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in Italia è sempre tempo di elezioni
Le Big 4 verso la nazionalizzazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 febbraio 2009


Un dilemma attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato, all'epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l'argomento con dei dati. Uno studio dell'autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l'ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall'effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla "cultura" americana dall'amministrazione Obama che, in realtà è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le perplessità della politica e l'estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo "stress test" - la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro - mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l'intervento pubblico.



We can't?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 febbraio 2009


Buona parte delle speranze del mondo di uscire presto dalla crisi economica sono riposte nelle mani dell'America. Per questo anche in Europa si guarda con attenzione a quanto avviene sull'altra sponda dell'Atlantico.

Barack Obama ha avuto più o meno quanto chiedeva, quasi 800 miliardi di dollari con la maggior parte dei soldi stanziati per la spesa, piuttosto che nei tagli fiscali. Dobbiamo dunque festeggiare come una grande vittoria l'approvazione del pacchetto di stimoli economici?

Forse no, perchè questi non sono tempi normali da misurare con i criteri normali della politica e la vittoria di Obama ha un pò il sapore amaro della sconfitta. Ad affermarlo non è un suo avversario ma un suo autorevole sostenitore, il Premio Nobel per l'economia Paul Krugman. Seguiamo il suo ragionamento.

Il disegno di legge sembra uno stimolo utile ma insufficiente, soprattutto se combinato con un deludente piano per il salvataggio delle banche. E la lotta politica ha reso una sciocchezza il sogno Obamiano di superare le divisioni.

Ci si sarebbe aspettati che i repubblicani agissero almeno un pò più moderatamente in questi primi giorni di amministrazione Obama, sia in seguito alla loro disfatta elettorale che per la debacle economica degli ultimi otto anni.

Ma è ormai chiaro che gli istinti primordiali del partito repubblicano- rinforzati, in parte, da gruppi di pressione che sono pronti a cimentarsi nella prima sfida contro gli "eretici" - sono più forti che mai.

Sia al Congresso che al Senato, la stragrande maggioranza dei repubblicani si è mobilitata dietro la convinzione che la risposta adeguata al misero fallimento della politica dei tagli fiscali dell'amministrazione Bush sia una politica con ancor più tagli fiscali.

E la retorica risposta dei conservatori al piano Obama, il cui costo, è bene tenere a mente, è significativamente inferiore sia ai 2 mila miliardi di tagli fiscali dell'amministrazione Bush che ai 1.000 miliardi spesi in Iraq - ha debordato nella follia.

E' un "furto generazionale ", ha detto il senatore John McCain, pochi giorni dopo il voto per i tagli fiscali che sarebbero costati, nel corso dei prossimi dieci anni, circa quattro volte tanto.

E' "distruggere il futuro delle mie figlie. E' come guardare seduto la mia casa saccheggiata da una banda di criminali", ha detto Arnold Kling del Cato Institute.

E il livello del dibattito politico, è importante perché solleva dubbi circa la capacità dell'amministrazione Obama di chiedere un rifinanziamento del pacchetto se, come sembra probabile, si rivelerà inadeguato.

Per quanto Obama abbia ottenuto più o meno quello che ha chiesto, quasi certamente non ha chiesto abbastanza. Siamo probabilmente di fronte alla peggiore crisi dopo la Grande Depressione. La Commissione Bilancio del Congresso, che di solito non ricorre ad esagerazioni, prevede che nei prossimi tre anni ci saranno 2,9 mila miliardi di dollari di divario tra ciò che l'economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produrrà. E 800 miliardi, anche se suona come un sacco di soldi, non è affatto sufficiente a colmare tale divario.

Ufficialmente, l'amministrazione insiste sul fatto che il piano sia sufficiente alle necessità dell'economia. Ma pochi economisti concordano. Ed è opinione diffusa che considerazioni di carattere politico hanno portato a un piano che è più debole e contiene più tagli fiscali di quanti avrebbe dovuto contenerne e che Obama ha compromesso il piano nella speranza di ottenere un ampio sostegno bipartisan. Abbiamo appena visto quale successo abbia raccolto.

Ora, le possibilità che lo stimolo fiscale sia adeguato sarebbero state superiori se fosse stato accompagnato da un efficace piano di salvataggio finanziario, che scongelasse il mercato del credito e rimettesse il denaro di nuovo in circolazione. Ma il tanto atteso e annunciato piano dell'amministrazione Obama su questo fronte, anch'esso arrivato questa settimana, è atterrato con un sordo tonfo.

Il piano delineato da Tim Geithner, il segretario del Tesoro, non è malvagio, per la verità. Il problema invece è che è vago. Esso lascia tutti nell'incertezza su dove l'amministrazione stia davvero andando. La partnership tra pubblico e privato alla fine sarà un modo celato di salvare i banchieri a spese dei contribuenti? Oppure il necessario "stress test" agirà come porta di servizio per una nazionalizzazione temporanea delle banche (la soluzione preferita da un numero crescente di economisti, Krugman compreso)? Nessuno lo sa.

Finora la risposta alla crisi economica dell'amministrazione Obama ricorda troppo il Giappone degli anni '90: un'espansione fiscale grande abbastanza per evitare il peggio, ma non abbastanza per avviare la ripresa; sostegno al sistema bancario, ma una certa riluttanza nel costringere le banche a far fronte alle loro perdite. Sono ancora i primi giorni, ma stiamo già andando fuori strada.

Non so voi, - dice Paul Krugman - ma ho come una sensazione di vuoto allo stomaco - la sensazione che l'America non stia reagendo adeguatamente alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni. Possono anche non mancare le migliori intenzioni, ma sembra che esse siano predisposte in maniera allarmante verso le mezze misure. E il peggio è, come sempre, che esse sono piene di passionalità, ignare del grottesco fallimento della loro dottrina nella pratica.

C'è ancora tempo per tornarci sopra. Ma Obama deve essere più forte in futuro. In caso contrario, il verdetto su questa crisi non potrà che essere, non possiamo. We can't.



Lemon socialism
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 31 gennaio 2009


Continua ad infuriare la polemica sull'annunciato progetto Geithner, il nuovo Segretario del Tesoro americano, di costituire una bad bank che dovrebbe assorbire gli asset tossici delle banche a stelle e strisce, il tutto a spese dei contribuenti.

