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in Italia è sempre tempo di elezioni
Le Big 4 verso la nazionalizzazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 febbraio 2009


Un dilemma attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato, all'epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l'argomento con dei dati. Uno studio dell'autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l'ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall'effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla "cultura" americana dall'amministrazione Obama che, in realtà è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le perplessità della politica e l'estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo "stress test" - la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro - mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l'intervento pubblico.



We can't?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 febbraio 2009


Buona parte delle speranze del mondo di uscire presto dalla crisi economica sono riposte nelle mani dell'America. Per questo anche in Europa si guarda con attenzione a quanto avviene sull'altra sponda dell'Atlantico.

Barack Obama ha avuto più o meno quanto chiedeva, quasi 800 miliardi di dollari con la maggior parte dei soldi stanziati per la spesa, piuttosto che nei tagli fiscali. Dobbiamo dunque festeggiare come una grande vittoria l'approvazione del pacchetto di stimoli economici?

Forse no, perchè questi non sono tempi normali da misurare con i criteri normali della politica e la vittoria di Obama ha un pò il sapore amaro della sconfitta. Ad affermarlo non è un suo avversario ma un suo autorevole sostenitore, il Premio Nobel per l'economia Paul Krugman. Seguiamo il suo ragionamento.

Il disegno di legge sembra uno stimolo utile ma insufficiente, soprattutto se combinato con un deludente piano per il salvataggio delle banche. E la lotta politica ha reso una sciocchezza il sogno Obamiano di superare le divisioni.

Ci si sarebbe aspettati che i repubblicani agissero almeno un pò più moderatamente in questi primi giorni di amministrazione Obama, sia in seguito alla loro disfatta elettorale che per la debacle economica degli ultimi otto anni.

Ma è ormai chiaro che gli istinti primordiali del partito repubblicano- rinforzati, in parte, da gruppi di pressione che sono pronti a cimentarsi nella prima sfida contro gli "eretici" - sono più forti che mai.

Sia al Congresso che al Senato, la stragrande maggioranza dei repubblicani si è mobilitata dietro la convinzione che la risposta adeguata al misero fallimento della politica dei tagli fiscali dell'amministrazione Bush sia una politica con ancor più tagli fiscali.

E la retorica risposta dei conservatori al piano Obama, il cui costo, è bene tenere a mente, è significativamente inferiore sia ai 2 mila miliardi di tagli fiscali dell'amministrazione Bush che ai 1.000 miliardi spesi in Iraq - ha debordato nella follia.

E' un "furto generazionale ", ha detto il senatore John McCain, pochi giorni dopo il voto per i tagli fiscali che sarebbero costati, nel corso dei prossimi dieci anni, circa quattro volte tanto.

E' "distruggere il futuro delle mie figlie. E' come guardare seduto la mia casa saccheggiata da una banda di criminali", ha detto Arnold Kling del Cato Institute.

E il livello del dibattito politico, è importante perché solleva dubbi circa la capacità dell'amministrazione Obama di chiedere un rifinanziamento del pacchetto se, come sembra probabile, si rivelerà inadeguato.

Per quanto Obama abbia ottenuto più o meno quello che ha chiesto, quasi certamente non ha chiesto abbastanza. Siamo probabilmente di fronte alla peggiore crisi dopo la Grande Depressione. La Commissione Bilancio del Congresso, che di solito non ricorre ad esagerazioni, prevede che nei prossimi tre anni ci saranno 2,9 mila miliardi di dollari di divario tra ciò che l'economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produrrà. E 800 miliardi, anche se suona come un sacco di soldi, non è affatto sufficiente a colmare tale divario.

Ufficialmente, l'amministrazione insiste sul fatto che il piano sia sufficiente alle necessità dell'economia. Ma pochi economisti concordano. Ed è opinione diffusa che considerazioni di carattere politico hanno portato a un piano che è più debole e contiene più tagli fiscali di quanti avrebbe dovuto contenerne e che Obama ha compromesso il piano nella speranza di ottenere un ampio sostegno bipartisan. Abbiamo appena visto quale successo abbia raccolto.

