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in Italia è sempre tempo di elezioni
Frau Nein, la Signornò
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 dicembre 2008


L'uragano Madoff continua la sua corsa. Nella scala di intensità per ora lo possiamo catalogare nella categoria 3: molti tetti danneggiati, inondazioni sulle coste, molte abitazioni costiere distrutte. Nel caso, ci tornerò sopra nei prossimi giorni. Oggi l'argomento che mi intriga è un altro. Avevo già parlato qui degli interventi del Premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, che sottolineava la necessità per l'Europa di mettere in campo politiche economiche espansive e coordinate, accusando i leader dei paesi europei di fare come gli struzzi e in particolare la Germania di remare contro. Krugman ritorna sull'argomento sviluppandolo in un lungo editoriale sul New York Times dal titolo "European Crass Warfare" (Lo stupido conflitto europeo) che valeva la pena tradurre. Per i "secchioni", appassionati di matematica, c'è anche la dimostrazione algebrica.
 
Allora, ecco qual è la situazione: l'economia affronta il suo peggior crollo da decenni. La soluzione consueta a una crisi economica, tagliare i tassi di interesse, non funziona. Gli aiuti governativi su larga scala paiono l'unica strada percorribile per arrestare la caduta dell´economia.

C´è un problema però: i politici conservatori, aggrappandosi a un'ideologia totalmente superata e, forse, scommettendo (a torto) che i loro elettori siano relativamente ben preparati per uscire dalla tormenta, sbarrano il passo a questo tipo di intervento.

No, non sto parlando di Bob Corker, senatore della Nissan  - volevo dire del Tennessee - e dei suoi colleghi Repubblicani che la settimana scorsa hanno silurato il tentativo di far guadagnare tempo all'industria automobilistica statunitense. (Perché il piano è stato bloccato? Tra i senatori Repubblicani è circolata un'e-mail nella quale si dichiarava che negare un prestito all'industria automobilistica era un'opportunità per i repubblicani di "sparare il loro primo colpo contro la classe operaia organizzata").

Mi riferisco invece ad Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, e ai suoi leader dell'economia, diventati l'ostacolo maggiore che si frappone all´attuazione del tanto necessario intervento di salvataggio europeo.

Qui in America la crisi economica europea non desta molta attenzione, in quanto come è comprensibile siamo concentrati sui nostri problemi. Tuttavia, l´altra superpotenza  economica mondiale - America e Unione Europea hanno più o meno il medesimo Pil - è comprensibilmente nei guai tanto quanto noi.
 
I problemi più gravi stanno venendo a galla nelle periferie dell'Europa, dove molte economie minori stanno vivendo crisi che rievocano intensamente quelle che in passato hanno attanagliato l'America Latina e l'Asia: la Lettonia è un nuovo caso Argentina; l'Ucraina è una nuova Indonesia. Ma i problemi e i dispiaceri hanno raggiunto ormai le altre grosse economie dell'Europa occidentale: Gran Bretagna, Francia, Italia e la più grande di tutte, la Germania.
 
Come negli Stati Uniti, la politica monetaria - consistente nel tagliare i tassi di interesse nel tentativo di migliorare il quadro economico - sta rapidamente raggiungendo i suoi limiti. Questo comporta che l'unica strada per evitare il peggior tracollo dell´economia dalla Grande Depressione è un uso aggressivo della politica fiscale: aumentare la spesa o tagliare le tasse per rilanciare la domanda. Al momento tutti vedono chiaramente la necessità di un ampio stimolo fiscale pan-europeo.

Tutti, a esclusione dei tedeschi. Angela Merkel è diventata Frau Nein, la Signornò. Se ci sarà un piano di intervento per salvare l'economia europea, lei non intende prendervi parte, affermando a un meeting del suo partito che «non parteciperemo a questa insensata corsa ai miliardi».

La settimana scorsa Peer Steinbrueck, il ministro delle Finanze di Angela Merkel, si è spinto ancora oltre: non contento di essersi rifiutato di mettere a punto un serio programma di incentivi per il proprio Paese, ha oltretutto criticato i piani delle altre nazioni europee. In particolare, ha accusato la Gran Bretagna di abbandonarsi a un «crasso keynesianesimo».

I leader tedeschi paiono credere che la loro economia sia in buona forma e non necessiti di aiuti consistenti. Quasi sicuramente hanno torto. La cosa peggiore, tuttavia, non è l'errore di valutazione della loro situazione, ma il fatto che l'opposizione della Germania preclude all'Europa un approccio collettivo alla crisi economica.