Banchieri ed azionisti ovviamente esultano e la sinistra democratica tace e resta a guardare lo spettacolo da due o tre mila miliardi messo in piedi per, dicono, salvare il mondo, ma è difficile dare torto a voci di economisti come Luigi Zingales e Paul Krugman che mettono in evidenza limiti, contraddizioni e rischi di questa operazione, non solo per la credibilità dello stesso Obama ma anche per l'economia di mercato.

Perché un Governo che doveva portare al cambiamento più radicale sembra ripetere gli errori fatali dell'esecrata amministrazione Bush? Perché cambia il Governo ma non cambia la pressione lobbistica, con buona grazia delle nuove regole introdotte da Barack Obama, si chiede e si risponde Luigi Zingales, che aggiunge:

Questa volta la chiamano "bad bank" o "aggregator bank", ma altro non è che il Tarp prima maniera ideato dall'ex segretario al Tesoro Henry Paulson: un modo per scaricare sul contribuente le perdite delle banche.

Non indennizzare le perdite a spese dei contribuenti non è solo un problema fiscale (il costo è astronomico) o di giustizia sociale (si tratta di una redistribuzione dai più poveri ai più ricchi), ma soprattutto di efficienza economica. Quando si spezza il principio di responsabilità (chi si assume il rischio riceve i guadagni ma anche assorbe le perdite), l'economia di mercato perde la sua ragion d'essere.

L'idea, dice il premio nobel per l'economia, Paul Krugman, potrebbe funzionare. Ma sia chiaro di cosa si tratta. Si tratta di "lemon socialism", puro e semplice: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Socialismo e debiti delle banche pagati dai più poveri, capitalismo e profitti per pochi, banchieri e ricchi. In nome della salvezza di tutti. E' davvero questo il meglio che possiamo fare?

Nota: Leggete anche questo articolo di Luigi Zingales


Tim Geithner

In attesa del lancio di Hankie Pankie II
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 gennaio 2009


E' durato appena lo spazio di una notte il rally delle borse sull'onda delle indiscrezioni sulla creazione di una Bad Bank (già soprannomminata Hankie Pankie II) che dovrebbe acquisire i titoli tossici in carico alle maggiori banche americane. In attesa di sapere se davvero Obama si arrenderà senza condizioni ai banchieri di Wall Street il mercato si deprime sugli ultimi dati macroeconomici negativi sfornati dalle Agenzie federali.

Rivisto in rialzo di altre 3.000 unità il numero dei lavoratori che richiedono su base settimanale il sussidio di disoccupazione portando a 388.000 quelli previsti su base mensile e a 4.776.000 il numero dei disoccupati iscritti su base annua, dati che abbiamo visto andranno tutti corretti per difetto nei prossimi mesi. Sottolineo che stiamo parlando di nuovi disoccupati e non di quelli che lo sono da lungo tempo nè sono ricompresi nei dati quei molti lavoratori che non si iscrivono alle liste.

Le vendite di nuove case (vedi anche questo dettagliato post) sono diminuite del 14,7% su base mensile e del 44,8% rispetto al 2007 mentre il prezzo medio è sceso del 9,3%, dai 227,700 dollari del dicembre 2007 ai 206,500 dollari del Dicembre 2008. In diminuzione anche i mutui trentennali del 5,29%. La crescita della disoccupazione non aiuta certo la vendita di immobili.

Precipitano anche più di quanto previsto dalle stime degli analisti gli ordini di beni durevoli in dicembre. Wall Street si aspettava una diminuzione del 2% che è stata invece del 2,6%, portandola su base annua al 5,7% in meno rispetto al 2007.

Non ha invece inciso positivamente sui mercati l'approvazione da parte della Camera americana del pacchetto anticrisi di 819 miliardi voluto da Obama, segno che le borse guardano con scetticismo alla sua efficacia e non credono che le risorse messe a disposizione siano sufficienti a far uscire il Paese dalla crisi.

Nella versione che verrà messa ai voti al Senato, il pacchetto raggiungerà i 900 miliardi e garantirà fino a mille dollari di tagli fiscali alla maggioranza delle famiglie americane, un drastico aumento delle risorse destinate alla produzione di energia alternativa e destinerà oltre 300 miliardi in aiuti agli Stati federali per sviluppare l'edilizia scolastica, garantire assistenza sanitaria ai poveri e costruire ponti ed autostrade.

Tra i pessimisti, perplesso perchè Obama avrebbe concesso troppo ai repubblicani in termini di tagli fiscali riducendo così le risorse per la creazione di un sufficiente numero di nuovi posti di lavoro, c'è anche Paul Krugman che in questo video ci fa anche capire perchè molti di quelli che parlano di economia in certi dibattiti televisivi farebbero meglio a tacere.


La bad bank fa volare le borse
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 28 gennaio 2009


La notizia relativa all’intenzione di creare una bad bank, di cui vi ho già parlato qui e qui, e  destinata ad accogliere le decine di migliaia di miliardi di dollari di titoli tossici che pesano sui bilanci delle banche americane, ha messo le ali alle quotazioni delle superstiti maggiori banche statunitensi con rialzi generalmente a due cifre che si sono estesi anche alle azioni delle principali banche europee. Scrive Marco Sarli:

Si tratta per il momento soltanto di un annuncio e non sono per il momento disponibili informazioni né sulle tecnicalità che verranno adottate, né, tantomeno, sullo scottantissimo tema del prezzo al quale verranno acquistati dalle sempre più traballanti banche, anche perché l’ultima mega transazione raggiunta da John Thain per conto di Merrill Lynch prevedeva uno sconto del 78 per cento sul valore nominale dei titoli tossici, un prezzo che, peraltro, era accompagnato dal pressoché integrale finanziamento dell’esborso dell’acquirente e di una clausola di riacquisto ove il prezzo di mercato fosse ulteriormente crollato!

Però qualcosa è stato già anticipato dalle agenzie e da quel poco che si sà è già possibile fare qualche considerazione, anche se forse un pò prematura.

Gli asset saranno acquistati ad un prezzo superiore al loro valore reale e rimarranno nella bad bank fino alla loro scadenza. Se viceversa, il governo dovesse pagare meno che il valore al quale i titoli tossici sono contabilizzati, allora la Banca emetterebbe azioni che il governo sottoscriverebbe. Comunque la si giri è un grosso regalo alle banche e a Wall Street a spese dei contribuenti americani che tireranno fuori dalle tasche migliaia di miliardi di dollari.

