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in Italia è sempre tempo di elezioni
Braccio di ferro tra Barack Obama e l'anatra zoppa
post pubblicato in Barack Obama, il 10 dicembre 2008


Ci ha pensato la banca Goldman Sachs a gelare Wall Street rendendo noto uno studio secondo il quale siamo a metà del percorso della crisi finanziaria a livello mondiale (Italia inclusa), mentre alle banche resterebbe da mettere in conto ancora un terzo delle perdite complessive stimate in 1.800 miliardi di dollari. In buona sostanza, ci dice Marco Sarli dal suo Diario, dovremo attendere almeno l’estate del 2010 per vedere la fine della crisi creditizia, che, per la prima volta, vede attribuirsi una longevità di tre anni.

Lo studio, coordinato dal capo economista globale di Goldman Sachs, Richard Ramsden, non tiene però conto "del micidiale effetto domino in corso e degli effetti drammatici derivanti dai default aziendali da esso determinati sulla domanda effettiva e, quindi, sui bilanci delle banche e delle altre principali protagoniste del mercato finanziario globale".

Proprio nel giorno in cui la borsa tirava un sospiro di sollievo per il piano di investimenti in infrastrutture presentato da Barak Obama e per il salvataggio (quanto duraturo?) dei tre BIG dell'automobile, l’Herald Tribune è stata costretta a fare ricorso alla procedura fallimentare e lo storico New York Times ha dovuto dare in pegno il proprio grattacielo per ottenere i finanziamenti necessari per non incorrere nella stessa sorte della testata rivale. Chiaro ora cosa vogliano dire tempesta perfetta ed effetto domino?

Intanto Bush, Paulson e Bernspan tentano di barattare il salvataggio di Detroit con la possibilità di spendere quel che resta dei 700 miliardi di dollari del celebre piano di salvataggio. E' solo l'ultimo atto di un braccio di ferro che dura da settimane tra Barak Obama e il presidente uscente, l'anatra zoppa che risponde al nome di George W. Bush e che oppone, senza esclusione di colpi, il team di Obama e lo staff del Tesoro.

Da una parte Obama cerca di preservare questi circa 350 miliardi di dollari dei contribuenti americani per poterli utilizzare nel suo "New Deal" e dall'altra Bush, che anche in questo caso interpreta il ruolo del fantoccio manovrato da altri (il potente Segretario del Tesoro Paulson), li vorrebbe spendere  per completare il piano di salvataggio di Wall Street.

Ma perchè tanta ostinazione che riporta alla memoria la disastrosa transizione tra le amministrazioni di Herbert Hoover e Franklin D. Roosevelt? Il motivo ovviamente non dichiarato ce lo spiega senza molti peli sulla lingua sempre lo stesso Marco Sarli.

Paulson vuole portare a termine ad ogni costo la missione "di cercare di salvare in extremis il sistema finanziario statunitense da quel collasso che aveva in larga misura contribuito a determinare come numero uno incontrastato della potente e molto preveggente Goldman Sachs, forse ancora oggi candidata a fare la fine ingloriosa della rivale Lehman Brothers o di finire accorpata ad uno dei carrozzoni del credito al dettaglio quali Citigroup, Bank of America o Wells Fargo, una prospettiva davvero terrificante per gli strapagati partners di Goldman e che potrebbe essere ancora evitata grazie ad ulteriori e consistenti elargizioni di denaro degli incolpevoli e già abbondantemente massacrati contribuenti americani!
 
...il trio sopra menzionato non avrebbe alcuna vergogna nel portare a termine questa missione di salvataggio dopo avere fallito nelle campagne di guerra in Iraq ed in Afghanistan e dopo aver foraggiato abbondantemente quel Pachistan che, via servizi segreti al di sotto di ogni sospetto, è forse, insieme all’Arabia Saudita, il maggiore responsabile del terrorismo internazionale."

George W. Bush, Hank Paulson e Bernspan stanno facendo il possibile e l’impossibile per poter portare a termine la loro missione ma questa volta sarà difficile che la ciambella gli riesca col buco avendo trovato un Obama e un green-dream team davvero agguerriti e decisi a non lasciar realizzare l'ennesimo e finale disastro dell'amministrazione Bush.


Paradossi della crisi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 5 dicembre 2008


La tempesta perfetta dopo la crisi finanziaria sembra aver provocato anche la crisi della logica e dell'equilibrio mentale di politici, governi e banchieri centrali che sembrano aver perso ogni orientamento e si agitano come api impazzite.

