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in Italia è sempre tempo di elezioni
Grandi manovre bancarie anche in Italia
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 gennaio 2009


Dopo le americane Citigroup - tecnicamente fallita - e Bank of America è la volta di Royal Bank of Scotland, già nazionalizzata da Gordon Brown, ad annunciare consistenti perdite nel quarto e ultimo trimestre del 2008, ben 11,8 miliardi di dollari per la precisione, aggiungendo che "permangono significative incognite" sulle proprie attività. E' prevedibile dunque un ulteriore intervento statale mentre il pacchetto di azioni privilegiate già in mano del governo di Sua Maestà verrà trasformato in azioni ordinarie. Non sembra passarsela molto meglio Barclays che Venerdì scorso ha perso in una sola seduta di borsa il 25% del suo valore.

Fa discutere ora il piano per salvare il salvabile della fallita Citigroup. Lo schema non è nuovo, quello cioè di creare due entità, una good bank dove rimangono le attività di global banking e una bad bank dove confluiscono gli asset "tossici" e non strategici. Resta da vedere chi e a che prezzo vorrà comprare, in questo contesto di mercato, attività il cui valore potrebbe essere prossimo allo zero. La discussione è aperta soprattutto perchè questa soluzione precorre quella ipotizzata in un'intervista nella quale Sheila Bair, Presidentessa della Federal Deposit Insurance Corp, anticipa un fantomatico progetto del governo federale di creare una bad bank nella quale confluiscano le attività negative di tutte le entità finanziarie in difficoltà.

Il premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, inorridisce a questa idea e pone alcune questioni:

"Le istituzioni finanziarie che vogliono liberarsi degli asset tossici - dice Krugman - possono farlo quando vogliono, mettendo questi asset in bilancio a valore zero o vendendoli al prezzo che riescono ad ottenere. Se invece creiamo appositamente un'istituzione nella quale convogliare quegli asset, la domanda da 700 miliardi di dollari è, a quale valore? Non ho ancora visto nessun criterio che possa spiegare come determinarne il prezzo - continua il premio Nobel - e tutta la faccenda assomiglia più che altro ad un riordinare le poltrone sul ponte del Titanic che affonda.

Con una soluzione del genere sembra quasi che ritorniamo all'idea che il valore della spazzatura sia molto superiore a quello che ognuno è disponibile a pagare per essa e che se fosse riscosso il 'giusto' prezzo (quale?) le banche tornerebbero ad essere 'sane', torneremmo cioè a quella ingegneria finanziaria che ha creduto possibile creare valore dal nulla. Paulson potrebbe essersene già andato ma i suoi epigoni continuerebbero a credere nella magia finanziaria. In altre parole - conclude Krugman - ci troveremmo di fronte ad un Hankie Pankie II." (Hankie Pankie è il nomignolo che Krugman affibia all'ancora per poche ore attuale Segretario del Tesoro, Hank Paulson)

A casa nostra invece non è difficile vedere sotto quella che sembra una perfetta calma piatta il ribollire di piani e strategie attraverso cui, approfittando della crisi finanziaria, si tenta di rimettere sotto il controllo statale il settore creditizio e quindi, tramite questo, ricostituire un nuovo blocco del potere economico-finanziario nelle mani del nuovo capo di Piazzetta Cuccia, Silvio Berlusconi. Sta tentando in tutti i modi di sfuggire a questo destino Alessandro Profumo, che non si vergogna di elemosinare prestiti per dare respiro a Unicredit, e se lo Sceicco va a Kakà, perchè non andare direttamente in Arabia a bussare al dorato portone di qualche Sceicco e Fondo sovrano, per trovare le risorse necessarie per sventare la manovra di una fusione tra Unicredit e Mediobanca?

Scrive Marco Sarli

[...] il matrimonio più smentito del secolo rischierebbe anche di mettere in discussione il fragile equilibrio esistente nella variegata compagine azionaria del gruppo editoriale Rizzoli-Corriere della Sera, da tempo oggetto delle brame di quel Partito del Nord che punta a porre sotto il suo controllo quell’intreccio industriale-bancario-assicurativo-editoriale a suo tempo definito Galassia del Nord, eliminando così l’unico elemento di disturbo, a causa della sua indubbia matrice laica, nei confronti del progetto che punta a realizzare un nuovo blocco di potere che potrebbe perpetuarsi per almeno un decennio, se non di più, ove la sua sponda politico parlamentare fosse in grado di portare a termine quel radicale programma di riforme costituzionali enunciate a suo tempo in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera gestito da tal Tassan Din per conto del duo Gelli-Ortolani, programma oggi ripreso e attualizzato dal Premier, Silvio Berlusconi.