Se le cose stessero davvero così, sic et simpliciter, Obama dimostrerebbe purtroppo di essere non il presidente di tutti gli americani, ma di essere un Presidente ostaggio dei banchieri e del potere finanziario. Sarebbe la fine dell'ultimo sogno.


Armi di disinformazione di massa
post pubblicato in Barack Obama, il 26 gennaio 2009


Scriveva Paul Krugman il 25 dicembra nel suo editoriale per il NYT che "il team di Obama dovrà fronteggiare l'opposizione politica che si appiglierà ad ogni segnale di corruzione od abuso - o li inventerà, se necessario - nel tentativo di screditare il programma dell'amministrazione".

Un assaggio di quel che aspetta il nuovo presidente e il suo team è la montatura che Fox News ha costruito in questi giorni distorcendo sfacciatamente ed estrapolandole dal loro contesto alcune dichiarazioni di Robert Reich, consigliere economico di Obama, a proposito del pacchetto di stimoli economici preparato dal governo.

Per diversi giorni, nelle rispettive trasmissioni di Fox News di cui sono ospiti o conduttori, i famosi mezzibusti americani Michelle Malkin, Sean Hannity e Rush Limbaugh hanno affermato o suggerito che Robert Reich, parlando ad un Forum, avrebbe proposto che dai posti di lavoro creati dal pacchetto di stimoli economici dovessero essere esclusi i maschi bianchi.

In realtà Reich ha ripetutamente dichiarato di sostenere un piano di stimoli che "includa le donne e le minoranze, e i disoccupati di lungo termine" in aggiunta ai lavoratori bianchi professionalmente preparati, non che fosse ad esclusione di questi.

Non sono servite le documentate repliche di Reich a fermare Fox News e la sua tesi propagandistica e ridicola che accusa Obama di razzismo nei confronti dei lavoratori di pelle bianca. Il metodo usato è quello in voga presso le destre ad ogni latitudine: spargi la quotidiana dose di veleni, inventati qualcosa che colpisca gli elettori nella pancia, che provochi reazioni di egoismo, rabbia e paura. Per le smentite c'è sempre tempo.


il ballo del bailout
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 23 gennaio 2009



Riuscirà Obama a non inciampare nel ballo del Bailout?

Nonostante l'ottimismo di molti economisti e dei governi, molti dei quali la davano già per superata, - soprattutto da parte di chi non si rende conto o fa finta di non vedere che ci troviamo di fronte al fallimento di un sistema - non si vede ancora il fondo della crisi delle banche, anzi non passa giorno che non arrivino notizie di ulteriori perdite, svalutazioni, nuovi potenziali fallimenti.

Assume così un certo rilievo la discussione che si è aperta tra politici ed economisti americani, discussione che prima o poi arriverà anche da noi e in parte è già anticipata da quanto sta avvenendo in Gran Bretagna con RBS, Barclays e HSBC, sull'efficacia del modello attraverso il quale è stata erogata la prima trance del piano di salvataggio che tutti ormai conoscono come TARP.

La discussione è tutt'altro che accademica visto che c'è da decidere come utilizzare la seconda trance di altri 350 miliardi di dollari e il tempo stringe. L'idea di regalare centinaia di miliardi alle banche non sembra aver sortito gli effetti desiderati, anzi il TARP si è dimostrato solo un buco nero che ha inghiottito tutto. Soprattutto non ha risolto il problema che è all'origine del default del sistema finanziario e cioè le migliaia di miliardi di dollari di spazzatura tossica ancora nella pancia delle banche, come stanno a dimostrare le recenti e ingenti perdite di Bank of America e Citigroup.

L'unica soluzione efficace sarebbe, senza tanti giri di parole, quella di nazionalizzare temporaneamente le banche, ma questa parola nel paese del liberismo sembra impronunciabile ed ecco fiorire la proposta, ancora non espressa in un piano del governo, di creare una bad bank pubblica che assorba tutta la spazzatura tossica. Per comprendere bene i termini della questione non c'è niente di meglio di questo chiarissimo articolo, Wall Street Voodoo, di Paul Krugman, premio Nobel 2008 per l'economia, uno dei pochi ad aver il coraggio di pronunciare quella parola impronunciabile nel paese a stelle e strisce: nazionalizzazione. Quella che segue è la mia traduzione.

* * * * *

 Il vecchio voodoo economico - la credenza nelle virtù magiche dei tagli fiscali - è stato bandito dal dibattito civile. Il culto della teoria secondo cui la riduzione delle tasse ai ceti più abbienti incrementa gli investimenti si è ridotta a tal punto che essa interessa solamente gli eccentrici, i ciarlatani e i Repubblicani.

Tuttavia recenti notizie giornalistiche suggeriscono che molte persone influenti, inclusi i dirigenti della Federal Reserve, le autorità di controllo bancarie e addirittura membri dell'entrante amministrazione Obama, sono diventati devoti di un nuovo genere di voodoo: la credenza che eseguendo elaborati rituali finanziari sia possibile far camminare delle banche defunte.

Per spiegare il problema, fatemi descrivere la posizione di un'ipotetica banca che chiamerò Gothamgroup, o Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata - diciamo 400 miliardi - da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già finita in bancarotta. Le sue azioni non sono completamente prive di valore - essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari - ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? perchè essa gioca un ruolo centrale nel sistema finanziario. Quando fu lasciata fallire Lehman, il mercato finanziario gelò, e per alcune settimane l'economia mondiale ha vacillato sull'orlo del collasso. Se non vogliamo ripetere la stessa esperienza, bisogna mantenere Gotham in funzione. Ma come può essere fatto?

Bene, il governo potrebbe semplicemente dare a Gotham un paio di centinaia di miliardi di dollari, abbastanza per farla tornare solvibile. Ma ovviamente questo sarebbe un grande regalo fatto agli attuali azionisti di Gotham - e costituirebbe un incoraggiamento a prendersi ulteriori rischi in futuro. Ancora, è proprio la possibilità di un tal regalo che sostiene l'attuale prezzo delle azioni Gotham.

Un miglior approccio potrebbe essere quello di fare ciò che fece il governo con le Casse di Depositi e Prestiti alla fine degli anni '80: esso requisì le banche defunte, liberandosi degli azionisti. Poi trasferì i loro asset cattivi a una speciale istituzione, la Resolution Trust Corporation; pagò abbastanza debiti delle banche da farle tornare solvibili; e vendette le banche così risanate a nuovi proprietari.