Negli Stati Uniti nel mese di novembre sono stati persi 533.000 posti di lavoro, molto peggio delle previsioni più pessimistiche che facevano analisti ed economisti, aggravando le prospettive su tempi ed effetti della crisi sulla diminuzione dei consumi e della produzione e facendo sprofondare le borse nell'ennesimo venerdì nero.

Un meccanismo perverso che ha già costretto i tre top manager delle tre maggiori industrie automobilistiche americane a chiedere con il cappello in mano aiuti al Congresso per 34 miliardi di dollari che dovrebbero evitare la bancarotta. Come condizione del salvataggio i tre big promettono di ridurre i costi, tra cui prevedono il taglio di migliaia di posti di lavoro.

Non è paradossale se l'unica ragione per cui il Congresso dovrebbe approvare gli aiuti federali sarebbe quella di preservare i posti di lavoro? Invece democratici e repubblicani nicchiano preoccupati solamente che i tre top manager si riducano lo stipendio ad un dollaro simbolico e che forse 25 miliardi sarebbero meglio di 34.

Ancor meno preoccupati quando hanno speso centinaia di miliardi dei contribuenti per salvare Wall Street, o meglio per salvare manager, creditori ed azionisti delle banche, infischiandosene dei lavoratori e degli strati sociali più in difficoltà sotto i colpi della crisi.

Intanto le banche centrali sembrano possedute dal ballo di san vito e fanno a gara a chi taglia di più i tassi, inondando i mercati di liquidità che nessuno usa perchè nessuno si fida più di nessuno. A questi ritmi ci avvicineremo presto a quella situazione nella quale andranno ad azzerarsi i margini di manovra dei banchieri centrali.

D'altra parte è difficilmente immaginabile che i governi dei paesi maggiormente industrializzati e le istituzioni finanziarie sovranazionali possano fare qualcosa di più di quello che stanno facendo con molta confusione e senza alcun coordinamento.

Tanto per dare un’idea basti considerare che negli Stati Uniti il governo, le agenzie federali e la Fed, hanno impegnato sinora fondi per l’astronomica cifra di 8.500 miliardi di dollari, più o meno il doppio delle risorse impegnate a vario titolo dai ventisette paesi membri dell’Unione Europea, a sua volta all’incirca il doppio di quella stanziata dai paesi dell’Estremo Oriente, il che porta ad un totale che si pone poco al di sotto dei 15.000 miliardi di dollari, una cifra che purtroppo non arriva a coprire neppure il 15 per cento della montagna di titoli tossici in circolazione e che sono la causa della crisi di fiducia dei mercati.

Liquido infine con poche battute la sottovalutazione della crisi nel nostro paese da parte del governo ma anche dell'opposizione che stanno dando luogo ad un ridicolo ed esasperante teatrino. Sembrano discutere della piccola falla che si è aperta per l'esplosione  di un bullone in una cabina e litigano sul fatto se sia sufficiente usare il secchio o sia meglio la pompa aspiratrice per drenare solo qualche litro d'acqua senza accorgersi che tutte le camere stagne sono già allagate e la nave sta affondando nella tempesta perfetta.


Si scrive Bot, si legge "armi di distruzione di massa"
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 5 dicembre 2008


Il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti fa marcia indietro dopo aver espresso, due giorni fa, preoccupazioni sul debito pubblico e sui titoli di Stato per giustificare la sua modesta manovra economica e dopo che il suo collega Sacconi aveva rincarato la dose evocando fantasmi di bancarotta all'Argentina. Ieri è tornato sull'argomento e, come ogni buon piazzista che si rispetti, ha tessuto le lodi della solidità dei nostri conti e della bontà dei nostri titoli di Stato per rassicurare gli investitori.

Il ministro Tremonti fa il suo mestiere, ma noi è da qualche tempo che, nel nostro piccolo, segnaliamo strane manovre speculative intorno al nostro debito pubblico. Abbiamo parlato di una Santa Alleanza tra Londra, Parigi e Berlino sempre più insofferenti delle evidenti anomalie presenti nel nostro paese, dalla politica economica seguita dal nostro governo a quella indecente concentrazione del potere economico nelle mani di Berlusconi, senza dimenticare l'ultima occasione di scontro, l'impudente e ottusa opposisizione del governo italiano al pacchetto ambientale fortemente voluto da Sarkozy.

