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in Italia è sempre tempo di elezioni
Si salvi chi può
post pubblicato in Diario, il 30 novembre 2008


Chiamparino rilancia il Coordinamento del Nord e apre alla Lega: "Possibili alleanze locali". Si riferirà forse a questa notizia la prima pagina dell'Unità?


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Le bugie di Berlusconi e il Financial Times
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 novembre 2008


Mentre in Italia i giornali plaudono, tranne qualche eccezione, al piano di Berlusconi e del suo governo per far fronte alla crisi, il Financial Times mette in risalto che la manovra da 80 miliardi non è che una manovrina da 5 miliardi di euro.

"He said Italy’s package totalled €80bn, but officials explained that there was only some €5bn in new funding" riporta il quotidiano in un articolo dedicato alla manovra del governo italiano.

Il Financial Times nota anche, con una certa vena di ironia, il tentativo di Berlusconi di colpevolizzare gli italiani e di spingerli a spendere soldi, a credere alle banche e a non vendersi le azioni.

“The length of the crisis depends on all of us, we must look towards the future with faith,” said Mr Berlusconi who has repeatedly urged Italians to keep shopping, trust their banks and not sell their shares.

Il Financial Times conclude con le cupe previsioni dell'Organizzazione mondiale per la cooperazione e lo sviluppo, secondo cui in Italia la recessione sarà più lunga e profonda che nella maggior parte dei paesi dello stesso nostro livello.

'The OECD forecasts that Italy’s recession will be deeper and longer than most of its peers.'

Alle bugie di Berlusconi che si vanta di essere stato il primo a prendere in Europa delle misure anti-crisi il quotidiano britannico non risponde direttamente ma in altra parte del giornale analizza le misure già prese da Gran Bretagna, Francia e Germania ed arriva a conteggiare la discreta cifra di 1.500 miliardi. Non c'è partita per quantità e qualità!!!

Per quanto riguarda l'altra sua bugia per cui sarebbe stato il primo leader europeo a garantire che i risparmiatori non avrebbero perso un euro a causa di questa crisi, gli ricordo che la stessa frase, più o meno, la disse Gordon Brown quasi un anno fa quando salvò la Northern Rock nazionalizzandola. Ma in questo caso dobbiamo perdonare il Cavaliere per essersi perso questo passaggio: all'epoca era troppo occupato con predellini e truppe mastellate.


Pensieri proibiti
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 novembre 2008


Il ministro Tremonti affronta la drammatica crisi economica come se stesse organizzando una scampagnata. Il piano del governo presentato ieri da un inedito quartetto composto da Berlusconi in versione Pinocchio, il suo tre volte ministro dell'economia e da due improbabili assistenti come Calderoli e La Russa che interpretavano la parte dei cavoli a merenda, è cupamente modesto, come sottolinea anche il Financial Times, inadeguato e privo delle risorse necessarie a far fronte a una crisi che sta diventando devastante. In poche parole, solo fumo e pochissimo arrosto. Il tre volte ministro dell'economia ha avuto persino l'ardire di definirlo 'un piano keynesiano' e in quel momento Keynes si è rigirato anche lui tre volte nella tomba.

Delle due l'una: o Tremonti sottovaluta la profondità della crisi o sa qualcosa che non vuole e/o non può dire, e cioè che la situazione è molto più grave di come appare anche allo più sprovveduto degli osservatori. Il sospetto è che ci sia qualcosa di terribilmente vero nella seconda ipotesi soprattutto dopo la notizia che in questi ultimi due giorni lo spread tra Bund e Btp è salito da 107 a 121 punti base (+13%). A Settembre lo spread era ancora intorno ai 70 punti, a fine Ottobre appena sotto i 100 punti. Oggi è a 127 punti base. Il dato indica la crescita della sfiducia dei mercati sulla solvibilità del nostro paese e che ci sono mani forti che stanno scommettendo contro la tenuta della nostra economia e dell'Italia all'interno dell'euro.

Non mi piacciono i teoremi complottisti ma di questa situazione, seppur al condizionale, ne avevo già dato conto. Il comportamento del duo Berlusconi-Tremonti è quanto mai sospetto in questo senso. Se tal ipotesi fosse vera allora il governo ha il dovere di dire fino in fondo come stanno veramente le cose per chiedere, in questo caso sì, la collaborazione di tutti, compresa l'opposizione e varare insieme un piano per salvare l'Italia dalla bancarotta. Altrimenti chiedere collaborazione per un piano da burletta approvato in dieci minuti è soltanto una presa in giro e una provocazione che giustamente va rispedita al mittente.


E Berlusconi dov'è?