L'attuale cicalecchio suggerisce, comunque, che i responsabili politici non intendono imboccare nessuna delle due strade. Viene invece riportato che essi gravitino intorno a una soluzione di compromesso: muovere la spazzatura tossica dai bilanci delle banche private a una "bad bank" di proprietà pubblica, chiamata anche "aggregator bank", che assomigli alla Resolution Trust Corporation, ma senza requisire prima le banche.

Sheila Bair, presidentessa della Federal Deposit Insurance Corporation, ha recentemente tentato di descrivere come la cosa dovrebbe funzionare: "L'aggregator bank comprerebbe gli asset al giusto valore." Ma cosa significa "al giusto valore"?

Nel mio esempio, Gothamgroup è insolvente perchè i presunti 400 miliardi di dollari di spazzatura tossica iscritti nei suoi libri contabili hanno un valore di soli 200 miliardi di dollari. L'unico modo in cui un acquisto da parte del governo possa rendere Gotham di nuovo solvibile sarebbe quello di pagare, da parte del governo, più di quello che compratori privati sarebbero disponibili a offrire.

Ora, forse dei compratori privati non sono disponibili a pagare il reale valore della spazzatura tossica. "Non abbiamo in realtà alcun razionale criterio per fissare un prezzo, ora, per questi tipi di asset" dice la Bair. Ma è compito del governo dichiarare di conoscere meglio del mercato quale valore hanno gli asset? Ed è veramente credibile che pagando il "giusto valore", qualsiasi cosa  voglia dire, questo sarebbe sufficiente a rendere Gotham di nuovo solvibile?

Quello che sospetto è che i responsabili politici - probabilmente senza rendersene conto - stiano tentando un gioco al rialzo: una politica che assomiglia alla pulizia delle Casse, ma che in pratica ha l'effetto di fare un gran regalo agli azionisti delle banche e a spese dei contribuenti, camuffato da acquisti al "giusto valore" di asset tossici.

Perchè ricorrere a questi contorsionismi? La risposta sembra essere che Washington è spaventata a morte di usare quella parola che inizia con N - nazionalizzazione. La verità è che Gothamgroup e le sue consorelle istituzioni finanziarie sono già sotto le ali dello Stato, completamente dipendenti dal supporto dei contribuenti; ma nessuno vuole riconoscere questo fatto e arrivare alla ovvia soluzione: un' esplicita, sebbene temporanea, acquisizione da parte governativa. Da qui la popolarità del nuovo voodoo, che come ho detto, pretende di rianimare delle banche defunte attraverso elaborati rituali finanziari.

Purtroppo, il prezzo di questo ritorno alla superstizione potrebbe essere alto. Spero di sbagliarmi, ma sospetto che i contribuenti stanno per fare un altro brutto affare e noi stiamo andando a realizzare un altro piano di salvataggio che fallirà nello svolgere il suo lavoro.

Don't worry, be happy
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 gennaio 2009


Gli Stati Uniti d'America hanno finalmente il nuovo Presidente. Barak Obama affronta la crisi economica con lo spirito giusto: sà e l'ha anche detto al popolo americano che la crisi è  grave e peggiorerà. Non ha la bacchetta magica e non farà miracoli ma è già pronto un piano di espansione fiscale di 825 miliardi di dollari, è in cantiere un programma di rifinanziamento del mercato immobiliare e siamo in attesa del nuovo piano di salvataggio delle banche, il TARP II, di cui il Congresso ha intanto sbloccato la seconda trance da 350 miliardi.

Sfortunatamente l'Europa resta a guardare. Non solo il nostro Premier, ma anche i suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra sembrano seguire la strategia del "don't worry, be happy", all'insegna della sottovulatazione della crisi e dell'attesa di non si sa che cosa. Eppure i dati sono sempre più impietosi ed allarmanti. Se poi avete ancora più pazienza leggete anche questo report sull'Italia.

L'economia americana non rappresenta che un quarto  dell'economia mondiale e se il piano di Obama avrà successo già forse dal prossimo anno sarà possibile vedere i primi segnali di ripresa negli Usa e questo potrà aiutare ad affrontare ma non a risolvere la recessione mondiale. Non basterà il successo di Obama, nè all'America nè al resto del mondo se non si muove anche l'Europa dove la crisi è molto più grave di quanto possiamo immaginare.


Cattiva digestione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 gennaio 2009


Bank of America riceverà nuovi aiuti statali per 138 miliardi di dollari diretti a consentire, questa è la motivazione ufficiale, l'integrazione di Merrill Lynch e a coprire potenziali nuove perdite nel bilancio della ex investment bank. Il provvedimento del Tesoro americano prevede uno stanziamento da 20 miliardi di dollari oltre alla costituzione di garanzie per quasi 118 miliardi a copertura di prestiti, titoli garantiti da immobili e altri asset. In ottobre la banca aveva già ricevuto dalle casse statali 25 miliardi. La spesa rientrerà nel piano di acquisto di asset tossici noto come Troubled Asset Relief Program (TARP).

Mi ritorna subito in mente Andrea Mazzalai e la sua "profezia" che si sta avverando:

" In America le banche e finanziarie fallite sono state spesso inglobate dalle tre gigantesche banche come la Jp Morgan Chase, la Citigroup e la Bank of America. E’ stato un goffo tentativo di coprire le responsabilità delle tre grandi, che vantano ben 150.000 miliardi di dollari in derivati finanziari. Attenzione a questi nomi nelle prossime fasi di crisi. "

Con la scusa della cattiva digestione dell'operazione Merrill Lynch si continua così a sperperare il denaro dei contribuenti per coprire le voragini che si aprono nei bilanci di una banca "troppo grande per fallire". Dico sperperare perchè ufficialmente non si sa che fine abbiano fatto i primi 350 miliardi di dollari del TARP. Nessuno dice dove siano finiti, nemmeno il Tesoro, ma di sicuro non sono serviti a finanziare prestiti alle piccole imprese, ai proprietari di case in difficoltà con il pagamento del mutuo, agli studenti, a chi, in ogni caso, ha necessità di un credito e cioè non sono sicuramente stati usati per lo scopo per cui era nato quel Fondo di salvataggio.

In realtà è più che lecito il sospetto che quei miliardi siano finiti in tasca agli azionisti sotto forma di dividendi, ai top manager e ai dirigenti delle banche con premi e compensi, a qualche creditore privilegiato e a plotoni di avvocati, amministratori e consulenti che, nel frattempo hanno consigliato le banche dove nascondere il resto del malloppo. Altro che crisi della liquidità.