E abbiamo parlato della crescente irritazione americana nei confronti di Berlusconi in influenti ambienti politici e di Wall Street, dove il potente miliardario Rupert Murdoch, editore tra l'altro anche della bibbia della finanza a stelle e strisce, il Wall Street Journal, conterà pur qualcosa.

Il problema non è dunque il nostro debito pubblico ma ha un nome e cognome e si chiama Silvio Berlusconi. Da qualche mese, mani forti, dietro le quali poi si muove anche la speculazione di chi non ha logiche politiche, stanno tenendo sotto pressione i nostri titoli di stato, come segnala lo spread sempre più ampio con il bund tedesco. Qualcuno sta scommettendo sulla bancarotta dell'Italia e della sua economia.

Prendiamo, come termometro, i famigerati Credit default swaps. I Cds sono contratti in cui, in cambio di una tariffa, una controparte garantisce la restituzione del debito, se il debitore fallisce e smette di pagare. Ebbene, all'inizio di novembre, il Cds in assoluto più trattato nel mondo era la protezione contro una bancarotta del governo italiano.

Come scrive oggi Maurizio Ricci su Repubblica 'il motivo maggiore di inquietudine è... la fragilità strutturale del debito. Nel 1995, il grosso dei titoli di Stato era nelle mani delle famiglie italiane, il "popolo dei Bot": il 40 per cento era nelle banche e solo il 10 per cento presso investitori esteri. Nel 2006, secondo gli ultimi dati disponibili del Tesoro, la situazione è completamente rovesciata: solo il 10 per cento dei Bot è in mano a famiglie italiane. Oltre il 30 per cento è nelle banche, il grosso (53 per cento) è, ormai, debito con l'estero.'

'L'incubo dei Bot ci accompagnerà per tutto il 2009, quando, asta dopo asta, il Tesoro si troverà a rinnovare i 200 miliardi di euro che, normalmente, rastrella sul mercato, in una situazione in cui il credito che circola resta asfittico e in cui paesi che, di solito, ricorrono poco al mercato vi entreranno, invece, in misura massiccia: gli analisti calcolano che, l'anno prossimo, i vari governi dell'eurozona chiederanno agli investitori prestiti complessivi per 2 mila miliardi.'

Una situazione ideale per chi volesse destabilizzare un governo che con le sue politiche e grazie a Berlusconi e al suo conflitto d'interessi (vedi guerra con Murdoch) si è già creato tanti nemici anche fuori dall'Italia, nelle cancellerie dei paesi più forti del mondo e negli ambienti finanziari internazionali. Purtroppo a pagare il conto di questa Armageddon finale non sarebbero solo Berlusconi e le sue aziende, ma tutta l'Italia.


Nuovo venerdì nero delle borse
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 24 ottobre 2008


I nostri governanti non fanno che tranquillizzarci sulla crisi finanziaria ripetendo che il peggio è passato. Farebbero meglio a tacere e a darsi da fare: dovrebbero capire che farsi smentire dai fatti incontrovertibili del giorno dopo toglie loro ogni residua credibilità e getta ancor più nel panico i cittadini ed i mercati. Ieri a Porta a Porta è stato Scajola a sbilanciarsi con previsioni ottimistiche sull'andamento delle borse, arrivando ad affermare, sulla scia di quanto incautamente consigliato giorni fà dal suo presidente superman, che questo è il momento di comprare azioni.

Oggi, proprio nell'anniversario del crollo di Wall Street del '29, c'è stato un nuovo bagno di sangue nelle borse di tutto il mondo. A Milano, Piazza Affari è arrivata a perdere il 10% chiudendo a meno 5,61%. I nostri governanti e gli inguaribili ottimisti devono sapere che il crollo non si fermerà e non ci sarà nessun rimbalzo duraturo almeno sino a quando il mercato non avrà assorbito la prossima ondata di dati macroeconomici e le trimestrali che verranno, non sarà chiara la situazione dei paesi a rischio di default, non sarà eletto il nuovo presidente americano, non sarà chiaro se il G7 o il G10 o il G20 di metà novembre sarà in grado di mettere tutti d'accordo con una nuova Bretton Woods o pace di Westfalia o come la si voglia chiamare.