Per comprendere il problema, si pensi che cosa accadrebbe se, per esempio, il New Jersey cercasse di rilanciare la propria economia con sgravi fiscali o opere pubbliche, senza che questo incentivo a livello statale faccia parte di un piano nazionale. Ovviamente, buona parte degli incentivi confluirebbe anche negli stati vicini, così che il New Jersey finirebbe col ritrovarsi con tutti i debiti mentre gli altri stati guadagnerebbero molti posti di lavoro se non la maggior parte.

Singolarmente, i Paesi europei sono in linea di massima nella medesima situazione. Ciascun governo che dovesse agire unilateralmente si troverebbe di fronte alla concreta possibilità di contrarre molti debiti senza creare molti posti di lavoro a livello interno.

Per l'economia europea nel suo complesso, nondimeno, questo tipo di perdita è un problema molto minore: due terzi delle importazioni medie dei Paesi membri dell'Unione Europea arrivano da altre nazioni europee, così che in un certo senso il continente nel suo complesso non è più dipendente dalle importazioni di quanto lo siano gli Stati Uniti. Questo significa che uno sforzo coordinato di incentivi, nel quale ciascun Paese potesse contare sul fatto che i propri vicini si stanno impegnando in sforzi analoghi, darebbe all'euro uno slancio molto maggiore di quello derivante da sforzi individuali non coordinati.

Non si può in ogni caso avere un impegno europeo coordinato se l'economia più grande d'Europa non soltanto rifiuta di parteciparvi, ma oltretutto getta discredito sui tentativi dei Paesi vicini di contenere la crisi.

Il forte "Nein" tedesco non durerà per sempre. La settimana scorsa Ifo, un illustre e stimato istituto di ricerche, ha messo in guardia che la Germania molto presto si troverà alle prese con la sua peggiore crisi economica dagli anni Quaranta. Se e quando ciò dovesse accadere, la Signora Merkel e i suoi ministri sicuramente rivedranno la loro posizione.

Ma in Europa, come negli Stati Uniti, il problema è il tempo. Nel mondo le economie stanno andando a fondo velocemente, mentre noi tutti aspettiamo che qualcuno, chiunque sia, ci offra un'efficace proposta politica. Quanti danni saranno fatti prima che arrivi finalmente quella risposta?


Berlusconi è vivo e gioca a nascondino
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 18 novembre 2008


Il Segretario del Tesoro americano, Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, questa mattina, davanti ad un'audizione del Congresso, hanno dichiarato che ci sono solo dei modestissimi segnali di miglioramento nella crisi finanziaria e che non basteranno i 700 miliardi di dollari stanziati per il cosiddetto piano di salvataggio di Wall Street per rimettere in moto l'economia nè è prevedibile quando sarà possibile uscire da questo cupo clima recessivo.

Più tardi ad un convegno organizzato dal WSJ, di nuovo Henry Paulson, si è "accapigliato" con altri due ex Segretari del Tesoro, Robert Rubin e Lawrence Summers, che fanno parte della squadra economica di Barack Obama, sulla efficacia o meno dei tagli fiscali alla classe media - eterno motivo di scontro tra repubblicani e democratici - , ma non ha potuto che convenire sulla necessità di mettere in campo un massiccio piano di stimoli fiscali, non temporanei, ma che coprano almeno l'arco dei prossimi due o tre anni.

Le due notizie confermano, se ce ne fosse bisogno, quanto grave sia la situazione e di come necessiti di interventi straordinari e massicci. Per questo il piano prima tenuto segreto come fosse un asso nella manica e poi strombazzato dal tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti come la Panacea della recessione in cui è entrata ufficialmente l'Italia, non sembra altro che un pannicello caldo messo ad un malato di broncopolmonite. Ha ragione Bersani a parlare di "carri armati di cartone pronti per la parata".

Il piano di Tremonti sembra ispirarsi a quella finanza creativa che ha inventato i derivati: non fa altro che reimpacchettare soldi vecchi, che c'erano già, cambiandone la destinazione. Lo stesso Brunetta è costretto ad ammetterlo quando dice che sono "fondi destinati a mille piccoli interventi che saranno invece rimessi insieme e destinati a pochi grandi investimenti".
 
In realtà degli 80 miliardi previsti dal piano, la metà sono stati stanziati dall'Unione Europea per spese triennali a favore di ambiente, sviluppo e ricerca. Altri 16 miliardi, di cui 12 provengono dall'UE e 4 da progetti di finanziamento, verranno dirottati in spese per infrastrutture, tra cui il ponte sullo Stretto. In un pacchetto a parte di 14 miliardi vengono "impacchettate", tutto compreso, le spese per gli eventuali salvataggi bancari, gli aiuti fiscali per le famiglie e altri tagli fiscali non meglio specificati.