Ora il Congresso deve autorizzare l'ulteriore stanziamento per altri 350 miliardi di dollari. Spero che Obama e il nuovo ministro del Tesoro ne facciano un uso migliore di quello che ne hanno fatto Bush e Paulson ma che soprattutto dettino delle precise condizioni alle banche. Robert Reich propone, tra l'altro, di vincolare la destinazione di parte di quel denaro alla rinegoziazione dei mutui sulla prima casa. Non sarebbe una cattiva idea anche perchè, conclude così il suo ragionamento Reich,

"Una casa occupata da una famiglia che paga parte del proprio mutuo è sempre meglio di una casa vuota, per la quale nessuno paga niente."

Aggiornamento ore 13:00
Arrivano in questo momento i risultati del quarto trimestre di Bank of America e Citicorp. La prima dichiara una perdita di 1,79 miliardi di dollari e di 15,31 miliardi per la controllata Merrill Lynch. Citicorp chiude in rosso per  8,29 miliardi portando le perdite su base annua a 18,72 miliardi.

Da sinistra: John Thain (CEO Merrill Lynch) e Ken Lewis (CEO BofA)
Ancora sui private equity e altre cattive notizie
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 8 gennaio 2009


Si allarga l'allarme sui fondi di private equity di cui vi avevo già parlato in un recentissimo  post. E' il Financial Times ad anticipare che nelle prossime settimane i sottoscrittori di questi fondi riceveranno delle desolate lettere nelle quali verrà comunicato loro che le perdite riportate nel 2008 ammonteranno a un 20 - 30 per cento del valore investito e addirittura che...

[...] the actual losses could far exceed 30 per cent, since many of these companies were bought and taken private at the peak of the financial frenzy. In many deals – particularly ones struck in 2006 and 2007 – private equity firms paid a 25 per cent premium to public market levels to take their targets private.

Per garantire questi rendimenti e per ristrutturare e risanare le aziende acquisite, i fondi di PE sono ricorsi massicciamente al leveraggio (vedi nel glossario alla voce relativa leveraged buy-out), indebitandosi enormemente con le banche, per multipli di 3 o 4 volte il valore delle aziende stesse, per cui, secondo il FT, considerata anche la discesa del 40% del valore del mercato, in realtà le perdite potrebbero aggirarsi intorno al 60 per cento, innescando, aggiungo io, l'effetto a catena di cui ho già detto nel precedente post.

Sulle borse mondiali, dopo un rialzo durato solo due giorni ma che aveva subito dato fiato allo sparuto gruppetto degli inguaribili ottimisti, è poi scesa ieri come una doccia gelata la notizia della perdita negli USA, con riferimento al mese di dicembre, di 693 mila posti lavoro che fa, peraltro, seguito a una flessione di poco meno di 500 mila posti di lavoro nel mese di novembre, il che sta a dire che in soli due mesi sono stati distrutti poco meno di un milione e duecentomila posti di lavoro. Come descrive con una bella immagine Marco Sarli nel suo blog:

[...] la tempesta perfetta in corso oramai da diciassette mesi ci ha abituati a brevi fasi di bonaccia che in genere hanno solo preparato nuove, e spesso più alte, ondate [...]

Che la recessione sia destinata a peggiorare e che quindi non abbia ancora toccato il fondo - e  quasi tutti gli indicatori stanno li a dimostrarlo - non sono io o il partito dei catastrofisti, sempre più numeroso, a prevederlo, ma la stessa Federal Reserve che nel verbale dell'ultima riunione del 15 e 16 dicembre scrive che:

Amid the weaker outlook for economic activity over the next year, the unemployment rate was likely to rise significantly into 2010, to a level higher than projected at the time of the October 28-29 FOMC meeting.

Nel 2010 il livello della disoccupazione sarà più alto di quanto previsto ad Ottobre 2008 a causa dei più deboli risultati dell'economia attesi nel 2009, con il che è chiaro che la Fed non vede nessun inizio della ripresa prima della fine dell'anno.

Molto dipenderà dal piano di Barack Obama, che però rischia di non essere nè carne nè pesce, a causa dell'insano atteggiamento del neopresidente che sembra cercare a tutti i costi l'appoggio anche dei repubblicani. Il progetto di destinare il 40% dei fondi del piano di salvataggio ai tagli fiscali, se da una parte accontenta - per ora - i repubblicani, rischia di rendere insufficienti gli investimenti nelle opere pubbliche, mentre a loro volta i beneficiari dei tagli fiscali saranno portati molto probabilmente a risparmiarli piuttosto che a consumarli per incrementare la domanda.

La situazione, quanto a dimensione ed efficacia dei provvedimenti, non è migliore in Europa e peggio che peggio in Italia, dove la politica di Tremonti di rimanere in mezzo al guado, tra la sponda del rigore e quella di una politica fiscale espansiva si sta dimostrando la peggiore soluzione possibile perché i conti si deteriorano senza migliorare le prospettive dell'economia, come ci spiegano Tito Boeri e Pietro Garibaldi su Lavoce.info.

E, per finire in bellezza, a proposito di un'azione di governo “tempestiva, consistente, duratura, diversificata, contingente, collettiva e sostenibile“, come richiesto dal Fondo Monetario Internazionale, credo tutti abbiamo una domanda da fare al ministro: sa dirci che fine ha fatto il suo bonus-famiglia fantasma?

Ma non facciamo del disfattismo, la crisi è soprattutto psicosomatica e si cura con l’ottimismo, come dimostrano inequivocabilmente i dati sul ricorso alla cassa integrazione.


Barack be good
post pubblicato in Barack Obama, il 27 dicembre 2008


Nel suo commento settimanale sul New York Times, Paul Krugman, ironico e tagliente come sempre, non perde l'occasione per continuare a punzecchiare Bush e i suoi sostenitori, ma soprattutto per richiamare Obama alle sue grandi responsabiltà ricorrendo ad un parallelo tra la situazione attuale e quella del New Deal nella Grande Depressione. Quella che segue è la mia traduzione dell'articolo.  

I tempi sono cambiati. Nel 1996 il Presidente Bill Clinton, sotto la pressione della destra, dichiarò che "l'era dei 'grandi governi' (vedi nota 1 in fondo) è finita". Ma il Presidente eletto Barack Obama, cavalcando un'onda di avversione per quello che il conservatorismo ha realizzato, ha affermato che vuole "di nuovo un governo d'eccellenza".