Eh sì, è proprio questo il disegno che si sta realizzando nell'indifferenza del popolo italiano e nel silenzio di tutte le opposizioni.


Come il gatto con i topi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 12 novembre 2008


Delle due l'una: o la contabilità delle banche è falsata o Tremonti imbroglia gli italiani. Bella gara: tra i due ...c'è l'imbarazzo della scelta, all'apparenza.

Per esempio Unicredit di Profumo ha dichiarato ieri 551 milioni di profitto netto nel terzo trimestre 2008. Vedrete Monte Paschi, la più malandata, ormai alla canna del gas: scommettiamo che presenterà dei risultati alla Paperon de'Paperoni o alla Rockerduck, se preferite? E Tremonti vorrebbe salvare, con i nostri soldi, banche che ancora producono fior di utili?

La realtà è però un'altra. I proventi che arrivavano alle banche dal risparmio gestito sono letteralmente crollati (segno che le vecchiette si sono fatte più furbe e hanno capito che è meglio investire in Bot piuttosto che in prodotti che ingrassano solo i banchieri) anche se poi le banche compensano la perdita con i proventi da interessi (segno che fanno pesare sui mutui e sulle aziende debitrici un maggior spread sui tassi....della serie: come guadagnare dalla crisi...continuando a parlare di etica).

La cancellazione del mark to market voluta da Tremonti, permette inoltre di non segnalare delle ingentissime perdite e svalutazioni patrimoniali. Significa che ad esempio filiali che oggi valgono teoricamente 3 milioni di euro sono state contabilizzate al loro valore di acquisto, 9 milioni, (vedi 1000 sportelli Antonveneta acquisiti da Monte Paschi) per non parlare delle centinaia di sportelli acquisiti nel caso Unicredit nei paesi dell'Est e che oggi valgono meno di niente. A gonfiare i risultati anche ingentissime perdite in alcuni settori (come l'investment banking) e che ora possono essere spalmate sui bilanci dei prossimi anni.

Non parliamo poi dell'aumento dei crediti incagliati ma ormai avviati sulla strada delle sofferenze, cioè crediti che non verranno mai più riscossi. Un nome su tutti: il finanziere  Romain Zalesky, polacco di origine, francese di passaporto e bresciano d'adozione, indebitato per miliardi, grazie all'appoggio di sponsor potenti, con le principali banche italiane, in alcune delle quali siede anche come consigliere d'amministrazione. Miliardi che non rientreranno mai più in cassa ma che ancora non figurano nei passivi delle banche coinvolte.

Bilanci truccati dunque. Le nostre banche tutto sono fuorchè solide e Tremonti lo sa. Ha dunque ragione Tremonti a volerle salvare con il denaro pubblico? La partita è un pò più complessa e Tremonti tace o meglio non spiega, perchè è impegnato a puntare la preda come un gatto a caccia di topi.
 
Ci sono in ballo i miliardi delle fondazioni di origine bancaria che sono le vere azioniste di riferimento dei tre principali gruppi bancari e che potrebbero ricapitalizzare quelle banche senza intaccare il denaro pubblico. Tremonti vede finalmente giunta la sua ora per regolare una volta per tutte i conti con quei banchieri e quei finanzieri, sino ad ieri salvati in extremis dalle manovre di Gianni Letta e dai tentennamenti di Berlusconi che sembra non voler assecondare i piani del suo ministro, forse perché il suo progetto è quello di tenere sotto ricatto gli attuali vertici delle banche e di quelle fondazioni per sferrare il suo attacco finale per il controllo del potere economico e finanziario italiano attraverso Mediobanca e i servigi di Geronzi.