Ora, le possibilità che lo stimolo fiscale sia adeguato sarebbero state superiori se fosse stato accompagnato da un efficace piano di salvataggio finanziario, che scongelasse il mercato del credito e rimettesse il denaro di nuovo in circolazione. Ma il tanto atteso e annunciato piano dell'amministrazione Obama su questo fronte, anch'esso arrivato questa settimana, è atterrato con un sordo tonfo.

Il piano delineato da Tim Geithner, il segretario del Tesoro, non è malvagio, per la verità. Il problema invece è che è vago. Esso lascia tutti nell'incertezza su dove l'amministrazione stia davvero andando. La partnership tra pubblico e privato alla fine sarà un modo celato di salvare i banchieri a spese dei contribuenti? Oppure il necessario "stress test" agirà come porta di servizio per una nazionalizzazione temporanea delle banche (la soluzione preferita da un numero crescente di economisti, Krugman compreso)? Nessuno lo sa.

Finora la risposta alla crisi economica dell'amministrazione Obama ricorda troppo il Giappone degli anni '90: un'espansione fiscale grande abbastanza per evitare il peggio, ma non abbastanza per avviare la ripresa; sostegno al sistema bancario, ma una certa riluttanza nel costringere le banche a far fronte alle loro perdite. Sono ancora i primi giorni, ma stiamo già andando fuori strada.

Non so voi, - dice Paul Krugman - ma ho come una sensazione di vuoto allo stomaco - la sensazione che l'America non stia reagendo adeguatamente alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni. Possono anche non mancare le migliori intenzioni, ma sembra che esse siano predisposte in maniera allarmante verso le mezze misure. E il peggio è, come sempre, che esse sono piene di passionalità, ignare del grottesco fallimento della loro dottrina nella pratica.

C'è ancora tempo per tornarci sopra. Ma Obama deve essere più forte in futuro. In caso contrario, il verdetto su questa crisi non potrà che essere, non possiamo. We can't.



In attesa del lancio di Hankie Pankie II
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 gennaio 2009


E' durato appena lo spazio di una notte il rally delle borse sull'onda delle indiscrezioni sulla creazione di una Bad Bank (già soprannomminata Hankie Pankie II) che dovrebbe acquisire i titoli tossici in carico alle maggiori banche americane. In attesa di sapere se davvero Obama si arrenderà senza condizioni ai banchieri di Wall Street il mercato si deprime sugli ultimi dati macroeconomici negativi sfornati dalle Agenzie federali.

Rivisto in rialzo di altre 3.000 unità il numero dei lavoratori che richiedono su base settimanale il sussidio di disoccupazione portando a 388.000 quelli previsti su base mensile e a 4.776.000 il numero dei disoccupati iscritti su base annua, dati che abbiamo visto andranno tutti corretti per difetto nei prossimi mesi. Sottolineo che stiamo parlando di nuovi disoccupati e non di quelli che lo sono da lungo tempo nè sono ricompresi nei dati quei molti lavoratori che non si iscrivono alle liste.

Le vendite di nuove case (vedi anche questo dettagliato post) sono diminuite del 14,7% su base mensile e del 44,8% rispetto al 2007 mentre il prezzo medio è sceso del 9,3%, dai 227,700 dollari del dicembre 2007 ai 206,500 dollari del Dicembre 2008. In diminuzione anche i mutui trentennali del 5,29%. La crescita della disoccupazione non aiuta certo la vendita di immobili.

Precipitano anche più di quanto previsto dalle stime degli analisti gli ordini di beni durevoli in dicembre. Wall Street si aspettava una diminuzione del 2% che è stata invece del 2,6%, portandola su base annua al 5,7% in meno rispetto al 2007.

Non ha invece inciso positivamente sui mercati l'approvazione da parte della Camera americana del pacchetto anticrisi di 819 miliardi voluto da Obama, segno che le borse guardano con scetticismo alla sua efficacia e non credono che le risorse messe a disposizione siano sufficienti a far uscire il Paese dalla crisi.

Nella versione che verrà messa ai voti al Senato, il pacchetto raggiungerà i 900 miliardi e garantirà fino a mille dollari di tagli fiscali alla maggioranza delle famiglie americane, un drastico aumento delle risorse destinate alla produzione di energia alternativa e destinerà oltre 300 miliardi in aiuti agli Stati federali per sviluppare l'edilizia scolastica, garantire assistenza sanitaria ai poveri e costruire ponti ed autostrade.

