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in Italia è sempre tempo di elezioni
Le Big 4 verso la nazionalizzazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 febbraio 2009


Un dilemma attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato, all'epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l'argomento con dei dati. Uno studio dell'autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l'ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall'effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla "cultura" americana dall'amministrazione Obama che, in realtà è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le perplessità della politica e l'estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo "stress test" - la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro - mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l'intervento pubblico.



Crisi, le risposte del Dr. Doom
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


Una lodevole iniziativa di Repubblica che ha raccolto i quesiti dei lettori e li ha girati al Dr. Doom, al secolo Nouriel Roubini, l'economista che aveva previsto tutti gli sviluppi del disastro economico. Qui il mio precedente articolo e qui le risposte di Nouriel Roubini.
Dr. Doom
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 8 dicembre 2008


Il Dr. Doom (espressione traducibile con "Dottor Destino" oppure "Dottor Giudizio Universale" o "Dottor Morte" se preferite, ma a Napoli credo lo chiamerebbero più semplicemente 'O schiattamuòrto) è tornato a colpire. Il Dr.Doom è Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, uno dei pochissimi economisti a individuare sin dal 2004 il rischio subprime e a parlare di un possibile collasso degli Stati Uniti e dell'economia mondiale. Come spesso succede a chi apre nuove strade e mette in discussione sacre teorie consolidate nessuno dei suoi colleghi l'ha preso sul serio ed è stato accolto con molto scetticismo, salvo dovergli riconoscere oggi (imperdibile questo articolo-saggio sul New York Times) che molte sue previsioni sulla crisi finanziaria si sono avverate.

Dicevo dunque che il Dr.Doom è tornato a colpire perchè ci ammonisce ora sulla trappola della liquidità e sugli effetti di una recessione globale. Il calo della domanda porterà a una riduzione dell'inflazione, mentre le aziende cercheranno di ridurre i prezzi per ridurre le scorte in eccesso. Nel mercato del lavoro crescerà la disoccupazione per controllare i costi di manodopera e la crescita dei salari. Il rapido abbassamento dei prezzi porterà presto ad una inflazione più bassa. Pertanto, l'inflazione nelle economie avanzate scenderà verso l'1% ad un livello preoccupante per la deflazione. La trappola della liquidità ci porterà dritti verso una situazione giapponese con il dollaro vicino al crollo e tassi verso lo zero. Ma lasciamo la parola direttamente al Dr. Doom.

"La deflazione è pericolosa in quanto porta alla trappola della liquidità, ad una trappola deflazione ed ad una trappola del debito deflazione: la politica dei tassi nominali non può scendere al di sotto di zero e quindi la politica monetaria diventa inefficace in questa situazione. Siamo già in questa trappola di liquidità dal momento che il target dei tassi dei Fed fund è ancora 1 per cento, ma l'uno reale è vicino a zero, dal momento che la Federal Reserve ha inondato il sistema finanziario di liquidità, ed entro i primi mesi del 2009, l'obiettivo del tassi dei Fed Funds sarà formalmente lo zero per cento. Inoltre in deflazione il calo dei prezzi significa che il costo reale del capitale è alto - nonostante la politica dei tassi vicino allo zero; cosa che porterebbe a un'ulteriore diminuzione dei consumi e degli investimenti.

Questo calo della domanda e dei prezzi porta ad un circolo vizioso: il reddito ed i posti di lavoro vengono tagliati, portando a ulteriori diminuzioni della domanda e dei prezzi (trappola deflazione), e il valore reale dei debiti nominali si alza (trappola del debito deflazione), causando ai debitori problemi più gravi e portando ad un aumento del rischio aziendale e inadempienze per le famiglie che aggravano le perdite di credito delle istituzioni finanziarie ".

Questa opinione di Roubini è contrapposta invece ad altri economisti che sostengono con grafici alla mano l'origine meteorica della base monetaria e prevedono invece molto presto una crescita dell' inflazione e un serio calo del dollaro accompagnato da un rialzo dei prezzi dell'oro.

Chi avrà ragione? Chissà perchè ma sono più portato a credere a chi ha previsto questa crisi e segue i suoi sviluppi logici piuttosto che a chi si è svegliato solo oggi e/o continua le sue analisi sulla base di teorie che sono state spazzate via dalla tempesta perfetta. C'è poco da salvare del vecchio liberismo e chi rimane ancora aggrappato alle sue anticaglie rischia di fare la fine di quei giapponesi nella jungla che non sapevano di aver perso la guerra.


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