E Berlusconi rassicurò anche le "mamme italiane"
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 ottobre 2008


Arrivano le cattive notizie e Wall Street che aveva aperto timidamente in territorio positivo si orienta decisamente al rosso trascinando verso un nuovo forte ribasso le borse europee: la produzione industriale in America in settembre è scesa del 2,8% mentre gli analisti avevano previsto una diminuzione solo del 0,8%. Ora non è più solo crisi finanziaria ma si conferma la recessione economica che sta arrivando anche in europa.

Intanto Tremonti e Berlusconi danno spettacolo da Brussels con raffiche di spot che dovrebbero rassicurare gli italiani. Il ministro, in particolare, dice una verità e una bugia nella stessa dichiarazione: "Quel tipo di crisi devastante si può ragionevolmente dire sia stata contenuta. Resta l'impatto sull'economia reale e sulla produzione industriale. E' in atto in tutto il mondo ed è atteso in molti effetti. Noi crediamo che la crisi finanziaria sia stata gestita e contenuta in modo efficace in Europa". Non è possibile che non si renda conto che della crisi finanziaria abbiamo visto solo la punta che emerge dal mare di trilioni di titoli tossici. Non basteranno le centinaia di miliardi annunciati da America ed Europa per salvare gli istituti finanziari che li hanno in carico e impedire una catena di crack.

Ricordo qui quello che ho già detto in altro post sulla barzelletta che il nostro sistema è più solido perché meno evoluto. Le grandi banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, negli anni passati non si sono certo fatte legare all'albero maestro per resistere al canto delle seducenti sirene dell’investment banking e dei facili guadagni, vendendo ai propri clienti di tutto e di più, incassando alte commissioni (più il prodotto era a rischio e più alte le commissioni) con l'obbiettivo di raggiungere profitti di breve periodo ma di corto respiro.

Le altre notizie preoccupanti di oggi riguardano due grandi banche americane e le due maggiori banche svizzere e danno la misura della profondità della crisi e di come non saranno sufficienti gli aiuti di stato finora previsti. Merryl Lynch che a Febbraio verrà acquisita da Bank of America ha dichiarato perdite per altri 9,5 miliardi di dollari. Citigroup presenta per il quarto trimestre consecutivo i conti in rosso. Infine il governo Svizzero ha deciso un'iniezione di 5.3 miliardi di dollari nel capitale di UBS all'annuncio della banca di mettere fuori bilancio titoli tossici in carico per 60 miliardi di dollari mentre il Credit Suisse progetta un aumento di capitale per 8,83 miliardi.


L'insostenibile leggerezza delle borse
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 ottobre 2008


Che fosse effimera la risalita delle borse era prevedibile. Non posso trattenermi dal notare che Berlusconi con il suo incauto ottimismo continua a fare la figura di un pagliaccio a dimensione mondiale, oltretutto smentendo la sua vantata grande esperienza da imprenditore che dovrebbe masticare anche un pò di finanza (ma noi sappiamo bene come ha costruito il suo impero). Detto questo, cosa è successo, per cui dopo una giornata di forte rialzo le borse europee sono riandate giù chiudendo con solo qualche decimale in territorio positivo?

La legge di Wall Street. La borsa americana ha aperto timidamente con un segno positivo ma l'indice si è avviato decisamente al rosso dopo gli annunci di Bush e del suo segretario del tesoro Henry Paulson, che hanno cambiato all'ultimo momento il piano salva banche gettando il mercato nell'incertezza, a dimostrazione che nei momenti di panico la decisione è più importante di un piano ben fatto.

Questa mattina (da noi erano circa le 3 del pomeriggio) Paulson ha annunciato il cambiamento di programma. Dei 750 miliardi di dollari stanziati dal governo, 250 mld venivano dirottati all'acquisto di azioni in 9 istituzioni bancarie tra cui Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, Jp Morgan Chase, Bank of America, Merrill Lynch, Morgan Stanley, State street e Bank of New York Mellon.

In pratica l'amministrazione Usa sposta l'asse del piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari, privilegiando azioni sul modello del piano britannico, piuttosto che acquistare sul mercato titoli tossici come era stato previsto in precedenza. Evidentemente il mercato non ha gradito forse perchè convinto che il nemico pubblico numero Uno restano quei titoli tossici di cui nessuno conosce l'esatto ammontare nè chi li abbia in pancia.