Tra i pessimisti, perplesso perchè Obama avrebbe concesso troppo ai repubblicani in termini di tagli fiscali riducendo così le risorse per la creazione di un sufficiente numero di nuovi posti di lavoro, c'è anche Paul Krugman che in questo video ci fa anche capire perchè molti di quelli che parlano di economia in certi dibattiti televisivi farebbero meglio a tacere.


La crisi e il fattore C
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


La banca centrale giapponese ha portato il costo del denaro dallo 0,3% allo 0,1%. Se la situazione non fosse drammatica questa decisione potrebbe apparire persino comica nella sua inutilità. Una tale manovra non fa che confermare l'impotenza dei banchieri centrali che dopo aver fatto il possibile e anche l'impossibile hanno esaurito ogni margine di manovra sui tassi. Ora non è rimasto che stampare moneta e distribuirla gratis. Cosa che si legge tra le righe delle dichiarazioni di Bernanke, il presidente della Fed, quando dice che la banca federale è ormai disposta a qualsiasi manovra per combattere recessione e deflazione, anche a comperare titoli sul mercato, il che equivale a stampare moneta, inondando di dollari i mercati.

In realtà Bernanke ha capito che il problema è avere un tasso di interesse reale troppo alto anche quando il tasso nominale è pari a zero. In questa situazione gli agenti economici preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Quindi in teoria la "corretta" risposta, è creare un'attesa di politiche inflattive che spingano il tasso reale verso il basso, come afferma la stessa Fed nel suo comunicato:

"The Committee recognizes that moderate inflation would be desirable under the present circumstances. In particular, the overall level of prices a decade hence should be about 30 percent higher than the price level today. The committee anticipates keeping the stance of monetary policy sufficiently accomodative to achieve that degree of inflation over the coming decade."

E' la risposta che Paul Krugman già nel 1999 proponeva come soluzione al problema della trappola della liquidità in un modello dinamico dove gli agenti economici prendono delle decisioni che riguardano non solo il presente ma anche il futuro. Come abbiamo già visto una trappola della liquidità può verificarsi se la crescita attesa dell' economia è negativa. In questo caso gli agenti economici tendono a risparmiare oggi per poter consumare maggiormente domani quando il reddito sarà più basso. Questo eccesso di risparmio può essere disincentivato e riequilibrato con una riduzione nel tasso di interesse reale.

Se il tasso di interesse nominale non può scendere occorre che il tasso di inflazione atteso sia positivo. Ecco quindi la proposta di Krugman, che all'epoca fu trattato come un pazzo: una politica monetaria attiva che generi aspettative di inflazione. La politica monetaria dovrebbe condurre l' economia a un tasso di deflazione pari al tasso di interesse reale d'equilibrio. Ma se il tasso d' interesse reale di equilibrio è negativo, l' economia avrebbe bisogno di un tasso d' inflazione positivo. Se i prezzi oggi non si muovono l' unica possibilità è che i prezzi crescano nel futuro e quindi che la politica monetaria attesa sia espansiva e in un certo senso irresponsabile.

Purtroppo se questi modelli teorici funzionano bene in astratto e se applicati su crisi già avvenute e di cui conosciamo quasi tutto, nella realtà economica entrano in gioco innumerevoli variabili ed incognite che rischiano di creare effetti imprevedibili, soprattutto in una situazione di crisi come quella attuale e di cui molti aspetti sono a noi sconosciuti e diversi anche rispetto a quanto avvenuto in crisi passate.

Bernanke e tutte le altre autorità monetarie mondiali e i responsabili di tutti i governi del pianeta rischiano di fare la fine degli apprendisti stregoni evocando dei mostri che potrebbero andare fuori controllo - come potrebbe essere una politica inflattiva - e causare danni ancora peggiori di quelli che ci potremmo aspettare. Purtroppo non resta che affidarci al fattore C. Che, ci spiace per Berlusconi che, quando è alticcio, vede rosso anche nella Fed, non sta per Comunista, ma per "sedere".