Natale in casa Cupiello
post pubblicato in Diario, il 26 novembre 2008


Il mio amico Graziano Cupiello che fa il commerciante e come hobby colleziona ogni tipo di carta di credito, attende con trepidazione che per Natale gli arrivi a casa la social card spedita personalmente da Robin Tremonti.

Lui è dentro i parametri: 6.000 euro di reddito, una sola casa di proprietà (attico di 220 mq con vista panoramica e in pieno centro) e una solo auto (un Suv di cui non dico la marca per non fare pubblicità ma che gli consuma, si lamenta sempre, una media di 400 euro al mese di carburante).

Poveraccio, mi  consolo, sai che sorpresa quando cercherà di spenderla. Come, non lo sapete? Solo il 5 per cento della grande distribuzione ha aderito alla convenzione. E i poveri veri? Beh, per poter spendere quell'elemosina, dovranno aspettare che Babbo Natale Tremonti apra i Grandi Magazzini del Popolo.



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Anatre zoppe e carrarmati di cartone
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 25 novembre 2008


La Federal Reserve ha stanziato oggi altri 800 miliardi di dollari per sbloccare il credito a favore dei consumatori e delle piccole imprese, acquisendo obbligazioni e titoli ipotecari emessi o garantiti in gran parte da Fannie Mae e Freddie Mac ed altre agenzie governative.

Mi risulta che anche Fannie Mae e Freddie Mac sono già state nazionalizzate e quindi le loro obbligazioni sono già in carico del debito del governo Americano così come per le altre agenzie, che sono, appunto, governative.

Perchè allora l'amministrazione Bush non dichiara che le obbligazioni sono già garantite dallo Stato e non vengono girate direttamente al Tesoro invece di farle gravare sul bilancio della Federal Reserve?

Non vi sembra uno strano gioco delle tre carte? Cosa si nasconde dietro questa mossa? Un teologo liberista ed esperto di finanza creativa come il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti sarebbe in grado di rivelare l'arcano?


Liberismo alla Bushrlusconi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 24 novembre 2008


George W. Bush, per salvare Citigroup, ha fatto meglio di Berlusconi con Alitalia. Le istituzioni pubbliche si accollano 300 miliardi di dollari di perdite che pagheranno i contribuenti americani, non si prevedono punizioni per gli amministratori della banca che con le loro speculazioni sbagliate ne hanno determinato il fallimento e, dulcis in fundo, Citigroup resusciterà con alla guida lo stesso management e senza cessioni di asset o la creazione di una bad bank.

Nello stesso tempo un milione di lavoratori dell'industria automobilistica, sei milioni di proprietari di case che non riescono a pagare il mutuo e qualche altro milione di Americani che vivono di piccola impresa e commercio al dettaglio non prendono un dollaro. Come mai? Ma è ovvio, quella dei banchieri è una specie protetta. Come poi possano riprendere in questo modo i consumi è un mistero.

Come è un mistero in che modo i consumatori italiani possano seguire l'invito di Berlusconi di tornare a spendere quando nello stesso tempo il governo riduce il loro potere d'acquisto o non fa nulla per aumentarlo. A meno che Berlusconi non pensi davvero,  come dice, di battere la crisi solo con "forti iniezioni di speranza e fiducia". Che il Cavaliere non ci abbia  invece anticipato sul serio il tanto atteso piano del governo contro la recessione? Pere di ottimismo per tutti!



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Al Tappone in Abruzzo
post pubblicato in Diario, il 23 novembre 2008


Diretta televisiva su SkyTg24. Berlusconi apre la campagna elettorale di Forza Italia in Abruzzo e fa ironicamente i complimenti a Travaglio per il geniale soprannome che gli ha affibiato e che riassume perfettamente due sue presunte caratteristiche, quella di essere un nano e un criminale.

Marco Travaglio come Kevin Kostner ne "Gli intoccabili"? A quel punto mi sarei aspettato la celebre battuta di Al Capone/Robert De Niro all'agente FBI Eliott Ness/Kevin Costner: «Sei solo chiacchiere e distintivo, chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo!». Invece niente, prosegue per dire che il candidato della destra è più bello e prestante di quello della sinistra e che, opportunamente, è poco più alto di lui (lui Al Tappone).

Continua poi nel visibilio generale dicendo che i comunisti restano sempre comunisti (forse nella cosca di Al Tappone si usa partecipare così alla scomparsa di Sandro Curzi) e che l'Italia non ha centrali nucleari perchè i verdi hanno votato contro. Infine promette il raddoppio della linea ferroviaria Roma-Pescara.

E' qui che mi sorge il dubbio che abbia tirato fuori un altro discorso di 14 anni fa. Oppure Sky ricicla vecchie pizze dai suoi archivi? Meglio spegnere, altro che ...il bello della diretta, qui siamo a "Scherzi a parte".