Capisco che, nonostante il momento sociale ed economico sia drammatico, Berlusconi, purtroppo ormai irrimediabilmente affetto da demenza senile, non trovi di meglio che giocare a cucù con la Merkel ma da Tremonti mi aspettavo qualcosa di meglio di un copione per il Bagaglino. Ma evidentemente si è fatto contagiare anche lui.


Da sinistra: Henry Paulson, Robert Rubin e Lawrence Summers

Verbale di un inutile meeting storico
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 novembre 2008


Presenti: i 20 leader dei paesi più industrializzati
Assente: Barack Obama
Non invitato: Hugo Chávez
Collegato in teleconferenza: Fidel Castro

Apre i lavori George W. Bush che ringrazia tutti i partecipanti per la loro presenza e per i doni che hanno portato ad Obama, in particolare ringrazia Berlusconi per un cucciolo di bastardino color caffèlatte.

Bush insiste sul fatto che il mondo sta attraversando una traumatica crisi finanziaria e che è dovere di tutti i paesi presenti fare in modo che non possa più ripetersi di nuovo.

Sarkozy aggiunge che, in qualità di Presidente UE, intende dire a nome di tutti i paesi europei che tale crisi non deve ripetersi di nuovo.

Gordon Brown aggiunge che, inoltre, non bisogna più permettere che questa crisi avvenga di nuovo nè ci deve essere una sua ripetizione.

Sarkozy a questo punto insiste sul fatto che non è tempo di recriminazioni perchè è già risaputo che la crisi è tutta colpa dell'America.

Gordon Brown si alza per parlare e Sarkozy si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Gordon Brown legge un documento nel quale si dice che il suo piano di salvataggio delle banche deve essere preso a modello di stabilizzazione di tutto il sistema bancario mondiale e che ora gli altri leader lo devono seguire nel suo pionieristico piano di stimoli fiscali. Segue dibattito se il comunicato finale deve aprirsi o meno con la frase...."seguendo il coraggioso esempio di Gordon Brown".

Bush fa girare le foto della sua nuova biblioteca presidenziale

Gordon Brown insiste sull'adozione del suo piano di lungo termine per la realizzazione di un sistema di allarme per avvisare rapidamente le autorità nazionali nel caso di una prossima crisi finanziaria.

Angela Merkel interviene per puntualizzare che questa, di fatto, è un'idea della Germania e che la crisi del sistema economico mondiale è stato causato dagli hedge fund americani e dal segreto bancario in Svizzera e Liechtenstein.

Rientra Sarkozy e inizia a parlare. Gordon Brown si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Sarkozy afferma che la crisi è una dimostrazione del fallimento del modello economico Anglo-Sassone. Quindi si assenta un momento per una breve dichiarazione alla stampa francese sulla sicura adozione del suo piano anti-crisi da parte del G20.

Interviene Silvio Berlusconi per dire che la crisi è grave ma bisogna essere ottimisti e che le banche devono fare le banche. Secondo il premier italiano il modello migliore da adottare è quello italo-russo ideato con il suo amico Putin.

Segue lungo dibattito se il nuovo quadro di regole internazionali deve essere costruito sulla base dei modelli Anglo-Sassone, Franco-Tedesco, Italo-Russo o Indo-Brasiliano e anche su come salvaguardare nel contempo anche l'integrità delle regole nazionali. A dimostrazione della loro unità d'intenti i 20 decidono di demandare l'approfondimento del tema ad una commissione di alto livello che prepari una relazione entro il 31 marzo del prossimo anno.

Silvio Berlusconi, guardando fuori dalla finestra, avvisa i presenti che nel giardino c'è un uomo che sta giocando con un cucciolo e che gli sembra sia Obama. Brown, Sarkozy e la Merkel si scusano perchè devono assentarsi un attimo.

Zapatero interviene per dire che la Spagna è il paese con il più solido sistema bancario del mondo ma si interrompe perchè tutti i presenti si affacciano alle finestre per guardare Brown, Sarkozy e la Merkel che corrono nel giardino.

Berlusconi smentisce di aver detto che l'uomo visto in giardino fosse Obama ma che deve essere qualche altro tizio abbronzato. Brown, Sarkozy e la Merkel rientrano in sala.

Riprende la discussione sulle nuove istituzioni di cui ha bisogno l'economia mondiale.

Sarkozy afferma che è vitale abbiano sede in Parigi. Angela Merkel controbatte che Francoforte è una sede più appropriata. Hu Jintao suggerisce un riconoscimento del cambiamento degli equilibri economici scegliendo una sede asiatica. Berlusconi propone Pratica di Mare. Bush conclude che non ci sarebbe posto migliore della sua nuova biblioteca.