La crisi e le perdite di borsa dei titoli dei tre principali gruppi bancari stanno creando invece  l’occasione favorevole che Tremonti aspettava da tempo per vincere le resistenze in seno al Governo e scombussolare i piani di Berlusconi. Chi mi legge penserà che è fantapolitica e si chiederà se mi sia convertito al tremontismo. Niente di tutto questo. Mi scuserete certo se dovendo scegliere tra un pagliaccio pericoloso e il ministro Tremonti non avrei dubbi nel buttare giù dalla torre il primo. Ma la mia visione prescinde da una simile scelta. Ragionate. Il premier è vecchio e sul viale del tramonto. C'è il rischio che venga ricoverato in qualche clinica svizzera per disturbi mentali prima ancora della scadenza del suo mandato. Come si comporterebbe chi si vuole candidare alla sua successione?


Tremonti, Profumo (Unicredit), Mussari (MPS), Passera (Intesa)

Chi salverà le banche italiane?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 novembre 2008


Sorpresa!! La banca spagnola Santander considerata la banca più solida d'Europa e la più grande per capitalizzazione dell'eurozona ha sconvolto oggi i mercati annunciando a sorpresa un aumento di capitale da 7,2 miliardi di euro per rafforzare i suoi ratios, finiti sotto i minimi. E pensare che solo fino alla settimana scorsa i suoi dirigenti si vantavano ancora della solidità della banca spagnola non toccata, a sentir loro, dalla crisi finanziaria e della propria abilità di acquisire altre banche invece in difficoltà. Chi salverà ora Santander, ma sopratutto chi salverà le maggiori banche italiane che, pur essendo sottopatrimonializzate, si ostinano a non chiedere aiuti statali per evitare intromissioni nella loro governance e continuare a gestire i nostri risparmi senza regole nè controlli?


Berlusconi re di Piazza Affari
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 ottobre 2008


A volte basta anche solo una scintilla per incendiare una prateria. Chi non è interessato a conoscere come la penso su questo, per me, fuoco di paglia, e si appassiona solo alle vicende che coinvolgono il Cavaliere può passare direttamente agli ultimi due paragrafi di questo post.

Ieri gli investitori delle borse di tutto il mondo hanno deciso che, nonostante i nuovi dati macroeconomici negativi, era il caso, dopo tanti giorni di penitenza, di lasciarsi andare ad una botta di vita, ubriacandosi almeno per un giorno con indici a due cifre.

Recupero della fiducia per i piani di salvataggio predisposti o promessi dai governi negli ultimi giorni? Effetto dell'attesa ennesima riduzione dei tassi da parte della Fed? No effetto Volkswagen.
 
E' iniziato Lunedì con la chiusura positiva di Francoforte, nonostante il resto del listino abbia chiuso a meno 10 punti, grazie al titolo Volkswagen schizzato ad un più 140% dopo aver toccato durante la seduta un rialzo di oltre il 200%. Motivo di tanti acquisti il braccio di ferro tra Porsche ed il Land tedesco per il controllo della casa automobilistica di Wolfsburg.

La mossa del maggiore azionista della Volkswagen è suonata come una prova di fiducia nelle possibilità di recupero del settore automobilistico e tanto è bastato ad infiammare le borse asiatiche la mattina successiva e a contagiare successivamente Europa e Stati Uniti. Serviva solo un pretesto e i mercati in crisi di astinenza l'hanno trovato.

Poco importano i dati disastrosi provenienti dall’indice del Conference Board che misura la fiducia dei consumatori statunitensi, calato di ben 20 punti a 38, e dall’ennesimo tonfo a due cifre, anno su anno, del prezzo delle case. E poco importa che gli hedge fund locusta stiano vendendo a man bassa  le loro quote in Ford e Chrysler, così come, per un giorno di euforia vale la pena dimenticare le notizie sempre più allarmanti su possibili default degli Stati di mezzo mondo, dai paesi dell'America Latina, a quelli del Baltico e dell'est europa fino alla Corea del Sud.

Tanto varrà per gli inguaribili ottimisti, visto che le aperture di questa mattina sono ancora positive, parlare di inversione di tendenza ma la prudenza dovrebbe essere d'obbligo quando non si è ancora toccato il fondo, tutti gli indici economici peggiorano e l'ombrello predisposto dai governi di cinque continenti assume le dimensioni di un effetto placebo.