Change
post pubblicato in Diario, il 22 novembre 2008


Dopo 14 anni fa lo stesso discorso e rifonda Forza Italia. Quando "change" si traduce con "trasformismo": cambiare tutto per non cambiare niente.


Sant'Obama
post pubblicato in Barack Obama, il 22 novembre 2008


Berlusconi dichiara che Obama non può fare miracoli ma che noi italiani possiamo stare tranquilli perchè le nostre banche sono solide e subito le azioni dei maggiori gruppi bancari italiani crollano in borsa. Barak Obama designa il suo futuro Ministro del Tesoro e Wall Street nel giro di un'ora passa dal segno meno a +6,5% recuperando 500 punti. Sarà solo un fuoco di paglia ma è un piccolo segno che qualche miracolo Obama può anche farlo. Povero Silvio, meglio quando racconti barzellette e giochi a nascondino: pure i mercati l'hanno capito!


I sette deficit mortali
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 21 novembre 2008


Secondo Berlusconi, George W.Bush è stato il miglior Presidente della storia americana. Secondo il Premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph E. Stiglitz, è stato il primo responsabile dell'attuale collasso economico e finanziario mondiale. Purtroppo gli italiani credono al pifferaio magico: a loro la storia non insegna nulla e solo quando si sfracelleranno in fondo al burrone capiranno. Allora sarà troppo tardi per rialzarsi. Per quanti vogliano invece riflettere sulla storia e capire quanto insano sia affidarsi ad un modello politico-economico e a un condottiero che rappresentano il fallimento di un intero sistema, posto questo recentissimo articolo di Stiglitz.

 * * * * *

Quando il presidente George W. Bush è entrato in carica, la maggior parte delle persone scontente per le elezioni rubate si sono limitate a pensare: dato il nostro sistema di controlli ed equilibri, data la paralisi politica a Washington, quanti danni si possono ancora fare? Adesso lo sappiamo: ben più di quanto fossero in grado di immaginare i più pessimisti. Dalla guerra in Irak al collasso del mercato del credito, le perdite finanziarie sono difficili da quantificare. E dietro quelle perdite ci sono opportunità perdute ancor più grandi.

Mettete tutto assieme – i soldi dilapidati nella guerra, i soldi sprecati in uno schema piramidale nel settore immobiliare che ha impoverito il paese ed arricchito poche persone, ed i soldi persi a causa della recessione – ed il divario tra ciò che avremmo potuto produrre e quello che abbiamo prodotto supererà probabilmente i 1.500 miliardi di dollari. Pensate cosa avrebbe potuto fare quel denaro per fornire assistenza sanitaria a chi non è assicurato, per migliorare il nostro sistema scolastico, per costruire tecnologie verdi... L'elenco è infinito.

E il vero costo delle nostre opportunità perdute è probabilmente perfino più grande. Prendete la guerra: innanzitutto ci sono i finanziamenti stanziati direttamente dal governo (stimati in 12 miliardi di dollari al mese anche secondo i dati fuorvianti forniti dall'amministrazione Bush). Più grandi, come Linda Bilmes della Kennedy School e io abbiamo documentato in The Three Trillion Dollar War, sono i costi indiretti: i salari non guadagnati da coloro che sono stati feriti o uccisi, lo spostamento dell'attività economica (dallo spendere in ospedali americani allo spendere in contractor militari nepalesi, per esempio). Questi fattori sociali e macroeconomici possono pesare con più di 2.000 miliardi sul costo complessivo della guerra.

Non tutto il male vien per nuocere. Se riusciamo a risollevarci da questo male, se riusciamo a pensare più attentamente e meno ideologicamente a come rendere la nostra economia più forte e la nostra società migliore, forse possiamo progredire nella soluzione di alcuni dei nostri annosi e gravi problemi. Tanto per cominciare, prendiamo i sette maggiori problemi che l'amministrazione Bush si lascia alle spalle.

Il deficit dei valori: Uno dei punti di forza dell'America è la sua varietà e diversità, e c'è sempre stata una varietà di vedute perfino sui nostri principi fondamentali – l'innocenza fino a prova contraria, l'habeas corpus, lo stato di diritto. Ma (così almeno pensavamo) coloro che non erano d'accordo erano una minoranza marginale ed ignorabile. Adesso sappiamo che quella minoranza non è poi così piccola e comprende anche il presidente ed i capi del suo partito. E questa divergenza sui valori non avrebbe potuto manifestarsi in un momento peggiore. Renderci conto che possiamo avere meno in comune di quanto pensassimo può complicare la soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare insieme.

