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in Italia è sempre tempo di elezioni
Bisogna saper perdere
post pubblicato in Barack Obama, il 6 novembre 2008


Secondo Karl Rove, capo di gabinetto del governo Bush fino all'agosto dello scorso anno, e ora commentatore e oracolo politico dalle colonne del Wall Street Journal, fondamentalmente sono stati quattro i fattori che hanno determinato il trionfo di Barak Obama: la fortuna, le circostanze, una campagna elettorale giocata su temi bipartizan e condita da speranza e ottimismo ad effetto (non lo dice ma possiamo riassumere tutto il concetto con la parola 'demagogia') e il consenso plebiscitario dei giovani. Insomma il destino cinico e baro e una propaganda che ha colpito le deboli menti di questi eterni bambini - per spirito o anagrafe - che sono gli americani.

Non lo sfiora l'idea che la spiegazione dell'ondata anti repubblicana forse farebbe meglio ad andare a cercarla in casa sua e in un partito a pezzi, distrutto da otto anni di amministrazione Bush, costretto ad affidarsi ad un falso eroe da baraccone e una ridicola e incompetente vice venuta dai ghiacci per fare fronte alla peggior crisi politica ed economica degli Stati Uniti dai tempi della Grande Depressione. Non c'è da arrampicarsi sugli specchi imprecando alla sfortuna o contro il gioco avversario per capirlo. Scemo!

Destini incrociati
post pubblicato in Barack Obama, il 1 novembre 2008


Un dubbio amletico aleggia nei media e sulla stampa a stelle e strisce in questi ultimi giorni di campagna elettorale. La domanda è: a cosa assomiglierà il Partito repubblicano dopo le elezioni, premesso che McCain non eviti la sconfitta?

A cimentarsi nell'ardua previsione questa volta non è l'indovino per eccellenza, Karl Rove, che dalle colonne dell'autorevole Wall Street Journal ci tartassa quotidianamente con sconfortanti predizioni a cui nessuno presta fede, peggio che se provenissero da Cassandra in persona. Alcuni titoli: "Un viaggio freudiano nello Studio ovale", "Non fatevi condizionare dai sondaggi", "Il tema delle tasse funziona ancora", "Una predizione sulla Obamaconomics", "Obama non ha ancora vinto" e poi i due stupefacenti e iettatori vaticini, "Sarah Palin potrebbe fare la differenza" e soprattutto "Obama non può vincere contro la Palin". Per inciso, l'oracolo Rove ha ragione sul fatto che la Palin sta facendo la differenza, ma in negativo, visto che tutti i sondaggi degli ultimi giorni dicono che il 60% degli americani ritiene la Palin "inadeguata" e che la scelta della governatrice dell'Alaska come vicepresidente ha penalizzato non poco il vecchio McCain.

Ma torniamo alla domanda iniziale. Questa volta prova a rispondere dal New York Times, Paul Krugman, che, da economista qualificato e medagliato qual è, supporta la sua risposta con la forza dei numeri e l'aiuto di una vera autorità in previsioni, Larry Sabato, della University of Virginia's Center for Politics. Secondo le "matematiche" proiezioni di Sabato i repubblicani perderebbero al Senato 7 o 8 seggi con i democratici che salirebbero a 58-59 e i senatori dell'elefantino ridotti a 41 o 42. Alla Camera numeri ancora più impietosi: i repubblicani perderebbero tra i 26 e i 35 seggi che andrebbero a beneficio dei democratici che consoliderebbero così la loro maggioranza passando a 262-271 deputati contro i 164-173 dei repubblicani.

Dice Krugman che sicuramente, in base a queste proiezioni, almeno 15 dei repubblicani attualmente in carica perderanno il loro seggio. Alcuni di questi che verranno rimpiazzati sono di estrema destra ma - continua l'economista - "se ho fatto bene i miei calcoli", 10 dei 15 sono di centro-sinistra considerato che, secondo gli standard interni del partito, sono ritenuti "relativamente moderati". Il quadro è evidente. La sinistra interna sarà sempre meno rappresentata e questo sposterà ancor più a destra l'asse del partito repubblicano che perderà ulteriormente ogni rapporto con il resto del paese. Esiste già una "distacco repubblicano" dal paese in termini di percezione politica; questo allontanamento si rafforzerà con il ricambio del personale politico. Possiamo dire - conclude Krugman - che il Partito Repubblicano non sarà più un partito di tutta la nazione.


Repubblicani, salvate il soldato Obama!
post pubblicato in Barack Obama, il 20 ottobre 2008


L'appoggio dell'ex Segretario di Stato, il repubblicano Colin Powell, è l'ultimo segnale delle divisioni in campo repubblicano. Il suo endorsement per Barak Obama arriva dopo una serie di prese di posizioni di intellettuali repubblicani critici con la campagna elettorale del senatore McCain. "Il Republican Party è a pezzi. E' completamente, assolutamente a pezzi" afferma Mark Corallo, Repubblicano conservatore nonchè consulente in strategie politiche.

La scorsa settimana, il conduttore di un popolare talk-show di una radio, il conservatore Michael Smerconish, ha dichiarato il suo appoggio per il senatore Obama, così come ha fatto il commentatore conservatore Christopher Buckley, figlio di William F. Buckley, fondatore  della National Review. Addirittura il Chicago Tribune ha dato il suo appoggio al Sen. Obama, sempre la scorsa settimana, la prima volta che il giornale abbia fatto un endorsement per un candidato Democratico nei suoi 161 anni di storia.