Frau Nein, la Signornò
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 dicembre 2008


L'uragano Madoff continua la sua corsa. Nella scala di intensità per ora lo possiamo catalogare nella categoria 3: molti tetti danneggiati, inondazioni sulle coste, molte abitazioni costiere distrutte. Nel caso, ci tornerò sopra nei prossimi giorni. Oggi l'argomento che mi intriga è un altro. Avevo già parlato qui degli interventi del Premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, che sottolineava la necessità per l'Europa di mettere in campo politiche economiche espansive e coordinate, accusando i leader dei paesi europei di fare come gli struzzi e in particolare la Germania di remare contro. Krugman ritorna sull'argomento sviluppandolo in un lungo editoriale sul New York Times dal titolo "European Crass Warfare" (Lo stupido conflitto europeo) che valeva la pena tradurre. Per i "secchioni", appassionati di matematica, c'è anche la dimostrazione algebrica.
 
Allora, ecco qual è la situazione: l'economia affronta il suo peggior crollo da decenni. La soluzione consueta a una crisi economica, tagliare i tassi di interesse, non funziona. Gli aiuti governativi su larga scala paiono l'unica strada percorribile per arrestare la caduta dell´economia.

C´è un problema però: i politici conservatori, aggrappandosi a un'ideologia totalmente superata e, forse, scommettendo (a torto) che i loro elettori siano relativamente ben preparati per uscire dalla tormenta, sbarrano il passo a questo tipo di intervento.

No, non sto parlando di Bob Corker, senatore della Nissan  - volevo dire del Tennessee - e dei suoi colleghi Repubblicani che la settimana scorsa hanno silurato il tentativo di far guadagnare tempo all'industria automobilistica statunitense. (Perché il piano è stato bloccato? Tra i senatori Repubblicani è circolata un'e-mail nella quale si dichiarava che negare un prestito all'industria automobilistica era un'opportunità per i repubblicani di "sparare il loro primo colpo contro la classe operaia organizzata").

Mi riferisco invece ad Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, e ai suoi leader dell'economia, diventati l'ostacolo maggiore che si frappone all´attuazione del tanto necessario intervento di salvataggio europeo.

Qui in America la crisi economica europea non desta molta attenzione, in quanto come è comprensibile siamo concentrati sui nostri problemi. Tuttavia, l´altra superpotenza  economica mondiale - America e Unione Europea hanno più o meno il medesimo Pil - è comprensibilmente nei guai tanto quanto noi.
 
I problemi più gravi stanno venendo a galla nelle periferie dell'Europa, dove molte economie minori stanno vivendo crisi che rievocano intensamente quelle che in passato hanno attanagliato l'America Latina e l'Asia: la Lettonia è un nuovo caso Argentina; l'Ucraina è una nuova Indonesia. Ma i problemi e i dispiaceri hanno raggiunto ormai le altre grosse economie dell'Europa occidentale: Gran Bretagna, Francia, Italia e la più grande di tutte, la Germania.
 
Come negli Stati Uniti, la politica monetaria - consistente nel tagliare i tassi di interesse nel tentativo di migliorare il quadro economico - sta rapidamente raggiungendo i suoi limiti. Questo comporta che l'unica strada per evitare il peggior tracollo dell´economia dalla Grande Depressione è un uso aggressivo della politica fiscale: aumentare la spesa o tagliare le tasse per rilanciare la domanda. Al momento tutti vedono chiaramente la necessità di un ampio stimolo fiscale pan-europeo.

Tutti, a esclusione dei tedeschi. Angela Merkel è diventata Frau Nein, la Signornò. Se ci sarà un piano di intervento per salvare l'economia europea, lei non intende prendervi parte, affermando a un meeting del suo partito che «non parteciperemo a questa insensata corsa ai miliardi».

La settimana scorsa Peer Steinbrueck, il ministro delle Finanze di Angela Merkel, si è spinto ancora oltre: non contento di essersi rifiutato di mettere a punto un serio programma di incentivi per il proprio Paese, ha oltretutto criticato i piani delle altre nazioni europee. In particolare, ha accusato la Gran Bretagna di abbandonarsi a un «crasso keynesianesimo».