Il deficit del clima: Con l'aiuto di corporazioni complici come ExxonMobil, Bush ha tentato di convincere gli americani che il surriscaldamento globale era una fandonia. Non lo è, e perfino l'amministrazione l'ha finalmente ammesso. Ma per otto anni non abbiamo fatto niente e l'America inquina più che mai: un ritardo che ci costerà caro.

Il deficit dell'uguaglianza: In passato, anche se gli ultimi vedevano poco o nulla dei benefici dell'espansione economica, la vita veniva considerata una lotteria fondamentalmente giusta. Il farcela da soli faceva parte del senso di identità americano. Ma oggi la promessa contenuta nella leggenda di Horatio Alger suona falsa. L'ascesa sociale sta diventando sempre più difficile. Le crescenti disparità nel reddito e nella ricchezza vengono rafforzate da una normativa fiscale che premia chi nel mondo della globalizzazione ha scommesso e perso. Questa consapevolezza si sta facendo strada e ciò renderà ancora più difficile trovare una causa comune.

Il deficit della responsabilità: I pezzi grossi della finanza americana giustificavano i loro compensi astronomici con la loro ingegnosità de i grandi benefici che essa avrebbe dispensato al paese. Ora si è visto che gli imperatori sono nudi. Non hanno saputo gestire il rischio; anzi, con le loro azioni lo hanno esasperato. I capitali sono stati impiegati male; centinaia di miliardi sono state spese malamente, con un livello di inefficienza di molto maggiore a quello che la gente solitamente attribuisce al governo. Tuttavia i pezzi grossi se ne sono andati con centinaia di milioni di dollari lasciando il conto da pagare ai contribuenti, ai lavoratori ed all'economia nel suo complesso.

Il deficit del commercio: Negli ultimi dieci anni la nazione ha preso in prestito da Paesi stranieri una quantità enorme di denaro – qualcosa come 739 miliardi solo nel 2007. Ed è facile comprendere perché: con il governo che contraeva debiti enormi e con i risparmi degli americani prossimi allo zero non c'era nessun altro a cui rivolgersi. L'America ha vissuto con soldi in prestito e tempo in prestito, e il giorno della resa dei conti doveva prima o poi arrivare. Eravamo soliti dare lezioni agli altri sul significato di una buona politica economica. Adesso ci ridono alle spalle, e capita perfino che siano gli altri a darci lezioni. Abbiamo dovuto chiedere l'elemosina ai fondi sovrani, la ricchezza in eccesso che gli altri governi hanno accumulato e possono investire all'estero. Ci ripugna l'idea che il nostro governo gestisca una banca. Eppure sembriamo propensi ad accettare l'idea di Paesi stranieri che possiedono una quota importante delle nostre banche più rappresentative, istituzioni che sono fondamentali per la nostra economia. (Così fondamentali, in effetti, che abbiamo dato al Tesoro un assegno in bianco perché le tirasse fuori dai guai).

Il deficit del bilancio: Parzialmente grazie alle galoppanti spese militari, in soli otto anni il nostro debito nazionale è aumentato di due terzi, da 5.700 miliardi a più di 9.500 miliardi di dollari. Ma per quanto drammatici questi numeri non rendono l'entità del problema. Molti costi della Guerra in Irak, compreso il versamento dei sussidi per i reduci feriti, non sono ancora stati pagati e potrebbero ammontare a più di 600 miliardi di dollari. Il deficit federale quest'anno probabilmente aggiungerà altri 500 miliardi al debito nazionale. E tutto questo prima delle spese per la Previdenza Sociale ed il Medicare per i baby boomer.

Il deficit degli investimenti: La contabilità del Governo è diversa da quella del settore privato. Una compagnia che contragga un prestito per fare un buon investimento vedrà migliorare il suo bilancio patrimoniale, e i suoi dirigenti verranno elogiati. Ma nel settore pubblico non c'è un bilancio patrimoniale e dunque troppi si concentrano eccessivamente sul deficit. In realtà quando un governo investe saggiamente le entrate sono ben più alte del tasso di interesse che il governo paga sul debito che ha contratto; a lungo termine gli investimenti contribuiscono a ridurre i deficit. Tagliarli significa essere tirchio con i centesimi e prodigo con i dollari, come attestano gli argini di New Orleans e il ponte di Minneapolis.

Due sono le ipotesi (oltre alla banale incompetenza) sul perché i repubblicani abbiano prestato poca attenzione al crescente deficit di bilancio. La prima è che semplicemente credevano nell'economia dell'offerta, ed erano fiduciosi che in un modo o nell'altro l'economia sarebbe cresciuta così bene con i tassi più bassi che i deficit sarebbero stati passeggeri. È stato dimostrato che questa idea era pura fantasia.