Ieri Piazza Affari non ha partecipato alla festa delle borse mondiali, trascinata sotto lo zero dall'andamento di Unicredit Group e Intesa S.Paolo più volte sospesi al ribasso. Seppure in ritardo lo fa stamattina con i due gruppi che inaspettatamente rimbalzano di quasi il 10%. Cosa è successo? Rumors di borsa dicono che il governo ha pronto un piano di salvataggio che prevede la fusione tra i due Istituti. Questa fusione comporterà la chiusura di centinaia di sportelli e qualche decina di migliaia di licenziamenti (almeno 30mila), ma che importa quando l'interesse prioritario è realizzare i piani del premier che può mettere così le mani sui primi due gruppi bancari italiani con la scusa della crisi finanziaria?

Un piano perfetto per prendere, come suol dirsi, due piccioni con una fava. Lo stato spenderebbe meno del previsto per salvare i due gruppi. Profumo toglierebbe il disturbo e Passera andrebbe sul ponte di comando per i servigi resi a Berlusconi nella vicenda Alitalia. Rimarrebbe aperto il piccolo problema della quota di Generali e Mediobanca nelle mani di Unicredit. Ma Geronzi troverà sicuramente la strada di parcheggiare le due quote in mani amiche. Soprattutto amiche di Berlusconi che attraverso Mediobanca ormai controlla tutti i settori strategici dell'economia italiana ed è diventato il re incontrastato di Piazza Affari.


Mondi paralleli
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 15 ottobre 2008




Lunedì 13 Ottobre alle 3 del pomeriggio nel quartier generale del Tesoro americano. Da un lato del tavolo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, con a fianco il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e quella che secondo molti potrebbe essere il prossimo ministro del Tesoro statunitense, l’attuale presidentessa del Federal Deposit Insurance Corporation, Sheila Bair. All'altro lato i top manager delle maggiori banche americane, convocati da ogni angolo del Paese e disposti in rigoroso ordine alfabetico, con la Bank of America ad un estremo del tavolo e la Wells Fargo di Warren Buffet all'altro estremo.

Per un'ora i nove banchieri, tenendosi sù con acqua e caffè, hanno ascoltato Paulson e Bernanke riferire del fosco quadro dell'economia americana e della crisi finanziaria in atto. Giunti al termine dell'incontro a ciascun banchiere è stato consegnato un documento dettagliato del piano governativo che prevedeva un'acquisizione di quote azionarie nelle loro banche per un valore di 125 miliardi di dollari ma anche l'imposizione di nuove restrizioni relative ai premi per i top manager e ai dividendi.

I partecipanti, tra i migliori negoziatori della nazione, si trovavano in una singolare posizione. Ad essi non era permesso trattare. Paulson ha chiesto che ciascuno di loro firmasse. Durante la discussione che è seguita, l'intervento più animato è venuto dal Presidente della Wells Fargo, Richard Kovacevich, che accalorandosi ha chiesto "dov'è la necessità di fare questo? Perchè mai è necessario per il governo acquistare quote azionarie nelle nostre banche?".  "Per il vostro bene e per il bene della nazione" ha risposto Paulson.

A questo punto il CEO di Morgan Stanley, John Mack, la cui banca era la più esposta del gruppo al vortice della crisi finanziaria, ha firmato per primo senza battere ciglio e Kenneth Lewis di Bank of America ha ammesso l'evidenza che ognuno presente al tavolo avrebbe fatto la sua parte dicendo: "Ognuno di noi che non abbia una sana paura dell'ignoto non può che essere d'accordo".

Questo racconto, ripreso dal Wall Street Journal, rende l'idea della rivoluzione che sta avvenendo più di tante dotte ma spesso fuorvianti dissertazioni di giornalisti, economisti e politici da cui siamo inondati, nostro malgrado, via radio, stampa e televisione, che parlano di tutto ma lasciano fuori dai loro ragionamenti, salvo qualche rara occasione, l'ovvia verità che a gestire l'uscita dalla crisi non possono essere i maggiori suoi responsabili senza che non paghino un prezzo per i loro errori.

Non deve assolutamente essere stato facile far digerire il piano a quei banchieri che, ad onta del fallimento sistemico in atto, mal sopportano le ingerenze dello Stato nei propri affari e che speravano veramente che i 700 miliardi del piano Bush-Paulson-Bernspan servissero soltanto a sbolognare una parte dei i titoli tossici attualmente sul loro groppone ad un prezzo multiplo di quello accettato da John Thain di Merrill Lynch, gli ormai famosi 22 centesimi per dollaro, un sacrificio che pure ha consentito a Merrill di non fare la fine di Lehman Brothers!