I sospetti di un fallimento che ancora aleggiano su Morgan Stanley, nonostante l'iniezione di capitali giapponesi, e su Goldman Sachs, il disimpegno di alcuni tra i più importanti hedge fund americani che hanno liquidato la maggior parte dei loro investimenti in azioni, e infine le preoccupazioni di una grave recessione corroborate dai dati sulla produzione industriale e le materie prime, hanno fatto il resto.

Ha ragione la cancelliera tedesca Angela Merkel a mettere in guardia contro l'eccessivo ottimismo di chi crede che la crisi sia superata. "La situazione -ha detto stamattina- rimane immutata e seria. Senza un sistema finanziario che funziona, al giorno d'oggi, le imprese non possono andare avanti". Peso e statura fanno la differenza, in tutti i sensi, se pensiamo al nostro premier stregone. La differenza tra una statista e un personaggio del Bagaglino. Domani comunque sarà un altro giorno (di passione).

Ce n’est qu’un début, continuons le combat!
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 ottobre 2008


Ieri ho parlato a proposito del summit di Parigi di luci e ombre. E' difficile rendere il proprio pensiero chiaramente e compiutamente in una materia così tecnica, complicata e direi anche aleatoria nei risultati, soprattutto se lo scopo è quello di semplificare i concetti e dare solo degli spunti di riflessione. Abbiate quindi comprensione se a volte posso sembrare contradditorio e sconfinare in giudizi all'apparenza troppo perentori.

Nel post di ieri avevo scritto che "ritorna la fiducia tra le banche perchè i prestiti interbancari saranno garantiti dallo Stato e il denaro tornerà a circolare riaprendo i rubinetti del credito alle imprese". Questa è una semplificazione: non è detto che le cose vadano sicuramente in questa direzione anche se le borse hanno reagito dopo una settimana di passione con una ubriacatura collettiva. Anche chi scrive è un essere umano e si è lasciato prendere dall'euforia, soprattutto se ha qualche piccolo risparmio investitito in Borsa.

Una delle decisioni prese al summit di Parigi riguarda per l'appunto lo scongelamento del mercato del credito e monetario assicurando liquidità al sistema. Le banche, si dice, non si fidano più l'una dell'altra e non si prestano più denaro attraverso il mercato interbancario i cui tassi sono saliti oltre il 5 per cento trascinando all'insù anche l'Euribor che è il parametro a cui vengono indicizzati i prestiti commerciali e i mutui immobiliari.

Non tutti gli economisti e gli addetti ai lavori sono d'accordo sulle analisi e sulle ricette. Qualcuno sostiene che gli sforzi delle banche centrali volti a fornire liquidità al mercato monetario, e ora dei governi europei con il pacchetto salva-crisi, non solo sono fondamentalmente inefficaci ma in realtà controproducenti.

Se i finanziamenti sono disponibili presso la banca centrale ad un tasso onorevole (attualmente è al 3,75%), per quale motivo una banca dovrebbe richiederli alle altre banche? Ergo: non vi è alcuna ragione di esistere per il mercato interbancario in quanto è stato già sostituito dalla presenza costante delle banche centrali.
 
Secondo l'autore di questo report su
NakedCapitalism, troppa liquidità da parte delle banche centrali ha distrutto il mercato interbancario.

Secondo icebergfinanza il ragionamento è da tenere in seria considerazione in quanto Libor ed Euribor stanno distruggendo l'economia reale sulla base di un'ipotesi di tasso al quale le banche sono disponibili a scambiarsi liquidità!

Secondo questo ragionamento l'idea del G7 e dei quattro grandi d'Europa di garantire i prestiti interbancari non servirà a nulla. Se adottata, le banche sarebbero senza un incentivo per utilizzare il mercato interbancario in quanto possono ottenere tutta la liquidità di cui hanno bisogno ad un tasso minore spesso con collaterali a garanzia.

Staremo a vedere. Come staremo a vedere nei prossimi giorni se il rialzo della borsa è un fuoco di paglia o una vera inversione di tendenza. Non sarei così tranquillo come il nostro presidente del consiglio che guarda alla crisi come se fosse già alle spalle e sprizzava ottimismo da tutti i pori nell'incontro con Bush. Qualcuno lo informi che le autorità monetarie ed i governi stanno solo provando a ricapitalizzare le banche e che serve ricapitalizzare l'economia reale e rivitalizzare il tessuto economico contagiato da questa crisi.