Dmitry Medvedev dice che se il nuovo sistema di difesa economica viene posizionato nell'Est Europeo, la Russia sarà costretta a piazzare un proprio sistema di difesa rivolto contro l'Europa Occidentale.

Fidel Castro, collegato da La Havana, chiede se può accendersi un sigaro cubano.

Comunque, dopo lungo dibattito, tutti i presenti concordano sul fatto che, vista la profondità ed ampiezza della crisi, ci sarà bisogno di parecchie nuove istituzioni internazionali e, in segno della loro unità di intenti, concordano sul fatto che tutti gli uffici dovranno essere molto belli.

Bush afferma che il Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di molte risorse e che ogni Paese dovrà contribuire alla raccolta dei fondi necessari. Bush chiede impegni precisi. Tutti i presenti si scusano ma devono assentarsi per delle telefonate urgenti.

Prima del termine dei lavori viene letto il documento finale che viene approvato all'unanimità. Bocciati due emendamenti proposti da Berlusconi il quale chiedeva venisse inserito il punto "le banche devono fare le banche" e la proposta che il prossimo summit si tenga a Pratica di mare. I 20 hanno optato per Londra.

I punti fondamentali approvati sono:
1) Questa è la crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale
2) E' necessaria la cooperazione di tutti i paesi del G20 per far fronte alla crisi finanziaria e alla recessione
3) Entro il 31 marzo verrà stilato una lista delle istituzioni finanziarie che mettono a rischio l'economia globale.
4) Sempre entro il 31 marzo 2009 i paesi del G20 dovranno mettere sul tavolo proposte concrete per la regolamentazione globale, la supervisione e la trasparenza dei mercati finanziari.


Financial Times: una inutile gara europea per avere l'attenzione di Obama
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2008


Secondo il quotidiano londinese, nella inutile corsa ad accreditarsi come migliori alleati degli Stati Uniti, Berlusconi è comunque fuori gara.

Vi è una seconda gara per la Casa Bianca, secondo Philip Stephens, commentatore del Financial Times. I leader europei stanno sgomitando tra loro per chi arriva primo nella corsa per fare atto d'omaggio al nuovo Presidente americano. Questo sfacciato servilismo ha qualcosa di leggermente più patetico. Parliamo di una mancanza di comprensione. Barack Obama ha vinto la Presidenza promettendo il cambiamento, l'Europa guarda rivolta verso il passato.

E' difficile descrivere il mix di eccitazione e ansia che la vittoria di Obama ha generato nelle cancellerie europee: l'eccitamento è dovuto alla possibilità di riparare la frattura transatlantica degli ultimi anni; ansia perché nessuno sa chi, e, cosa cruciale, a quale prezzo, questa rock star della politica globale può scegliere come alleato preferito.

Tra i tradizionali alleati dell'America, solo l'Italia di Silvio Berlusconi è fuori gara. In visita ai suoi migliori amici - i russi Vladimir Putin e Dmitry Medvedev - il primo ministro italiano ha scelto di complimentarsi con l'onorevole Obama per la sua "abbronzatura". L'anno prossimo il Presidente Berlusconi presiede il G8 - ecco un altro buon motivo per Obama per non svolgere alcun ruolo in questo gruppo di moribondi.

Da parte sua, la Gran Bretagna di Gordon Brown parla come se lei ed Obama fossero vecchi amici. Mai dimenticare che per la maggior parte della corsa democratica delle primarie, il Primo Ministro aveva scommesso su Hillary Clinton. Nè il modo migliore per preservare il cosiddetto rapporto speciale sembra essere quello di offrire il proprio tutoraggio facendo apparire Obama come un novellino. Nè si dimentichi che i progenitori di Obama lottarono per l'indipendenza del Kenya dal loro padrone coloniale britannico.

Il francese Nicolas Sarkozy è stato come tutti ansioso di catturare l'attenzione della stella Obama. Gordon Brown ha ottenuto 10 minuti al telefono con il presidente eletto. L'Eliseo ha annunciato trionfalmente che il signor Sarkozy era stato in linea con Chicago per una intera mezz'ora. Come attuale presidente dell'Unione europea, e per lo spirito atlantista mostrato da più lungo tempo dalla Francia, Sarkozy pensa chiaramente di essere in prima fila nella sala d'attesa dello Studio Ovale.

Forse sarà così - Jacques Chirac, dopo tutto, si presentò prima di Tony Blair nel 2001. D'altro canto, Angela Merkel è stata svelta ad invitare Obama a tornare a Berlino per una replica della sua trionfale comparsa durante la campagna presidenziale. Questa volta, possiamo esserne certi, la Merkel permetterà al suo gradito ospite di parlare alla Porta di Brandeburgo.