I nove banchieri non hanno sputato certo sui 25 miliardi di dollari che toccano alle banche maggiori fino ai 3 miliardi previsti per la banca di New York, ma non sopportano quelli che il Wall Street Journal definisce i dettagli e che loro considerano vere e proprie limitazioni al principio per loro sacro che gli affari li gestiscono loro, così come i premi, spesso correlati a effimeri risultati di breve periodo, mentre sono disponibilissimi a condividere le perdite con quello stesso Stato che nella loro visione esiste solo a tale scopo e non certo per insegnare loro come si fa il mestiere del banchiere.

Ma la festa è finita ed è arrivato il tempo, almeno in America, che chi ha sbagliato paghi o che, se non ha commesso reati, almeno non sia premiato! Risultato agevolato anche dall'imminente lezione per la presidenza USA e da una campagna elettorale dove ambo i contendenti, ma soprattutto McCain per le più che evidenti responsabilità del suo partito, hanno tutto l'interesse a dare in pasto all'opinione pubblica i banchieri, gli assicuratori, gli hedge funders e tutti gli altri rappresentanti del mondo della finanza universalmente considerati come i responsabili della più grave crisi finanziaria mai avvenuta!

Come in due mondi paralleli ma simmetrici negli Stati Uniti i banchieri che sbagliano vengono puniti mentre da noi sono premiati. In Italia il peso nell'intreccio di interessi tra banche e politica è rovesciato. Alla fine sono sempre le Banche a dettare le regole e a decidere questioni che dovrebbero essere di competenza del mondo economico o politico.

L'abbiamo visto con la vicenda Telecom e recentemente nel caso Alitalia con Passera advisor di Alitalia e contemporaneamente dei suoi compratori. O nei crack di cui è lastricata la strada dei nostri banchieri, da Cirio a Parmalat, dai bond argentini a Italease, in cui si è sempre realizzato quel singolare principio per cui si privatizzano i profitti e si sbolognano le perdite direttamente ai cittadini.

Nessuno ha mai pagato per quelle truffe. Anzi qualcuno, condannato o ancora accusato di decine di reati, ha fatto carriera e siede sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, chiamato persino a partecipare a riunioni del governo dove si decidono le sorti del nostro sistema economico e finanziario.

Ancora oggi autorevoli rappresentanti del governo, banchieri, giornalisti, commentatori della domenica continuano a raccontare la barzelletta che il nostro sistema è più solido perché meno evoluto, e anche a sinistra qualcuno ha finito per crederci. Ricordo che le grandi banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, non si sono certo fatte legare all'albero maestro per resistere al canto delle seducenti sirene dell’investment banking e dei facili guadagni, vendendo ai propri clienti di tutto e di più, incassando alte commissioni (più il prodotto era a rischio e più alte le commissioni) con l'obbiettivo di raggiungere profitti di breve periodo ma di corto respiro per alimentare anche da noi il perverso meccanismo dei premi milionari per i top manager.

La vendetta del mercato
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 6 ottobre 2008


Le borse di tutto il mondo stanno vivendo oggi un altro tragico lunedì nero. Tokyo ha chiuso a -4,25 per cento. Le Piazze europee affondano oltre il 4%. Milano precipita fino a meno 6%. Gli analisti, per la prima volta, prevedono la recessione anche nell'euro-zona. Profumo, amministratore delegato di Unicredit, è nel panico: "E' la crisi peggiore dal '29". Interviene perfino il Pontefice: "I soldi sono niente, i soldi svaniscono, è solida solo la parola di Dio". Amen. Nel senso che sicuramente non lo è -solida- la parola degli uomini e nemmeno lo sono le nostre "ricchezze".

Berlusconi al vertice dei paesi europei sulla crisi finanziaria ha proposto, sulla scia aperta da Sarkozy, di costituire un fondo comune per il salvataggio di banche e assicurazioni europee. Nel solco dunque del principio, già sperimentato con successo nei suoi affari, "privatizziamo i profitti e socializziamo le perdite". Ovviamente gli hanno risposto picche: perchè Angela Merkel ad esempio dovrebbe farsi così generosa da ripianare i debiti italiani e non approfittare invece della solidità economica e finanziaria della Germania? Mors tua, vita mea, direbbero i latini. Ovvero "ognuno per sè, mercato per tutti".