Tuttavia prima che Obama faccia un governo d'eccellenza occorre che lo faccia buono. Per la verità, dovrebbe essere un goo-goo.

Nel caso vi chiedate cosa sia, goo-goo stà per "good government" (buon governo) ed è un modo di dire vecchio di un secolo che i riformatori opponevano alla corruzione e al clientelismo. Franklin Delano Roosevelt fu un goo-goo straordinario. Nello stesso tempo egli rese il governo molto migliore e più trasparente. Bisogna che Obama faccia la stessa cosa.

E' superfluo dirlo, ma l'amministrazione Bush è stato uno spettacolare esempio di non goo-gooismo, ma gli uomini di Bush (i bushini) non si sono dovuti preoccupare di governare bene ed onestamente. Infatti anche quando hanno fallito nel loro compito (cosa che è successa spesso) essi hanno potuto sempre rivendicare ogni fallimento come un successo della loro ideologia anti-governativa, la dimostrazione che il settore pubblico non può fare niente di buono.

L'amministrazione Obama, d'altra parte, si troverà davanti una situazione molto simile a quella che il New Deal affrontò negli anni '30 (vedi nota 2).

Come il New Deal, l'amministrazione entrante deve notevolmente espandere il ruolo del governo per salvare un'economia in sofferenza. Ma come anche il New Deal, il team di Obama dovrà fronteggiare l'opposizione politica che si appiglierà ad ogni segnale di corruzione od abuso - o li inventerà, se necessario - nel tentativo di screditare il programma dell'amministrazione.

Franklin Delano Roosevelt riuscì a navigare senza rischi tra queste acque così politicamente agitate, migliorando molto la reputazione del governo, espandendo anche notevolmente il suo ruolo. Come rileva uno studio pubblicato recentemente dal National Bureau of Economic Research "prima del 1932, l'amministrazione dell'assistenza pubblica era largamente considerata come politicamente corrotta," e i grandi programmi assistenziali del New Deal "offrirono un'opportunità unica per la corruzione nella storia della nazione." Tuttavia "nel 1940, i casi di corruzione e di maneggi politici erano considerevolmente diminuti."

Come fece Franklin Delano Roosevelt a fare di un 'grande governo' anche un governo trasparente?

Buona parte della risposta sta nel fatto che il controllo era incorporato sin dall'inizio nei programmi del New Deal. La Works Progress Administration (WPA), in particolare, aveva una potente e indipendente divisione investigativa votata alla verifica di ogni denuncia di frode. Questa divisione si comportò così diligentemente che nel 1940, quando una sottocommissione del Congresso investigò sulla WPA non riuscì a trovare nemmeno un caso in cui la divisione avesse tralasciato una singola seria irregolarità.

Franklin Delano Roosevelt si assicurò anche che il Congresso non deliberasse sovvenzioni a scopi clientelari: non c'erano dati identificativi nelle proposte legislative che determinavano i fondi da utilizzare da parte della WPA e per le altre misure d'emergenza.

Infine, ma non per ultimo, Franklin Delano Roosevelt stabilì un feeling con gli Americani, che  l'aiutò a condurre la sua amministrazione oltre le inevitabili battute d'arresto e i fallimenti che incontrarono i suoi tentativi di risanare l'economia.

Quali sono dunque le lezioni per il team di Obama?

Per primo, l'amministrazione del piano di risanamento economico deve essere del tutto trasparente. Pure considerazioni economiche potrebbero suggerire delle scorciatoie per rendere più rapido il trasferimento degli incentivi, ma le politiche che governano la situazione devono imporre grande cura di come vengono spesi i soldi. Ed il controllo è cruciale: gli ispettori generali devono essere forti ed indipendenti e gli informatori devono essere retribuiti, non puniti come negli anni dell'amministrazione Bush.

Secondo, il piano deve essere veramente esente da clientelismi. Il Vice Presidente eletto Joseph Biden ha promesso recentemente che il piano "non diventerà un albero di Natale"; occorre che la nuova amministrazione tenga fede a questa promessa.

Infine, l'amministrazione Obama e i Democratici in generale devono fare tutto il possibile per costruire un legame con la gente come quello di Franklin Delano Roosevelt. Non importa se Obama è stabilmente in vetta nei sondaggi fondati sulla pubblica speranza che egli avrà successo. E' necessario che abbia una solida base di supporto che rimanga anche quando le cose non andranno bene.

E devo dire che i Democratici hanno cominciato male su questo fronte. La tentata incoronazione di Caroline Kennedy a senatrice gioca proprio a favore di 40 anni di propaganda conservatrice che denuncia le "elite democratiche". E sicuramente non sono stato l'unico a sobbalzare davanti ai resoconti relativi alla lussuosa casa sulla spiaggia che Obama ha affittato, non perchè ci sia qualcosa di sbagliato se la famiglia del presidente eletto passa una bella vacanza, ma per un fatto simbolico, e queste non sono le immagini che dovremmo vedere quando milioni di Americani sono terrorizzati per il loro futuro economico.

Va bene, sono i primi giorni. Ma è proprio questo il punto. Per risanare l'economia occorrerà del tempo, e al team di Obama serve pensare adesso, quando ancora le speranze sono alte, su come accumulare e conservare abbastanza capitale politico per veder andare avanti l'opera.


Note:
1) "Big govern" nell'articolo in lingua originale, letteralmente 'grande governo', è un'espressione, intesa nel suo significato peggiorativo dai conservatori e dai liberisti, usata per descrivere un governo che attua delle ampie politiche di intervento pubblico e quindi eventualmente anche corrotto e invasivo della sfera privata.

2)Sull'impegno di Roosvelt per tenere sotto controllo corruzione e maneggi politici durante il New Deal consiglio la lettura di questo saggio (in inglese).


Cospirazione democratica
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 23 dicembre 2008


In America, gli ultimi dei mohicani resistono ancora e stanno combattendo, asserragliati nei fortini  di radio e giornali compiacenti, la loro disperata battaglia a difesa di Bush e della destra. Via etere il noto commentatore politico conservatore Rush Limbaugh diffonde la sua teoria del complotto: secondo lui sarebbe stato il Partito Democratico a provocare, questa estate, la crisi finanziaria per far vincere le elezioni a Barak Obama.

Senonché la crisi era già scoppiata da almeno due anni, ed allora il Wall Street Journal deve intervenire indirettamente in soccorso della tesi del subdolo piano organizzato dai liberal, individuando in Clinton il responsabile della madre di tutte le crisi, la crisi dei mutui. Infatti fu il neo presidente eletto Bill Clinton nel 1997 a sostenere l’approvazione di un pacchetto di tagli fiscali per i proprietari di case.