La seconda teoria è che lasciando che il deficit di bilancio si gonfiasse a dismisura Bush e i suoi alleati sperassero di imporre una riduzione delle dimensioni del governo. In effetti la situazione fiscale è così tragica che molti democratici responsabili stanno ora facendo il gioco di questi repubblicani fedeli alla dottrina "Starve the beast" ("Affamare la bestia"), e chiedono un taglio drastico delle spese. Ma con i democratici che si preoccupano di sembrare troppo deboli sulla sicurezza – e che dunque trattano le spese militari come sacrosante – è dura tagliare i costi senza abbattere gli investimenti, così importanti per risolvere la crisi.

Il compito più urgente del nuovo presidente sarà quello di ridare forza all'economia. Visto il nostro debito nazionale, è particolarmente importante farlo in modo da massimizzarne i vantaggi e contribuire a risolvere almeno uno dei principali problemi. I tagli alle tasse funzionano – se funzionano – aumentando i consumi, ma il problema dell'America è che ci siamo ubriacati di consumi; prolungare quella sbornia consumistica non fa che rimandare la soluzione di problemi più profondi. Con il precipitare delle entrate fiscali gli Stati e le autorità locali dovranno fare i conti con concreti vincoli di bilancio, e a meno che non si faccia qualcosa saranno costretti a tagliare le spese aggravando la flessione. A livello federale abbiamo bisogno di spendere di più, non di meno. L'economia dev'essere riconfigurata per far sì che rifletta le nuove realtà, compreso il surriscaldamento globale. Avremo bisogno di treni veloci e di centrali elettriche più efficienti. Queste spese stimolano l'economia ed al contempo forniscono le basi per una crescita sostenibile a lungo termine.

Ci sono solo due modi per finanziare questi investimenti: aumentare le tasse o tagliare altre spese. Gli americani che percepiscono redditi più alti possono permettersi tranquillamente di pagare più tasse, e molti Paesi europei hanno avuto successo grazie a – e non per colpa di – aliquote contributive alte, che hanno permesso loro di investire e di competere in un mondo globalizzato.

Inutile dire che ci saranno resistenze all'aumento delle tasse, e così l'attenzione si sposterà sui tagli. Ma la nostra spesa sociale è così ridotta all'osso che c'è ben poco da risparmiare. Anzi, spicchiamo tra i Paesi industriali avanzati per l'inadeguatezza della protezione sociale. I problemi del sistema sanitario americano, per esempio, sono ben riconosciuti; risolverli significa non solo una maggiore giustizia sociale, ma una maggiore efficienza economica. (Lavoratori più sani sono anche lavoratori più produttivi). Dunque resta soltanto un'area in cui tagliare: la difesa. Siamo responsabili della metà di tutta la spesa militare mondiale, con il 42% delle entrate fiscali che finisce direttamente o indirettamente nella difesa. Sono aumentate perfino le spese militari non belliche. Con così tanto denaro speso in armi che non funzionano contro nemici che non esistono c'è ampio spazio per aumentare la sicurezza mentre tagliamo le spese per la difesa.

La buona notizia tra le brutte notizie economiche è che siamo costretti a moderare i nostri consumi materiali. Se lo facciamo nel modo giusto contribuiremo a contenere il surriscaldamento globale e giungeremo perfino a comprendere che un livello di vita veramente alto può comportare maggiore riposo e svago, non solo più beni materiali.

Le leggi della natura e le leggi dell'economia sono spiegate. Possiamo abusare del nostro ambiente, ma non a lungo. Possiamo spendere al di là dei nostri mezzi, ma non a lungo. Possiamo vivere degli investimenti fatti in passato, ma non a lungo. Perfino il Paese più ricco del mondo può ignorare le leggi della natura e le leggi dell'economia unicamente a suo rischio e pericolo.


Articolo originale (The Seven Deadly Deficits) pubblicato su Mother Jones, novembre/dicembre 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli
fonte:
Eurasia


Solida come una valanga
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 21 novembre 2008


"Come sempre nella storia, capacità finanziaria e perspicacia politica sono inversamente proporzionali. La salvezza a lunga scadenza non è mai stata apprezzata dagli uomini d'affari se essa comporta adesso una perturbazione nel normale andamento della vita e nel proprio utile. Cosi si auspicherà l'inazione al presente anche se essa significa gravi guai nel futuro. Questa è la minaccia per il capitalismo (...) E' ciò che agli uomini che sanno che le cose vanno molto male fa dire che la situazione è fondamentalmente sana!".