I leader tedeschi paiono credere che la loro economia sia in buona forma e non necessiti di aiuti consistenti. Quasi sicuramente hanno torto. La cosa peggiore, tuttavia, non è l'errore di valutazione della loro situazione, ma il fatto che l'opposizione della Germania preclude all'Europa un approccio collettivo alla crisi economica.

Per comprendere il problema, si pensi che cosa accadrebbe se, per esempio, il New Jersey cercasse di rilanciare la propria economia con sgravi fiscali o opere pubbliche, senza che questo incentivo a livello statale faccia parte di un piano nazionale. Ovviamente, buona parte degli incentivi confluirebbe anche negli stati vicini, così che il New Jersey finirebbe col ritrovarsi con tutti i debiti mentre gli altri stati guadagnerebbero molti posti di lavoro se non la maggior parte.

Singolarmente, i Paesi europei sono in linea di massima nella medesima situazione. Ciascun governo che dovesse agire unilateralmente si troverebbe di fronte alla concreta possibilità di contrarre molti debiti senza creare molti posti di lavoro a livello interno.

Per l'economia europea nel suo complesso, nondimeno, questo tipo di perdita è un problema molto minore: due terzi delle importazioni medie dei Paesi membri dell'Unione Europea arrivano da altre nazioni europee, così che in un certo senso il continente nel suo complesso non è più dipendente dalle importazioni di quanto lo siano gli Stati Uniti. Questo significa che uno sforzo coordinato di incentivi, nel quale ciascun Paese potesse contare sul fatto che i propri vicini si stanno impegnando in sforzi analoghi, darebbe all'euro uno slancio molto maggiore di quello derivante da sforzi individuali non coordinati.

Non si può in ogni caso avere un impegno europeo coordinato se l'economia più grande d'Europa non soltanto rifiuta di parteciparvi, ma oltretutto getta discredito sui tentativi dei Paesi vicini di contenere la crisi.

Il forte "Nein" tedesco non durerà per sempre. La settimana scorsa Ifo, un illustre e stimato istituto di ricerche, ha messo in guardia che la Germania molto presto si troverà alle prese con la sua peggiore crisi economica dagli anni Quaranta. Se e quando ciò dovesse accadere, la Signora Merkel e i suoi ministri sicuramente rivedranno la loro posizione.

Ma in Europa, come negli Stati Uniti, il problema è il tempo. Nel mondo le economie stanno andando a fondo velocemente, mentre noi tutti aspettiamo che qualcuno, chiunque sia, ci offra un'efficace proposta politica. Quanti danni saranno fatti prima che arrivi finalmente quella risposta?


Krugman e l'Europa (2)
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 11 dicembre 2008


Parlavamo ieri dell'intervento del Premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, che sottolineava la necessità per l'Europa di mettere in campo politiche economiche espansive e coordinate, accusando i leader dei paesi europei di fare come gli struzzi e in particolare la Germania di remare contro.

Oggi il suo attacco è diretto e circostanziato facendo riferimento a una "straordinaria e straordinariamente deprimente" intervista a Newsweek con Peer Steinbrueck, ministro delle finanze tedesco.

L'economia mondiale è in una spaventosa picchiata, visibile ovunque, dice Krugman, eppure Steinbrueck è fermo contro qualsiasi iniziativa che vada nella direzione di misure fiscali straordinarie e censura Gordon Brown per il suo "grossolano Keynesianismo".

Secondo Krugman la natura della crisi, in combinazione con l'elevato grado di integrazione economica europea, in questo momento dà uno speciale ruolo strategico alla Germania in quanto prima potenza economica dell'Europa e Steinbrueck stà quindi facendo una notevole quantità di danni.

Il problema sarebbe questo: ci stiamo rapidamente avviando verso un mondo in cui le politiche monetarie non avranno più margini di manovra (i tassi della banca centrale negli Stati Uniti sono già pari a zero e a quasi zero arriveranno anche nell'eurozona) e perciò non rimarrà che la leva di una politica fiscale espansiva che però in Europa è davvero difficile da attuare a meno che non sia coordinata.