Come possano fiorire tali teorie demenziali non è dato sapere, se non che non essendo prevista per esse una pena, ognuno può dire la sua ché tanto qualche cretino pronto a crederci ci sarà sempre, come stiamo ben sperimentando anche noi in Italia.

Commenta il premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, con un pizzico di ironia, che anche "Bush favorì i proprietari di case" come anche sicuramente Bush era stato favorevole alla fedeltà coniugale. Ma "la sua influenza sui proprietari di case è probabilmente pari alla sua influenza sugli adulterii". La verità è che è stata l'opposizione di Bush alla regolamentazione della finanza all'origine di tutti i mali.


Bush esce di scena travestito da Babbo Natale
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 dicembre 2008


Quando ho scritto il precedente articolo sul prestito di 17,4 miliardi a General Motors e Chrysler annunciato ieri dal presidente George W. Bush non ero ancora a conoscenza di una delle durissime condizioni imposte alle due case automobilistiche e al Sindacato dei lavoratori, la potente UAW. Questa condizione è talmente indecente che devo tornarci sopra anche se, come vedremo alla fine e come sempre quando si parla di Bush, il fumo c'è ma senza l'arrosto. 

Alle restrizioni già note, tra cui il non pagamento dei dividendi agli azionisti e la riduzione di compensi, premi milionari e altri benefit (jet privati) di cui godono i top manager, Bush ha aggiunto una condizione sulla quale la scorsa settimana avevano insistito molto i senatori repubblicani prima di bocciare il provvedimento perchè il presidente su quel punto non aveva ceduto: l'applicazione ai lavoratori di condizioni salariali e normative a livelli comparabili con quelli che la Nissan applica ai propri dipendenti in alcune fabbriche aperte negli Stati del Sud, nel Tennessee in particolare.

In quelle fabbriche non vige un contratto di lavoro, non esiste il sindacato e le paghe sono a livelli giapponesi. Se ora vi dico che il capo di quei senatori repubblicani, Bob Corker è soprannominato "il Senatore della Nissan" invece di essere indicato come Senatore del Tennessee, avrete capito tutto. Bush, per non scontentare Corker e la sua lobby, questa volta ha ceduto, ponendo una condizione senza nessuna copertura legislativa.

Così Bush, da una parte accontenta GM e Chrysler salvandole, almeno per un mese, cioè giusto il tempo di lasciare la Casa Bianca e passare la palla ad Obama, mentre dall'altra non scontenta i suoi amici repubblicani proprio poco prima di andarsene via. E i lavoratori? Non si preoccupino, non rimarranno senza tutele. Sotto quella condizione indecente c'è una piccola clausola: quanto stabilito può essere "modificato" nelle trattative con l' UAW. Così ognuno ha avuto il suo regalo di Natale e George W. Bush potrà lasciare la Casa Bianca prima che arrivi la bolletta da pagare.


Bush lascia il cerino acceso ad Obama
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


Il presidente Bush è comparso in televisione in orario di apertura di Wall Street per annunciare il lieto evento e cioè la concessione di un prestito a General Motors e Chrysler di 17,4 miliardi di dollari per evitare la loro bancarotta. Bush ha motivato il prestito con la necessità non solo di salvare le due case automobilistiche ma anche di evitare un collasso che potrebbe avere conseguenze devastanti e inimmaginabili anche per i mercati e tutta l'economia americana.

Bush su questo è stato chiarissimo, come lo è stato sui tempi di erogazione e sulla nomina di Paulson, il suo ministro del Tesoro, a "Zar dell'auto" - una specie di plenipotenziario sovrintendente delle due industrie automobilistiche - almeno fino all'insediamento di Barak Obama, poi si vedrà. Più reticente invece, anzi muto, sul dove verranno presi i soldi per questo prestito, perchè su questo punto le cose si sono un pò ingarbugliate negli ultimi giorni, dopo la bocciatura da parte dei repubblicani al Senato della prima proposta di salvataggio e la sua decisione di aggirare queste resistenze attingendo direttamente al TARP, il fondo deliberato dal Congresso per il salvataggio di Wall Street.

Ci ha pensato Paulson a chiarirlo ma nello stesso tempo a sottolineare implicitamente lo scontro istituzionale che si prefigura nel prossimo futuro tra l'esecutivo e il potere legislativo. Infatti Paulson ha affermato che "con questo prestito il Tesoro ha totalmente speso la prima trance di 350 miliardi di dollari del TARP" ed ha aggiunto che "è necessario che il Congresso autorizzi la rimanenza - altri 350 miliardi - ma la Casa Bianca potrebbe anche attendere che prima della richiesta formale il presidente Bush lasci l'incarico". Ovvero il cerino acceso verrebbe passato nelle mani di Obama. Perchè parlo di cerino acceso?

Quei 700 miliardi di dollari stanziati dopo un lungo e sofferto braccio di ferro con il Congresso e di cui finora deputati e senatori avevano deliberato l'erogazione per la metà della cifra erano stati approvati per salvare Wall Street non l'industria automobilistica. Dopo il voto contrario del Senato il potere legislativo aveva addirittura bocciato il salvataggio del settore dell'auto e Bush, ovvero il potere esecutivo, ha deciso bellamente di infischiarsene delle regole democratiche e di andare avanti comunque, attingendo addirittura a fondi destinati e votati per un diverso utilizzo. E' vero che Paulson ha disposto a suo piacimento della prima tranche, utilizzando i fondi senza criteri trasparenti nè controlli, ma per questo è aperto già un contenzioso col Congresso. Ora il vulnus è anche più grave.

In America la Democrazia, nella forma e nella sostanza, è una cosa seria, non come da noi dove il Parlamento è ridotto ad anticamera dello studio della villa di Arcore e i cittadini sono trattati come dei coglioni. Il ragionamento che fanno gli Americani è il seguente. Possiamo anche essere contrari al salvataggio dei banchieri e preferire che venga salvata l'industria dell'auto ma quando i nostri rappresentanti hanno votato per la costituzione del TARP non hanno detto al presidente Bush qui ci sono 700 miliardi di fondi neri, usali come meglio ti pare. Gli hanno detto: ecco qua 700 miliardi dei contribuenti americani per Wall Street.