Questo passo di John K. Galbraith sembra magnificamente adattarsi alla situazione attuale e all'atteggiamento del nostro premier Silvio Berlusconi che continua a sprizzare ottimismo da tutti i pori e a parlare di economia e banche solide nelle dichiarazioni che concede tra una barzelletta e un nascondino con cucù finale. E' il pelo dell'imprenditore che viene fuori o un problema di demenza senile? Probabilmente c'è un mix tra i due fattori, ma il Cavaliere ha un piano ben preciso. Molto più sincero il suo per la terza volta ministro dell'economia Giulio Tremonti il quale parla di guerra tra mostri senza la possibilità di poter vedere a breve il "game over".

Mostri alimentati negli ultimi giorni da una serie di dati catastrofici che hanno colpito i mercati finanziari mondiali e che dimostrano a chi li interpreta con il loro vero significato che da questa crisi non c'è alcuna possibilità di uscita sino a quando qualcuno non capirà che "l'unico rimedio duraturo è quello di accettare un più basso tenore di vita e le imprese adeguarsi ad un'economia di tono minore, dare ai redditi medio bassi più potere di acquisto e non solo temporaneamente" (Robert Reich). Da questa crisi si può uscire solo con un grande redistribuzione del reddito  e fino a quando tutti coloro che negli ultimi anni hanno accumulato ricchezze costruite su debiti fondati sul niente non saranno disponibili a fare un passo indietro nulla potrà cambiare.

Questa è la peggiore crisi dalla grande depressione. Negli Stati Uniti sono stati persi 1,2 milioni di posti di lavoro dall'inizio dell'anno ma in realtà, come abbiamo già visto, sono molti di più di quanto non dicano oggi i dati ufficiali. E cosa accadrebbe se lasciassero fallire, come vorrebbero gli oltranzisti del liberismo, i tre big americani dell'automobile? Le stime più ottimistiche parlano di almeno 10 milioni di licenziamenti come effetto immediato ma il fallout di questa esplosione atomica farebbe il deserto nel resto del paese e poi del pianeta.

Altri dati, gli ultimi della serie? Una flessione record dei prezzi al consumo su base mensile (-1 per cento), un dato che fa peraltro seguito ad una maxi flessione del 2,8 per cento, sempre su base mensile, registrata il giorno prima dall’indice che misura i prezzi alla produzione e che si accompagna ad un ulteriore calo delle nuove case e dei cantieri edlizi a livelli che non si verificavano dal 1959, hanno letteralmente zittito la residua pattuglia di ottimisti ad oltranza che continuavano a vedere la ripresa dietro l'angolo.

Citigroup...troppo grande per fallire...ma anche troppo grande per essere salvato. Nell'ultima settimana Citigroup ha dimezzato il suo valore ed è di oggi la notizia che il colosso bancario americano potrebbe essere messo in vendita. Se accadesse quel che è accaduto con Lehman Brothers gli effetti sarebbero devastanti, non tanto negli Usa quanto nel resto del mondo perché ben 773 miliardi dei suoi depositi risiedono all'estero. I risparmiatori americani (100 miliardi di dollari depositati) sarebbero coperti dal loro fondo di garanzia ma chi salverebbe il resto del mondo?

Il messaggio lanciato dal G20 non poteva poi essere peggiore. Attendere Aprile per prendere delle decisioni comuni vuol dire arrivare quando la casa sarà già bruciata e le borse hanno reagito toccando in questi giorni i loro minimi storici. Ma più che per l'andamento delle borse il panico dovrebbe dilagare per due indici Usa del mercato del credito: il tasso di interesse per i Buoni del Tesoro a tre mesi è sceso fino allo 0,02% mentre per i junk bond ha superato il 20%, un chiaro segnale che siamo in piena emergenza.

Il problema è che dietro questa chiara volontà dilatoria dei governi e delle autorità monetarie non vi è inerzia ma un’insopprimibile voglia di fare da padroni in casa propria, non costretti da scelte sopranazionali e da criteri condivisi con gli altri partners: ognuno per sé e tutti per sé. Quale occasione migliore per un regolamento di conti interno tra potere economico e potere politico? E' quanto si configura nei paesi Europei ed anche in Italia dove Berlusconi sparge ottimismo a piene mani sapendo che in questa situazione a guadagnare dai provvedimenti che si profilano saranno solo lui ed i suoi amici.

Gli investimenti nelle infrastrutture significano altri soldi a Impregilo, Benetton, Ligresti e compagnia bella, consolidando il nuovo nucleo del capitalismo italiano sotto il controllo del Cavaliere. Come ai tempi di guerra, qualcuno, pochi, si arricchiranno con il mercato nero degli aiuti di Stato e i più saranno ridotti alla fame, perchè questo governo, a parte qualche elemosina, non ha nessuna intenzione di aiutare le piccole imprese, le famiglie, i lavoratori e i pensionati.