Altri senatori repubblicani hanno denunciato nei giorni scorsi e chiesto l'immediata sospensione della campagna ormai apertamente razzista del duo McCain-Palin che è arrivata al punto di attaccare Obama con telefonate agli elettori nelle quali il senatore dell'Illinois viene definito un complice dei terroristi, mentre la "graziosa nullità" venuta dall'Alaska è arrivata al punto di apostrofarlo con un "tornatene in Africa, terrorista rosso".

Quello che molti repubblicani moderati disapprovano della campagna di Mc Cain è la sua deriva verso destra e l'inconsistenza dei suoi argomenti e degli attacchi rivolti al suo avversario e soprattutto "quella offensiva nullità che ha scelto come vice presidente sperando di attirare le donne, la reginetta di bellezza Sarah Palin" come spiega Vittorio Zucconi in questo memorabile articolo.

Non è dato sapere l'effetto che queste divisioni produrranno sull'esito della contesa elettorale. Quel che è certo è il distacco che ha ripreso ad allargarsi a favore di Obama nei sondaggi tra i due candidati e l'entusiasmo e le speranze che suscita il giovane senatore afro-americano, l'unico candidato che promette all'America ciò di cui ha disperatamente bisogno dopo 8 anni di Bush: il cambiamento di generazione.
(Nella foto il comizio di Obama a Saint Louis, in Missouri)



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permalink | inviato da meltemi il 20/10/2008 alle 11:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Biden vs Palin
post pubblicato in Barack Obama, il 3 ottobre 2008


Onore delle armi a Joe Biden da parte di Vittorio Zucconi: "il senatore è tornato a casa con le macchie di rossetto e l'impronta sui calzoni dei dentini della pit bull".

"I registi della campagna democratica lo avevano condannato a non essere se stesso, a non cadere nelle infantili provocazioni che la Ginger del vecchio Fred repubblicano gli avrebbe lanciato, a non essere paternalista, maschilista, logorroico, passionale, sarcastico, tutte le cose che lui è."

"Il risultato è che la diligente scolaretta che ripeteva frasi fatte e lo sfotticchiava con l'aria studiata della birichinetta, è apparsa più spontanea di lui, che invece sapeva di che parlava. Il volto gli si contraeva in una sorta di smorfia quando ascoltava le garrule vacuità della Palin, ma gli ordini di scuderia erano come briglie di acciaio: non fare nulla che possa offendere le donne e spingerle alla solidarietà di genere attorno alla governatrice dell'Alaska, perché senza il voto delle donne, nessun candidato democratico può mai vincere."

"Si poteva avere comprensione per la sua sofferenza di autentico specialista di politica estera nell'ascoltare l'altra storpiare i nomi di Iraq e Iran pronunciandoli alla burina Ai-rak e Ai-Ran, riprendere il vezzo di Bush di pronunciare "nucular" anziché "nuclear" o confondere il nome del nuovo comandante americano in Afghanistan, McKiernan con il generale nordista della Guerra Civile McClellan (1861). Ma non sono gli storici, i professori, gli studenti di dottorato, i consiglieri d'ambasciata o i mezzibusti televisivi a decidere la elezioni, sono coloro che pronunciano Ai-rak e "nucular" come lei e che bevono le sei lattine di birra che lei esalta come simbolo della americanità profonda."

In fondo c'è poco da sfottere gli Americani se da noi, a rappresentare la nostra italianità, abbiamo Berlusconi.



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permalink | inviato da meltemi il 3/10/2008 alle 10:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Porky
post pubblicato in Diario, il 11 settembre 2008


"Si può anche dare il rossetto a un maiale, ma resta pur sempre un maiale, si può anche avvolgere un pesce vecchio in un foglio di giornale e chiamarlo cambiamento, ma dopo otto anni continuerà a puzzare. Ne abbiamo avuto abbastanza". Un giudizio quello di Barak Obama nei confronti degli avversari repubblicani che il candidato democratico ha dovuto puntualizzare, viste le reazioni sdegnate dei sostenitori della Palin (che si era definita un pit-bull col rossetto), chiarendo che l'allegoria non era riferita alla governatrice dell'Alaska ma alla politica dei repubblicani. Nessuna protesta invece da parte dei maiali per l'accostamento alla Palin.

Nel nostro Paese c'è un maggior rispetto per il nobile suino. Sempre graditi e considerati dalla Lega come le vacche sacre dagli Indù, tanto da intitolargli leggi elettorali ideate dai propri dirigenti, vengono ora anche amorevolmente sponsorizzati nella campagna anti-musulmana lanciata oggi dal Giornale di Berlusconi a tutta pagina. Apprendiamo così che insieme ad una serie di iniziative odiosamente razziste e xenofobe e sostenute da larga parte della popolazione (a dar retta al succitato quotidiano, che però ci sembra soprattutto molto interessato a buttare benzina sul fuoco), va molto di moda la passeggiata con maiale al guinzaglio davanti alle moschee del nord-est.

Il Giornale non ci rivela la provenienza del suino, sicuramente di pura razza padana, nè se ci siano legami di parentela con altri famosi suini leghisti (vedi foto sotto). In compenso ironizza molto (con gigantografia di Romano Prodi a centro pagina) sull'incarico, conferito da Ban Ki-Moon all'ex presidente del consiglio, di coordinatore degli interventi di peacekeeping in Africa gestiti dall’Unione Africana su mandato dell’Onu, osservando che per il momento invece Veltroni non parte per l'Africa ma rimane a casa. Che sia l'anticipo di una prossima campagna berlusconiana a favore del ripristino del confino per gli oppositori?


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