Che ti fa la Merkel come prima mossa? Garantisce i depositi nelle banche tedesche per qualsiasi cifra. Non per quei miseri soli 103 mila euro del Fondo di garanzia che abbiamo in Italia. Tutti di corsa a trasferire i propri risparmi nei caveau delle banche teutoniche?. Macchè, il mercato è mercato, bellezza, e non crede più agli annunci e ai piani di salvataggio truffaldini dei Bush, dei Berlusconi e delle Merkel della Terra. Il vero mercato si prende la rivincita. Ha scoperto che il mondo finanziario stava seduto su una bolla piena di carta straccia, rifiuti tossici  e valori virtuali gonfiati da una folle avidità e non rappresentativi di un'economia reale. Il sistema sta crollando e non servono palliativi di poche centinaia di miliardi di dollari. I valori reali della bolla sono trilioni di dollari e la caduta non si fermerà finchè il vaso di Pandora non si sarà completamente svuotato.

In Italia i nostri governanti si muovono come apprendisti stregoni annunciando che non c'è crisi di liquidità nè rischio di default, salvo smentire se stessi e proporre il giorno dopo un improbabile fondo di salvataggio a livello europeo. Ma insomma c'è o non c'è questo rischio? Unicredit non è a rischio liquidità annunciano in solido con mister Arrogance e intanto stanno raschiando il fondo del barile. Il mattino esorcizzano il mercato con la camomilla, il pomeriggio fanno riunire il board di Unicredito per varare un maxi aumento di capitale da 6 miliardi di euro, svendendo il mattone, dando carta al posto dei dividendi, emettendo obbligazioni, riservate agli investitori istituzionali, al 10 per cento di interessi. Si avete letto bene, 10 per cento di interessi ma solo per gli investitori istituzionali non per gli altri. A voi pensionati, vecchiette, lavoratori, artigiani, piccoli risparmiatori, remunerazioni da fame.

Non so quanti altri lunedì neri vedremo. Forse il nero diventerà il colore dominante. Stiamo giusto entrando in un tunnel buio di cui non conosciamo l'uscita. Forse sarebbe il caso di fermare il treno e scendere, prima che sia troppo tardi. Non possiamo continuare a mettere le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri stipendi, il nostro lavoro nelle mani di chi ha prodotto questo tsunami. L'ho già detto tante volte, c'è una sola strada: niente aspirine, allontanamento e punizione dei responsabili, nuove regole a misura dei bisogni della gente e dell'economia reale, un nuovo ordine politico e finanziario mondiale.


Parental control
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 3 ottobre 2008


Profumo ha deciso di censurare il sito di Dagospia. Nessun dipendente potrà più leggere Dagospia dalle filiali di Unicredito. La motivazione: "la visione di Dagospia non rientra nelle policy aziendali". Secondo Dagospia la decisione del vertice di Unicredit è davvero sorprendente e va collegata forse con un pezzo nel quale venivano ripresi i rumors di Piazza Affari e si denunciava l'assurdità di qualsiasi complotto internazionale nei confronti della banca di Piazza Cordusio.

Un altro blog, Mercato Libero, ha subito lo stesso trattamento da parte del Monte Paschi Siena dopo che i suoi autori hanno messo nel mirino il Presidente, Giuseppe Mussari, perchè avrebbe acquistato in piena crisi dei mercati la malandata Banca Antonveneta, pagandola il doppio del suo valore e mettendo così a rischio la solidità della banca senese.


Un premier da operetta
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 1 ottobre 2008


Il Cavaliere: "Non consentirò attacchi speculativi alle nostre banche e non accetterò che i cittadini italiani perdano neanche un euro dei loro depositi". Qualcuno dovrebbe spiegare al nostro premier che affermazioni di questo genere da parte di chi ha una responsabilità di governo confermano l'esistenza di rischi di default del nostro sistema bancario e provocano il panico nei mercati e proprio tra i risparmiatori, che corrono subito agli sportelli della loro banca a ritirare i propri soldi, come sta succedendo in queste ore con Unicredit. Inoltre, se fosse vero che le nostre banche sono sotto attacco (da parte di chi?) e i nostri conti correnti a rischio, quale sarebbe il suo piano? Un'altra cordata? Manda i militari a presidiare gli sportelli? Chiama Bertolaso? Nazionalizza le banche? E' proprio vero che al peggio non c'è mai fine.



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permalink | inviato da meltemi il 1/10/2008 alle 13:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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