In realtà Berlusconi sa bene di dire una bugia quando dice che il nostro sistema bancario è solido e nello stesso tempo il suo ministro dell'economia predispone un piano che costringerà i maggiori gruppi bancari a perdere la loro autonomia e a fondersi insieme per sopravvivere e lo sa anche il mercato che deprime i valori di quelle banche facendoli arrivare ai propri minimi storici, giustificando così l'incombente intervento statale.

Un esempio per tutti, il Monte dei Paschi Siena, che vede il suo tier 1 (indice che misura la solidità di una banca ed è derminato dal rapporto tra patrimonio netto e impieghi) ridotto al 4,7%. Il gruppo senese necessiterebbe già oggi di una ripatrimonializzazione di almeno 2 miliardi per arrivare al 6%, ma il tre volte ministro dell'economia Tremonti è pronto a sfornare un decreto il 26 novembre con il quale alzerà l'asticella all'8% costringendo una banca che oggi capitalizza a mala pena 5 miliardi ad un aumento di capitale di altri 6 o 7 miliardi. E dove pensate che il Monte Paschi possa trovare quei capitali e a quali condizioni?


Berlusconi è vivo e gioca a nascondino
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 18 novembre 2008


Il Segretario del Tesoro americano, Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, questa mattina, davanti ad un'audizione del Congresso, hanno dichiarato che ci sono solo dei modestissimi segnali di miglioramento nella crisi finanziaria e che non basteranno i 700 miliardi di dollari stanziati per il cosiddetto piano di salvataggio di Wall Street per rimettere in moto l'economia nè è prevedibile quando sarà possibile uscire da questo cupo clima recessivo.

Più tardi ad un convegno organizzato dal WSJ, di nuovo Henry Paulson, si è "accapigliato" con altri due ex Segretari del Tesoro, Robert Rubin e Lawrence Summers, che fanno parte della squadra economica di Barack Obama, sulla efficacia o meno dei tagli fiscali alla classe media - eterno motivo di scontro tra repubblicani e democratici - , ma non ha potuto che convenire sulla necessità di mettere in campo un massiccio piano di stimoli fiscali, non temporanei, ma che coprano almeno l'arco dei prossimi due o tre anni.

Le due notizie confermano, se ce ne fosse bisogno, quanto grave sia la situazione e di come necessiti di interventi straordinari e massicci. Per questo il piano prima tenuto segreto come fosse un asso nella manica e poi strombazzato dal tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti come la Panacea della recessione in cui è entrata ufficialmente l'Italia, non sembra altro che un pannicello caldo messo ad un malato di broncopolmonite. Ha ragione Bersani a parlare di "carri armati di cartone pronti per la parata".

Il piano di Tremonti sembra ispirarsi a quella finanza creativa che ha inventato i derivati: non fa altro che reimpacchettare soldi vecchi, che c'erano già, cambiandone la destinazione. Lo stesso Brunetta è costretto ad ammetterlo quando dice che sono "fondi destinati a mille piccoli interventi che saranno invece rimessi insieme e destinati a pochi grandi investimenti".
 
In realtà degli 80 miliardi previsti dal piano, la metà sono stati stanziati dall'Unione Europea per spese triennali a favore di ambiente, sviluppo e ricerca. Altri 16 miliardi, di cui 12 provengono dall'UE e 4 da progetti di finanziamento, verranno dirottati in spese per infrastrutture, tra cui il ponte sullo Stretto. In un pacchetto a parte di 14 miliardi vengono "impacchettate", tutto compreso, le spese per gli eventuali salvataggi bancari, gli aiuti fiscali per le famiglie e altri tagli fiscali non meglio specificati.

Capisco che, nonostante il momento sociale ed economico sia drammatico, Berlusconi, purtroppo ormai irrimediabilmente affetto da demenza senile, non trovi di meglio che giocare a cucù con la Merkel ma da Tremonti mi aspettavo qualcosa di meglio di un copione per il Bagaglino. Ma evidentemente si è fatto contagiare anche lui.


Da sinistra: Henry Paulson, Robert Rubin e Lawrence Summers

Ma non è la recessione il nemico principale?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 novembre 2008


Citigroup, il primo gruppo bancario americano, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di oltre 50.000 lavoratori, il 15% della sua forza lavoro. Dal lato clienti ha annunciato invece l'incremento di un punto del tasso d'interesse su milioni di carte di credito per recuperare le ingenti perdite della divisione che gestisce questo business.

La notizia dovrebbe far riflettere sull'efficacia e le finalità del piano anti crisi predisposta dal duo Bush-Paulson sul modello ideato da Gordon Brown e adottato anche dall'Europa. Citigroup ha già incassato 25 miliardi di dollari dal fondo di salvataggio gestito dalla Fed e con i soldi dei contribuenti americani da una parte vengono prese misure che incrementano la disoccupazione, dall'altra si comprime la propensione alla spesa dei consumatori. Bel risultato e un'altra bella gatta da pelare lasciata in eredità a Barack Obama.