Il motivo è che l'economia europea è fortemente integrata: i paesi europei spendono in media circa un quarto del loro PIL per scambi commerciali tra di loro. Poiché le importazioni tendono a salire o scendere più rapidamente del PIL nel corso di un ciclo economico, questo probabilmente significa che qualcosa come il 40 per cento di ogni cambiamento della domanda finale "fugge" oltre le frontiere europee. Il risultato è che il moltiplicatore della politica fiscale in un singolo paese europeo è di molto inferiore al moltiplicatore di una politica fiscale espansiva coordinata. E significa anche che il rapporto tra deficit e sostegno all'economia in periodi di crisi è molto meno favorevole per ogni paese singolarmente preso piuttosto che per un'Europa che si muovesse come un unico paese.

Si tratta, in breve, di un classico esempio del tipo di situazione in cui il coordinamento delle politiche è fondamentale, ma non ci sarà nessun coordinamento se i responsabili politici della più grande economia europea continueranno a rifiutarsi di andare avanti. E se la Germania impedisce una risposta europea efficace, questo si aggiungerà pesantemente alla gravità della recessione globale.

C'è un enorme effetto moltiplicatore al lavoro; purtroppo, conclude Krugman ironicamente, ciò che si sta facendo è moltiplicare l'impatto della attuale stupidità del governo tedesco.

Non è un caso, aggiungo io, che ultimamente Berlusconi e Tremonti su molte questioni dimostrino una  forte sintonia con la Germania. Gli ultimi liberisti stupidi sopravvissuti.


Krugman e l'Europa
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 dicembre 2008


Paul Krugman, in Svezia per ritirare il premio Nobel per l'economia (leggi qui il nostro precedente post e guarda qui la sua conferenza), sottolinea che in un momento in cui c'è una disperata necessità di mettere in campo politiche economiche espansive i leader dei paesi forti dell'Europa sembrano avere la testa sotto la sabbia.

L'economista di Princeton sottolinea la gravità di questo problema: le politiche fiscali della Francia, ad esempio,  potrebbero avere risultati negativi per l'occupazione magari di Germania e Italia piuttosto che effetti positivi per la stessa Francia. Ci sarebbe dunque urgente bisogno di politiche coordinate. Invece ciascuno dei grandi dell'Europa va per conto suo, in particolare la Germania.

Krugman mette a fuoco quello che, più che i piani e le risorse messe in campo dai singoli paesi, rappresenta IL PROBLEMA, il rischio che, nonostante ogni sforzo, l'Europa non sia in grado di far fronte alla crisi e possa implodere su se stessa facendo saltare il sistema dell'euro che fino ad oggi aveva evitato la bancarotta ai paesi più deboli, club in cui l'Italia corre il rischio di essere iscritta ad honorem.

La coscienza di un liberal
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 8 dicembre 2008


Il piano di salvataggio per l'economia arriva in ritardo. Ne è convinto Paul Krugman, vincitore del premio Nobel 2008 per l'Economia, oggi a Stoccolma per ritirare il suo premio.

Secondo l'economista liberal i politici sono probabilmente troppo lenti per affrontare la crisi finanziaria globale, ma accoglie con favore la scelta fatta da Barack Obama per il segretario del Tesoro.

Krugman dubita che il settore automobilistico Usa sopravviverà a lungo termine, ma pensa che ce la farà nel breve termine. L'economista ritiene che i meccanismi per realizzare un salvataggio dell'economia mondiale non siano semplici. Il ritmo con il quale le cose stanno peggiorando è così elevato che è molto difficile trovare le misure per il salvataggio.

"Anche con la miglior comprensione possibile non potrebbero trovarsi abbastanza velocemente da evitare una grande quantità di danni - ha aggiunto Krugman - sono molto preoccupato da come potrebbe essere il prossimo anno".

"La crescita dei profitti è stata una potente forza sulla quale si è forgiata l'economia mondiale. Questa forza è possibile che sia effettivamente in declino. Ma questo declino è un elemento chiave per capire molto di ciò che sta accadendo nel mondo oggi."

Potete trovare le slide della sua conferenza tenuta questa mattina a Stoccolma qui, mentre il video del suo intervento sarà disponibile nelle prossime ore in questa pagina.



Una splendida vittoria
post pubblicato in Barack Obama, il 5 novembre 2008


Una splendida vittoria per Barack Obama. Una splendida vittoria della speranza.