Ad essere onesti, uno o due di questi leader hanno fatto già alcune richieste a Barack Obama. Gordon Brown mette in guardia contro una politica commerciale più protezionistica degli Stati Uniti, mentre Sarkozy vuole che gli Stati Uniti si assumano le proprie responsabilità nello stabilizzare il sistema finanziario globale.

Dietro l'atmosfera generale di adulazione, tuttavia, c'è qualcosa di profondamente sbagliato. E cioè  la convinzione che le cose possano tornare ad essere di nuovo come un tempo: che gli anni di Bush sono stati solo uno spiacevole intermezzo e che l'Alleanza atlantica può essere ricostituita come prima.

In verità, tale possibilità si è chiusa con il crollo dell'Unione Sovietica. Uno dei grandi problemi dei passati due decenni è stato il fallimento (da entrambi i lati) nel riconoscere che un partenariato nato da uno stato di necessità potesse trasformarsi in una possibilità di scelta.

L'Europa non è più al centro degli interessi di politica estera degli Stati Uniti, e l'Europa non ha più un tale pressante esigenza di sicurezza e tutela da parte dell'ombrello americano. Ci sono un sacco di altre buone ragioni per promuovere una forte alleanza. Ma, per dirla con il presidente Obama, il rapporto può funzionare solo se entrambi i versanti capiranno questo cambiamento.

Per Gordon Brown sarebbe il caso di abbandonare l'illusione del rapporto speciale. Sotto molti aspetti la Gran Bretagna ha più stretti legami con gli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo per non continuare ad averli. Ma la Gran Bretagna sarà di interesse per Obama soltanto nella misura in cui la sua posizione consentirà di costruire un ampio consenso europeo. La familiarità con l'atlantismo del Ministro Sarkozy, a fianco del tradizionale pro-americanismo della Merkel, rende solo un tale consenso possibile. Ma chiede ai leader europei di cooperare, piuttosto che competere per i loro rapporti con Obama.

Se Brown e Sarkozy vogliono davvero produrre un impatto a Washington, la cosa più utile che potrebbero fare sarebbe quella di spingere con forza perchè al prossimo vertice dell'Unione europea a Bruxelles si arrivi ad un accordo sostanziale per rafforzare le capacità di difesa.

Poi, dopo l'insediamento di Obama, potrebbero entrambi fare un viaggio insieme fino a Washington. La Merkel potrebbe unirsi a loro. Potrebbero inoltre invitare José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. Il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe così concludere che l'Europa ha qualcosa da dire e anche qualcosa per contribuire.

Fin qui il Financial Times. E dove avrà dimenticato Berlusconi? Ma sul Mar Nero, ad abbronzarsi come Obama.



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permalink | inviato da meltemi il 11/11/2008 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Una Santa Alleanza contro Berlusconi
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2008


Cresce l'insofferenza di Gran Bretagna, Francia e Germania per le sempre più evidenti anomalie presenti nel nostro paese, dalla politica economica seguita dal nostro governo a quella indecente concentrazione del potere economico nelle mani di Berlusconi attraverso Mediobanca e il controllo delle maggiori banche italiane, senza dimenticare l'ultima occasione di scontro, l'impudente opposisizione del governo italiano al pacchetto ambientale.

Ma non è che in qualche cancelleria europea vi sia qualcuno che vagheggia un rimpasto tra i paesi dell'eurozona? si chiede Marco Sarli in questi due articoli ( 1 ) - ( 2 ). Insospettisce il differenziale tra il BTP ed il Bund tedesco salito improvvisamente, tanto da apparire addirittura pilotato, da poche decine di punti base a 132 punti e che non può essere spiegato solo con una improvvisa caduta della fiducia internazionale sulla solvibilità del nostro paese.

Una controprova dell’esistenza di questo nuovo asse Londra-Parigi-Berlino e delle sue intenzioni potrebbe venire proprio dall’anello debole del nuovo blocco di potere, l’Alitalia, con un’offerta a sorpresa di qualche compagnia aerea, forse anglosassone, che verrebbe a rompere le uova nel paniere alla CAI di Colaninno! Fantapolitica? Forse, ma è già successo che l'Italia abbia pagato un prezzo per entrare nell'euro. Ora, grazie a Berlusconi, quale altro dovremo pagarne per restarci?


Le mani sulle banche
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 27 ottobre 2008


Le borse continuano a scendere in picchiata. Gli interventi dei governi, impegnati in summit oramai settimanali, sono giunti tardivi e appaiono ancora insufficienti per far recuperare la fiducia a investitori e risparmiatori terrorizzati. E non siamo che all'antipasto dell'incubo.