Make-up
post pubblicato in Diario, il 17 novembre 2008


Berlusconi al G20 di Washington era incazzato nero, scuro in volto, invecchiato e irritato quanto mai (vedi foto con Bush). Sono le preoccupazioni per la caduta di consensi in Italia? Per le proteste nella scuola? Per il caso Alitalia? Per la crisi che sta per abbattersi anche sulle sue aziende?

Per carità, niente di tutto questo. E' che per motivi di sicurezza non hanno permesso al suo truccatore personale di accompagnarlo al meeting dei 20 grandi. E poi quei capelli trapiantati, che, bitumati di fresco, dopo qualche ora tendono al rosso, rivelando che il donatore è Aldo Biscardi!! Che sciagura.



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permalink | inviato da meltemi il 17/11/2008 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La crisi del 2010
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 novembre 2008


Italia. Novembre 2010. Cominciata nel 2007 con lo scoppio d'una mostruosa bolla speculativa, proseguita con mesi di ristagno e falsi rilanci, l'implosione dell'economia ha assunto dall'ottobre scorso i ritmi di un tracollo. Tutto declina, di giorno in giorno. Scendono i consumi, sia perchè la gente non ha fiducia nel futuro, sia perchè si riducono i guadagni e i salari, sia, infine, perchè scendono anche i prezzi, inducendo a rinviare ogni spesa. Nelle industrie calano i profitti, cala l'utilizzazione degli impianti, calano gli investimenti. Perde colpi pure l'altro motore di crescita, l'export. Cresce il numero dei fallimenti. Rotola la Borsa. Nemmeno soldi offerti gratis riescono a stimolare l'economia, perchè le banche invece di estendere il credito lo restringono, allo scopo di ridurre impegni e rischi. La ragione sono i buchi mostruosi che esse si trascinano nei libri contabili fin dallo scoppio della bolla speculativa, e che hanno continuato a gonfiarsi sia per i fallimenti d'imprese, sia per le perdite sui portafogli azionari e immobiliari. Una seconda bomba, della quale si comincia a discutere, è rappresentata dai deficit di metropoli e enti locali che possono trovarsi presto in fallimento. E poi c'è il debito dello Stato: si aggira intorno al 100 % del prodotto interno, ma se si aggiungono le perdite per operazioni di salvataggio (iniziate con Alitalia nel 2008), i prevedibili costi del salvataggio delle banche e forse di alcuni fondi pensione, si puo' giungere al 200 % . E l'Italia ha invece bisogno di bilanci solidi, perchè fra una decina d'anni avrà la più alta quota mondiale di pensionati: uno per ogni due cittadini al lavoro. Una catastrofe.

Il tracollo è la conseguenza di una crisi più ampia, sistemica, mondiale, ma mentre negli altri paesi la lotta alla recessione sta producendo i primi risultati positivi in Italia la situazione si sta aggravando. Il Paese ha un modello di sviluppo, strutture politiche e abitudini sociali non adatte ai bisogni d'oggi. Non basta riformare l'economia, bisogna cambiare tutto, e una rivoluzione di questa portata può avvenire solo dopo un crash terrificante. Che cosa ha fatto il governo dal 2008 per arrestare la crisi? Nulla. Ha nascosto o minimizzato i problemi, ha garantito anno dopo anno che la ripresa era dietro l'angolo. Ha illuso gli italiani, che ancor oggi non vedono il disastro, provano appena "qualche inquietudine". Ha messo cerotti, distribuito aspirine mentre il cancro s'allargava. Ha finto d'agire con programmi irrisori, ha proceduto a salvataggi - di amici suoi - sprecando denaro dei contribuenti. Un teatrino penoso. Anche i celebri pacchetti di stimolo all'economia, per un totale di 90 miliardi di euro dal 2008, sono uno scherzo. E' stata spesa solo una piccola parte dei fondi, e in opere pubbliche del tutto superflue, per puri scopi elettorali. Quando avranno inizio le riforme, solo dopo che è avvenuto il finimondo?

Fantascienza? No, è storia. Perchè è già avvenuto. A partire dal 1990 in Giappone alle prese con una violenta crisi recessiva e deflazionistica dalla quale il paese del sol levante non si è mai ripreso. L'articolo di cui ho riportato alcuni paragrafi, limitandomi a cambiare solamente le date e qualche nome, è tratto da un reportage sul Giappone pubblicato in un Corriere della Sera del 1998 e potrebbe descrive con allucinante approssimazione quanto sta accadendo in Italia e il baratro nel quale stiamo precipitando. Forse anche prima del 2010.


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