiare o a pagare i loro debiti che a spendere in nuovi prodotti, e se anche comprassero beni e servizi non farebbero crescere la domanda interna abbastanza da creare occupazione sufficiente, rivolgendosi gli acquisti anche a prodotti d'importazione.

Barack Obama è chiaramente orientato nella direzione di questa ricetta, quella cioè degli investimenti pubblici nelle infrastrutture (costruzione e manutenzione di strade e ponti, porti e aereoporti, ferrovie, reti elettriche, nuove fonti di energia alternative e risparmio energetico), nel sistema sanitario e previdenziale, favorendo i prepensionamenti e la piena occupazione. Quello che anche la Cina ha già stabilito di fare giocando d'anticipo sulle decisioni del prossimo G20. Ma per Obama, che si insedierà solo a gennaio, se quella strada sarà più o meno impervia, molto dipenderà dal lascito di Bush e appunto dall'eventuale accordo che uscirà dalla riunione del G20 nei prossimi giorni.

Un'ultima doverosa nota per l'Italia. Da noi è giunta dopo che per mesi Berlusconi ha ripetuto, al contrario del suo ministro dell'economia, che la recessione non sarebbe mai arrivata e anche qui le multinazionali salutano e ritornano a casa, chiudendo le catene di montaggio. La lista è ormai lunga e i disoccupati stanno crescendo, ma mentre in America e nel resto d'europa i governi hanno comunque già distribuito miliardi a banche e industrie, in Italia siamo ancora tutti in attesa di vedere cosa tirerà fuori dal cappello il nostro governo, oltre i tagli alla sanità e all'istruzione (leggete cosa scrive Tito Boeri). Nel frattempo Berlusconi va in giro per il mondo raccontando barzellette.

Roosevelt, Obama, Keynes

La Grande muraglia e il muro del pianto
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 9 novembre 2008


Il governo cinese ha varato un piano biennale di investimenti per quasi 600 miliardi di dollari per contrastare il rallentamento della crescita economica e stimolare i consumi della popolazione. Il pacchetto verrà utilizzato per infrastrutture e aiuti sociali (ospedali, pensioni, istruzione, tagli fiscali, incrementi salariali).

Il varo di questo piano, alla vigilia del vertice del G20, dimostra la profondità della recessione e la preoccupazione dei dirigenti cinesi, che non accettano la supremazia di USA ed Europa e vogliono giocare un ruolo di primo piano. La crisi sta ridisegnando la mappa del potere planetario e qualcuno teme che possa sfociare nella terza guerra mondiale.

Noi intanto, nel nostro piccolo, siamo sempre in attesa di conoscere quali misure concrete, oltre alle chiacchiere, intenda mettere in campo il nostro governo.


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