"Il numero dei poveri è aumentato dall' inizio dell'anno di 100 milioni di persone ed è destinato a crescere" dice Zoellick, presidente della Banca Mondiale, sottolineando: "Questa catastrofe è stata creata dall'uomo. E quindi le risposte sono nelle nostre mani". Ebbene, che i leaders del mondo invece di fare dichiarazioni strampalate e fuori luogo si diano da fare per trovare le giuste soluzioni, le nuove regole per un nuovo capitalismo etico. Là fuori, in giro, nella pancia di chissà quante istituzioni finanziare, ci sono trilioni di prodotti tossici e non sappiamo di quanto si impenneranno i debiti pubblici degli Stati per bruciare tutta questa carta straccia e quanto questo ci costerà in termini di recessione e povertà.

Chiudo con due flash, due notizie che potrebbero raggelare l'euforia di questi giorni. La settimana che si apre vede all'orizzonte una nuova ondata di bilanci trimestrali con i fari puntati su quello relativo a Morgan Stanley, al centro di alcuni rumors del fine settimana insieme a Goldman Sachs. Se dovessero fallire Morgan Stanley e/o Goldman Sachs, l'onda d'urto sarebbe epocale, con una reazione a catena incontrollabile. L'altra notizia è un segnale che potrebbe essere preoccupante. Ieri, approfittando dell'impennata delle borse, alcuni dei giganti degli hedge fund (SAC Capital Advisors, Millennium Partners fund, Paulson & Co), hanno portato via dal mercato azionario la maggior parte dei loro investimenti. Siamo al si salvi chi può finale?


Come salvare Wall Street secondo Michael Moore
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 2 ottobre 2008


Il Decalogo di Michael Moore. Come risolvere la crisi di Wall Street ovvero l'Utopia che non vedremo mai realizzata.

I più ricchi 400 Americani -proprio così, esattamente quattrocento persone- possiedono più di quanto abbiano 150 milioni di Americani messi insieme. Quattrocento ricchi Americani hanno messo da parte più della metà di quanto abbia risparmiato metà dell'intero paese. Il loro patrimonio netto è pari a 1.6 trilioni di dollari. Durante gli otto anni dell'amministrazione Bush, la loro ricchezza è cresciuta di quasi 700 miliardi di dollari, lo stesso ammontare della cifra che ora ci chiedono di dargli per il "salvataggio". Perchè non spendono giusto i soldi che hanno fatto sotto Bush per salvare se stessi? Hanno da parte ancora quasi un trilione di dollari da dividersi tra loro.

Naturalmente non hanno nessuna intenzione di farlo, almeno non volontariamente. E' chiaro tuttavia che noi non possiamo semplicemente continuare a protestare senza proporre esattamente quello che riteniamo il Congresso debba approvare. Perciò propongo il mio piano, dieci semplici regole fondate sul principio che i ricchi in prima persona devono togliersi le loro castagne dal fuoco ("the rich must pull themselves up by their own platinum bootstraps").

1) Istituire un tribunale speciale che persegua chiunque abbia scientemente contribuito al collasso di Wall Street prima di spendere nuovi soldi.

2) I ricchi devono pagarsi il proprio salvataggio. Essi potranno continuare a vivere in 5 case invece che in sette e a guidare 9 auto invece di tredici.
 
3) Salvare la gente che sta perdendo la propria abitazione, non la gente che deve costruirsi l'ottava casa.

4) Se la tua Banca o Società riceve del nostro denaro in un salvataggio, allora diventiamo tuoi proprietari. Mi dispiace ma è così che va fatto. Se una banca mi da i soldi per comprare una casa, la banca è proprietaria della casa finchè non ho restituito fino all'ultimo centesimo con gli interessi. Stesso affare per Wall Street.

5) Devono essere ristabilite le regole: la deregulation di Bush è morta.

6) Se la banca o la società è troppo grande per fallire, allora significa che è troppo grande per esistere. Le mega-fusioni avvenute senza rispettare la legislazione anti-trust e contro i monopoli hanno creato  delle società talmente gigantesche che la loro crisi significherebbe il collasso dell'economia. La cosiddetta Pearl Halbur dell'economia non può accadere se ci sono centinaia, migliaia di istituzioni a cui la gente può affidare i propri risparmi.