Lo sforzo del duo Brown-Sarkozy è stato notevole nonostante le resistenza della Merkel e nonostante quella macchietta di premier italiano che sono costretti a portarsi dietro e che frequenta i summit dei capi di stato solo  per darsi un'aria da statista e per usarli come cassa di risonanza mediatica dei suoi sempre più preoccupanti deliri di onnipotenza.

Tutto il mondo è in trepida attesa di conoscere le sue annunciate proposte economico-finanziarie per risolvere questa crisi e fermare la recessione. In realtà l'Europa ci ride dietro e il nostro premier si preoccupa solo di far credere al popolo degli italioti che metterà Lui le cose a posto, "ghe pens mi", continuando a consigliare acquisti di azioni con i mercati che ancora non hanno toccato il fondo.

Sono Gordon Brown e Nicolas Sarkozy i due uomini politici che sono apparsi più consapevoli della gravità della situazione e della assoluta necessità di fornire le misure più adeguate possibili, facendo fare retromarcia agli Stati Uniti dal piano originario che prevedeva solo un grazioso regalo ai banchieri americani di 700 miliardi di dollari, proponendo ed attuando l'unica medicina possibile in questo momento, l'ingresso statale nel capitale delle banche e il loro controllo.

Mentre l’ingresso in forze è già avvenuto, anche se non è stato del tutto completato, in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, mancano ancora all’appello paesi importanti dell’Unione Europea, quali la Germania (solo la quarta banca tedesca ha chiesto un ingresso nel capitale per poco meno di sei miliardi di euro) e l’Italia, mentre, pur avendo provveduto a predisporre il relativo fondo, il governo Zapatero continua a prendere per buone le rassicurazioni che gli giungono dai quartier generali delle due principali banche iberiche, nonostante i tracolli in borsa di Santander, super esposto al rischio default in Sud America (leggi Brasile ed Argentina).

Presumo che in Italia il duo formato da Mario Draghi e Giulio Tremonti abbiano dei piani che vadano nella direzione tracciata da Francia e Gran Bretagna, piani che vengono visti con estrema apprensione ai piani alti di Unicredit, Monte Paschi e relative Fondazioni, mentre Corrado Passera, amministratopre delegato di Intesa-San Paolo sembra dormire sonni molto più tranquilli grazie ai meriti che si è conquistato e al debito di riconoscenza che Berlusconi gli deve per averlo aiutato nella vicenda Alitalia.

A Robin Tremonti fa gola quel gruzzoletto di 73 miliardi di euro che rappresenta il patrimonio delle Fondazioni bancarie e il suo silenzio assomiglia a quello di chi attende pazientemente sulla riva del fiume che passino i primi naufraghi che chiedano aiuto. Comunque le sue idee ed il suo progetto non coincidono con quelli del suo leader maximo e deve mordere il freno.

Veltroni al Circo Massimo ha messo in guardia da un ritorno delle mani statali sulle banche. Forse avrebbe fatto meglio a parlare chiaramente delle mani di Berlusconi che sta realizzando indisturbato il suo piano per il controllo del sistema economico-finanziario italiano, cosa che non era riuscita nemmeno a Mussolini. Ma questa è un'altra storia intricata, sulla quale spero di ritornare presto.


Luci ed ombre a Parigi ma le borse si illuminano
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 13 ottobre 2008


La montagna ha partorito il topolino, verrebbe da dire. Ma questa volta, se non altro, sembra un   topolino che le borse hanno apprezzato reagendo con dei forti rialzi su tutte le piazze europee. Qualcosa ha iniziato a muoversi.

Le conclusioni del summit di Parigi sono state in parte deludenti perchè al di là di una riaffermata volontà di muoversi in modo coordinato non si è concretizzato un governo comune e centralizzato della crisi. Ogni paese farà per sè e annuncerà singolarmente quali misure del pacchetto concordato intenderà prendere per far fronte alla crisi del proprio mercato finanziario, ma le misure concordate sembrano comunque in grado di ricreare un clima di fiducia tra gli operatori finanziari, sbrogliando l'intricata matassa  che i leaders europei avevano contribuito a rendere ancora più intricata con le insensate dichiarazioni che fino a ieri, per quattordici mesi, erano risuonate dalle loro bocche e da quelle dei loro omologhi d’oltreoceano. Frasi come: “il peggio è ormai alle spalle”, “le banche sono solide”, “gli unici responsabili della crisi sono quelli che hanno chiesto mutui non avendo i requisiti per farlo”, “la colpa è degli speculatori”, “si vede la luce in fondo al tunnel” e via straparlando.