Se il TARP invece è costituito da fondi neri, allora tutto diventa arbitrario. Non siamo più una nazione fondata sulle leggi, pensano oggi molti Americani, siamo la nazione del Tesoro e della Casa Bianca che usano centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti a proprio piacimento. E allora perchè salvare le auto e non i giornali o meglio ancora i governi locali, che sono sotto di 100 miliardi e che per questo ci stanno tagliando i servizi, persino le scuole pubbliche?

Quello già in atto dunque non è solo uno scontro istituzionale ma uno strappo tra governo e paese reale che Obama e il suo team dovranno ricucire non solo con pacchetti di stimoli per l'economia da 800 miliardi di dollari ma rimettendo al primo posto il rispetto per la democrazia che Bush dopo i suoi otto disastrosi anni di governo non ha ancora finito di calpestare.

"Il nostro sistema di governo si basa sulla luce del sole, la trasparenza e la partecipazione. Esso si basa anche su un Congresso che esercita il suo dovere costituzionale di fare le leggi e su un Presidente che le mette in atto. Una crisi economica non deve essere un pretesto per far tornare indietro la nostra democrazia." (Robert Reich)


Trappola della liquidità e deflazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 dicembre 2008


Bernanke e i suoi colleghi della Fed hanno deciso ieri di abbassare il tasso diretto americano al minimo storico, per attestarlo in un range tra 0 e 0,25% dal precedente 1% e, contemporaneamente, ha annunciato il taglio del tasso di sconto di 75 punti base portandolo allo 0,5% dall'1,25%. Una mossa che praticamente azzera i già ristretti margini di manovra dell’autorità monetaria. Le munizioni sono finite. Siamo arrivati a interesse zero, al Giappone, alla trappola della liquidità, la teoria formulata da Keynes nel 1936 (The General Theory of Employment, Interest and Money), in base alla quale, quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero, i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d'interesse e di conseguenza preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Nel contesto attuale, seguendo Keynes, il mercato sarebbe indotto ad assorbire qualsiasi ammontare di liquidità immesso dalle autorità monetarie, neutralizzando così ogni impulso sui tassi e rendendo dunque vana la manovra.

A dare ali, ieri, ai mercati azionari non è stata tanto la riduzione dei tassi quanto i commenti di Bernanke dai quali si evince che la Fed è ormai disposta a qualsiasi manovra per combattere recessione e deflazione, anche a comperare titoli sul mercato. Gli americani stampano moneta in un disperato tentativo di evitare il peggio. Le Borse, in preda a schizofrenia acuta, hanno reagito positivamente. Gli investitori sembrano concedere a Bernanke delle possibilità di successo. In realtà scommettono su Bernanke perchè non hanno più niente altro su cui scommettere se non la propria disperazione. Oggi vedremo reazioni più meditate anche a seguito dell'annuncio di Morgan Stanley di aver chiuso il trimestre con una perdita netta di 2,29 miliardi di dollari, a fronte del rosso di 3,58 miliardi su base annua, dopo che ieri Goldman Sachs, l'altra unica grande banca d'affari sopravvissuta, ha annunciato a sua volta di aver concluso il trimestre soffrendo la prima perdita dal suo sbarco a Wall Street, per un valore di 2,2 miliardi di dollari.

Scrive Marco Sarli che "il crollo quasi senza precedenti dell’indice che misura i prezzi al consumo nel mese di novembre, -1,7 per cento a livello mensile che porta il tendenziale annuo ad un ben misero +1,1 per cento, l’oltre mezzo milione di buste paga perse nello stesso mese, il drammatico calo a due cifre delle nuove case e dei cantieri aperti per realizzarle, il crollo dei prezzi delle materie prime, chiariscono anche a chi non ha occhi per vedere ed orecchie per intendere che, come giustamente ripete di continuo il presidente eletto Barack Obama, il peggio deve ancora venire, ma che questo non è certo il momento per restare a guardare con le mani in mano in attesa che giunga l’onda di piena."

Quello disegnato sopra - nella lista manca, ma è sottinteso, un calo della produzione industriale pari al 30% - descrive un classico scenario di depressione, recessione e deflazione come ci spiega Robert Reich.

I prezzi crollano perchè produttori e venditori si sono accorti che i consumatori hanno smesso di comprare. L'unica strada per smaltire i propri magazzini e pagare i propri fornitori è abbassare i prezzi a dei livelli che convincano i consumatori a comprare. I produttori di auto con migliaia di automobili invendute concedono forti sconti. I commercianti con pile di articoli natalizi nei negozi offrono il 40 per cento di sconto. Gli operatori delle tv-via cavo tagliano gli abbonamenti mensili.

La buona notizia è che la caduta di prezzi e tariffe aiuta la media della gente in tempi di tagli di retribuzioni, premi e posti di lavoro. La cattiva notizia è che essa taglia ampiamente i profitti dei produttori costringendoli a tagliare ulteriormente posti di lavoro e stipendi. Il grande rischio è che molti consumatori potrebbero rimandare gli acquisti pensando di poter fare affari migliori se i prezzi scenderanno ancora di più. Questa è una profezia auto-avverantesi. Se sempre più consumatori seguono questo ragionamento, i venditori saranno costretti a ridurre ulteriormente i prezzi. Questo potrebbe suonare buono fintantochè non ci si rende conto che significa più riduzioni di manodopera e più tagli di premi e stipendi.

La deflazione è più pericolosa dell'inflazione perchè è molto più difficile rovesciare le aspettative di una deflazione che quelle di un'inflazione. La deflazione in Giappone a seguito della crisi del 1990 e durata 10 anni rappresenta un'evidenza di quanto detto. L'ultima volta che gli Stati Uniti sono stati testimoni di una così ampia caduta dei prezzi fu nel 1947, quando la mobilitazione del tempo di guerra e un'espansione della spesa pubblica, creando una gran quantità di sovraproduzione, li facevano abbassare e produttori e venditori cercavano di allettare i consumatori per riabituarli a comprare. Quello che produttori e venditori non sapevano era che un'intera generazione di reduci di guerra e genitori del baby-boom stavano per cominciare a spendere come matti.

Oggi la situazione è ben differente. I consumatori giudiziosi hanno cominciato a risparmiare quello che possono perchè sono comprensibilmente preoccupati circa il futuro. Quindi prima avremo un pacchetto di incentivi fiscali e meglio sarà. Il rischio è che potrebbe essere insufficiente.

A Detroit non rimane che pregare per l'industria dell'auto

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