In queste ore dilagano fiumi di retorica e tutti si scoprono obamiani, persino Berlusconi, che anzi ci vorrà far credere che Obama è berlusconiano. Non aggiungerò il mio inutile commento a questo diluvio di parole, chiudendo invece con quello ben più autorevole di un premio Nobel, Paul Krugman.

"Tenete a mente che la battaglia elettorale, nelle sue fasi finali, è stato davvero tra due diverse filosofie di governo. Questa non è stata come la campagna del 2004, combattuta essenzialmente su un inganno: Bush che corre sulla sicurezza nazionale e le questioni sociali, per poi sostenere che aveva il mandato di privatizzare la Sicurezza Sociale.

In queste elezioni, Obama ha difeso con orgoglio i valori progressisti e la superiorità delle politiche progressiste; John McCain, a sua volta, l'ha accusato di essere un socialista, un ridistributore. E il popolo americano ha dato il suo verdetto. Ora inizia il lavoro."




Le immagini della vittoria




La festa a Chicago


Supporter di McCain


La festa a Grant Park (Chicago)




New York, Times Square


New York, Harlem


Chicago




il reverendo Jesse Jackson


Chicago


New York


Clicca sulla mappa per i dettagli e gli aggiornamenti

Destini incrociati
post pubblicato in Barack Obama, il 1 novembre 2008


Un dubbio amletico aleggia nei media e sulla stampa a stelle e strisce in questi ultimi giorni di campagna elettorale. La domanda è: a cosa assomiglierà il Partito repubblicano dopo le elezioni, premesso che McCain non eviti la sconfitta?

A cimentarsi nell'ardua previsione questa volta non è l'indovino per eccellenza, Karl Rove, che dalle colonne dell'autorevole Wall Street Journal ci tartassa quotidianamente con sconfortanti predizioni a cui nessuno presta fede, peggio che se provenissero da Cassandra in persona. Alcuni titoli: "Un viaggio freudiano nello Studio ovale", "Non fatevi condizionare dai sondaggi", "Il tema delle tasse funziona ancora", "Una predizione sulla Obamaconomics", "Obama non ha ancora vinto" e poi i due stupefacenti e iettatori vaticini, "Sarah Palin potrebbe fare la differenza" e soprattutto "Obama non può vincere contro la Palin". Per inciso, l'oracolo Rove ha ragione sul fatto che la Palin sta facendo la differenza, ma in negativo, visto che tutti i sondaggi degli ultimi giorni dicono che il 60% degli americani ritiene la Palin "inadeguata" e che la scelta della governatrice dell'Alaska come vicepresidente ha penalizzato non poco il vecchio McCain.

Ma torniamo alla domanda iniziale. Questa volta prova a rispondere dal New York Times, Paul Krugman, che, da economista qualificato e medagliato qual è, supporta la sua risposta con la forza dei numeri e l'aiuto di una vera autorità in previsioni, Larry Sabato, della University of Virginia's Center for Politics. Secondo le "matematiche" proiezioni di Sabato i repubblicani perderebbero al Senato 7 o 8 seggi con i democratici che salirebbero a 58-59 e i senatori dell'elefantino ridotti a 41 o 42. Alla Camera numeri ancora più impietosi: i repubblicani perderebbero tra i 26 e i 35 seggi che andrebbero a beneficio dei democratici che consoliderebbero così la loro maggioranza passando a 262-271 deputati contro i 164-173 dei repubblicani.

Dice Krugman che sicuramente, in base a queste proiezioni, almeno 15 dei repubblicani attualmente in carica perderanno il loro seggio. Alcuni di questi che verranno rimpiazzati sono di estrema destra ma - continua l'economista - "se ho fatto bene i miei calcoli", 10 dei 15 sono di centro-sinistra considerato che, secondo gli standard interni del partito, sono ritenuti "relativamente moderati". Il quadro è evidente. La sinistra interna sarà sempre meno rappresentata e questo sposterà ancor più a destra l'asse del partito repubblicano che perderà ulteriormente ogni rapporto con il resto del paese. Esiste già una "distacco repubblicano" dal paese in termini di percezione politica; questo allontanamento si rafforzerà con il ricambio del personale politico. Possiamo dire - conclude Krugman - che il Partito Repubblicano non sarà più un partito di tutta la nazione.


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