E' mancata l'approvazione di un’azione comune nonostante le pressioni di Sarkozy: la nuova lady di ferro ha mantenuto ieri sera il suo fermo rifiuto a qualsiasi indicazione di un plafond degli interventi che avrebbe visto la Germania nella molto scomoda posizione di maggior contribuente del pesante piè di lista che si profila. Ma l'intervento dello Stato in quei gangli fondamentali del mercato, le banche e le compagnie di assicurazione, rappresenta comunque una rivoluzione e ancor più il piano di salvataggio americano che ha preceduto la svolta di Parigi è davvero qualcosa di rivoluzionario per una nazione che del neo liberismo ha fatto negli ultimi decenni la sua bandiera. Bisogna riconoscere che lo sforzo fatto in queste ultime settimane dai ravveduti governanti e dagli altrettanto pentiti governatori delle banche centrali dei maggiori paesi industrializzati è stato davvero uno sforzo enorme. Ma è solo il primo passo anche se alcuni punti delle possibili misure che potranno essere prese nei singoli paesi europei rimangono ancora ambigui e oscuri. Vediamoli.

Da oggi ritorna la fiducia tra le banche perchè i prestiti interbancari saranno garantiti dallo Stato e il denaro tornerà a circolare riaprendo i rubinetti del credito alle imprese. A quanto pare questa garanzia viene concessa gratuitamente alle Banche da parte dello Stato. All'occorrenza chi e a che condizioni pagherà queste garanzie in caso di insolvibilità?  Lo Stato siamo noi cittadini e alla fine saremo noi a pagare il conto invece del sistema bancario. La riunione Europea di ieri ha poi dato il permesso ai governi di comprare "azioni privilegiate" delle banche che abbiano bisogno di liquidità. Anche qui, perchè azioni privilegiate che non hanno diritto di voto nelle assemblee degli azionisti? Chi le pagherà? Sempre i cittadini? E allora perchè non vengono redistribuite ai cittadini?

Infine lascia fortemente perplessi la revisione dei criteri contabili e l'abbandono del mark to market per cui verranno messe nei bilanci delle banche le varie partite al loro valore di carico e non a quello effettivo di mercato ricorrendo ad un trucco contabile che renderà la lettura di ogni situazione patrimoniale più opaca e meno trasparente. Un esempio: se un'obbligazione verrà rimborsata fra 10 anni a 100 e oggi vale 70, nel bilancio di una banca potrà essere messa a 100. Improvvisamente le banche non avranno più perdite. Come nascondere la spazzatura sotto il tappeto. Guarda caso su questo punto aveva gia molto insistito nei giorni scorsi il nostro Tremonti. Potenza della finanza creativa e....del premier spazzino.


La crisi ridisegnerà un nuovo mondo
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 7 ottobre 2008


Era prevista e la sesta ondata, per ora la più devastante, della tempesta perfetta, si è abbattuta sull'Europa nonostante le dichiarazioni ottimistiche e tranquillizzanti dei capi di governo europei. Dichiarazioni che non hanno convinto nessuno, anzi, hanno gettato ancor più nel panico le borse. Sarkozy, Berlusconi, la Merkel e Gordon Brown, come il loro collega d'oltreoceano, sono impotenti. Oltre tutto è paradossale che chi ha prodotto questo disastro, la destra con le sue politiche liberiste e la deregulation, ora si candidi a riscrivere anche le nuove regole.

Raffica di sospensioni al ribasso a Piazza Affari. Nello S&P/Mib, su 40 società, oggi sono state otto quelle sospese o congelate per eccesso di ribasso. Tra loro Unicredit ma anche Fiat, Telecom, Impregilo, Geox, Fastweb, Banco Popolare, la Popolare di Milano e Seat.

L'Euribor a tre mesi ha segnato il fixing a 5,38%, nuovo massimo storico dall'introduzione dell'euro. L'Euribor è il parametro a cui vengono indicizzati i prestiti commerciali e i mutui immobiliari. Si annuncia dunque una nuovo rialzo per le rate trimestrali che i debitori devono corrispondere alle banche.

Oggi a Londra la Royal bank of Scotland (RBS), una delle più grandi banche del mondo, ha perso circa il 40% del suo valore di borsa. RBS è ritenuta una delle banche europee più esposte nei titoli tossici. Il governo inglese ha annunciato un piano per il suo salvataggio. Vanno giù in borsa anche i due colossi tedeschi del credito Deutsche Bank e Commerzbank che a Francoforte perdono rispettivamente oltre 13% e il 9%.

L'Islanda nazionalizzerà la Landsbanki, la seconda banca del paese, sull'orlo del fallimento, e il governo assicura i risparmiatori che non perderanno i loro depositi. La scorsa settimana era stata nazionalizzata Glitnir Bank, terza banca islandese. Ora si temono la bancarotta del paese e i suoi riflessi sugli altri paesi scandinavi.