7) Nessun dirigente dovrebbe essere pagato più di 40 volte quello che guadagna la media degli impiegati e nessun dirigente dovrebbe ricevere nessun tipo di buonuscita garantita. Nel 1980 in media un amministratore delegato in America riceveva 45 volte quanto guadagnavano i suoi impiegati. Nel 2003 254 volte. Dopo 8 anni di amministrazione Bush sono arrivati a 400 volte la media degli emolumenti dei loro impiegati. Come è possibile questo, quando in Gran Bretagna un alto dirigente guadagna 28 volte quanto guadagna un impiegato e in Giappone solo 17 volte? E quando portano alla bancarotta una società dovrebbero essere licenziati, senza nessuna buonuscita, prima che l'azienda venga salvata.

8) Rafforzare il Fondo Federale di garanzia e farne un modello di protezione non solo dei risparmi della gente ma anche delle loro pensioni e delle loro case.

9) Abbiamo tutti bisogno di tirare un profondo respiro, calmarci e non lasciare che la paura condizioni la nostra giornata.

10) Creare una Banca Nazionale, una "banca del popolo". Se siamo in procinto di tirar fuori un trilione di dollari perchè darli solo a pochi ricchi e non prenderceli anche noi? Ora che possediamo Freddie e Fannie perchè non ne facciamo una banca del popolo? Una banca che potrebbe concedere prestiti a basso interesse per tutta la gente che vuole possedere una casa, iniziare una piccola attività, andare a scuola, scoprire la cura per il cancro o realizzare la prossima grande invenzione. Ed ora che possediamo la AIG, la più grande compagnia assicurativa del mondo, facciamo il passo successivo e forniamo un'assicurazione sanitaria a tutti. Assistenza sanitaria per tutti.


Chi è interessato a tutto l'articolo (in inglese) lo trova qui.


Salvare Wall Street
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 1 ottobre 2008


E' davvero sorprendente l'ondata di proteste di cui i dodici deputati repubblicani capitanati da Newt Gingrich, colui che si prepara a candidarsi alle elezioni presidenziali del 2012, si sono fatti interpreti, facendo cadere il primo bailout bill presentato dalla coppia Paulson-Bush. Se McCain non se ne intende di economia i suoi connazionali non sono da meno, motivando la loro protesta con la parola d'ordine "non vogliamo salvare Wall Street".

Ora se è vero che Bush & Co se ne fregano degli americani che non riescono a pagare il mutuo, di chi ha perso il lavoro e di quanti rischiano di perdere i loro piccoli risparmi e che il reale obbiettivo del piano è impedire la bancarotta dei loro amici banchieri è anche vero che qualcosa va fatto per arginare una crisi che rischia di far fallire una banca dietro l'altra e di contagiare il mondo intero. In ballo non c'è solo il salvataggio di Wall Street.

Anche se lo afferma ipocritamente, Bush ha ragione quando dice che non fare niente significherebbe procurare danni ancora più gravi per milioni di cittadini, vista la stretta interdipendenza tra finanza ed economia e non dimenticando i milioni di piccoli investitori che hanno affidato i loro risparmi a banche e assicurazioni. Il rischio più che reale è che dopo le banche e le assicurazioni saltino anche le imprese, a corto di credito e liquidità, e che un'ondata inimmaginabile di recessione e disoccupazione si diffonda a livello globale. E a pagarne le conseguenze più pesanti sarebbero proprio coloro che oggi protestano perchè non vogliono salvare Wall Street in nome del libero mercato.

Non è che improvvisamente mi sia convertito al bailout plan di Bush. E' che altre dovrebbero essere le obiezioni al piano di salvataggio. La seconda versione, che prevede, tra l'altro, di far salire da 100.000 a 250.000 dollari la copertura assicurativa garantita dallo stato su ogni deposito, sembra maggiormente equilibrata e in grado di tamponare, per ora, l'epidemia e tutelare anche i piccoli risparmiatori. Ma non c'è analista o economista che si rispetti che non veda che la medicina potrebbe anche uccidere il paziente.

Lo Stato federale si sta accollando rischi che vanno ben oltre il primo stanziamento di 700 miliardi. Sono in ballo trilioni di dollari e il debito pubblico potrebbe crescere a dismisura innescando un perverso meccanismo sui prezzi e sulla produzione a livello mondiale che, combinato con la crisi di liquidità, potrebbe portare al collasso tutto il sistema. Purtroppo non credo che al momento esistano altre medicine e non possiamo che continuare ad affidarci a capitani che ci hanno portato nel bel mezzo della tempesta perfetta.


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