«Necessariamente ogni alba passa attraverso una lunga e profonda notte, ma se l'inverno vi dicesse che ha nel cuore la primavera......chi gli crederebbe!

L'esaltazione collettiva di questa follia di massa, l'immenso castello di carta dei derivati è crollato al semplice battito della farfalla "subprime", ma non date retta a coloro che vi parlano di fine del mondo: è solo la fine di un sistema, stà bruciando il bosco di questa finanza irreale ma il fuoco è vita, purifica il vecchio per lasciare posto al nuovo.

E' giunto il momento di ricostruire, è giunto il momento della speranza, è giunto il momento di guardare oltre, il momento di ripartire da un nuovo sistema i cui fondamenti siano etici, un piano " Marshal " che raccolga ogni idea, ogni progetto, ogni sforzo diretto alla ricostruzione di un sistema, di una società basati sui valori e non esclusivamente su nuove regole, codici o commi di un codice "incivile".» (da icebergfinanza)


Richard Fuld, il CEO della Lehman Brothers, contestato da alcuni manifestanti
I quattro moschettieri
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 6 ottobre 2008


I due paragrafi che seguono, tratti dal blog "Diario della crisi finanziaria" di Marco Sarli, fanno giustizia delle improvvide dichiarazioni ed annunci resi ieri ed oggi dai premier di Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna che così ci hanno messo anche del loro nel mandare a picco le borse europee.

Non vorrei infierire, ma penso proprio che gli strateghi della comunicazione dei leaders mondiali abbiano mal consigliato i loro clienti, perché non è stato un bel vedere Bush, Sarkozy, Brown, la Merkel, Berlusconi e chi più ne ha ne metta parlare di uno scenario catastrofico, apparentemente del tutto incuranti dell’effetto panico che le loro parole, ma ancora di più le loro facce, hanno indotto anche nel più tranquillo e moderato delle centinaia di milioni di risparmiatori/investitori e che lo hanno spinto a passare le lunghe ore del week end a preparare gli ordini di vendita da passare di buon ora stamane al proprio intermediario, aggiungendo così la sua goccia a quel mare tempestoso che ha travolto tutte le difese approntate dalle autorità monetarie.

In preda al panico più totale, i leaders dei quattro maggiori europei riuniti dal decisionista Sarkozy a Parigi nel fine settimana stanno facendo a gara nel promettere ai risparmiatori che non perderanno nemmeno un euro dei loro depositi, ignorando o facendo finta di ignorare che non vi è alcuna possibilità di mantenere quella che con molta signorilità l’ex ministro del Tesoro Italiano, il professor Luigi Spaventa, ha definito una “fragile promessa”, anche perché vorrei proprio sapere dove andrebbero a prendere quelle migliaia di miliardi di euro necessari a dare sostanza alle loro parole, nel malaugurato caso che si realizzasse il più catastrofico degli scenari per le già malmesse banche europee.

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La vendetta del mercato
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 6 ottobre 2008


Le borse di tutto il mondo stanno vivendo oggi un altro tragico lunedì nero. Tokyo ha chiuso a -4,25 per cento. Le Piazze europee affondano oltre il 4%. Milano precipita fino a meno 6%. Gli analisti, per la prima volta, prevedono la recessione anche nell'euro-zona. Profumo, amministratore delegato di Unicredit, è nel panico: "E' la crisi peggiore dal '29". Interviene perfino il Pontefice: "I soldi sono niente, i soldi svaniscono, è solida solo la parola di Dio". Amen. Nel senso che sicuramente non lo è -solida- la parola degli uomini e nemmeno lo sono le nostre "ricchezze".

Berlusconi al vertice dei paesi europei sulla crisi finanziaria ha proposto, sulla scia aperta da Sarkozy, di costituire un fondo comune per il salvataggio di banche e assicurazioni europee. Nel solco dunque del principio, già sperimentato con successo nei suoi affari, "privatizziamo i profitti e socializziamo le perdite". Ovviamente gli hanno risposto picche: perchè Angela Merkel ad esempio dovrebbe farsi così generosa da ripianare i debiti italiani e non approfittare invece della solidità economica e finanziaria della Germania? Mors tua, vita mea, direbbero i latini. Ovvero "ognuno per sè, mercato per tutti".

Che ti fa la Merkel come prima mossa? Garantisce i depositi nelle banche tedesche per qualsiasi cifra. Non per quei miseri soli 103 mila euro del Fondo di garanzia che abbiamo in Italia. Tutti di corsa a trasferire i propri risparmi nei caveau delle banche teutoniche?. Macchè, il mercato è mercato, bellezza, e non crede più agli annunci e ai piani di salvataggio truffaldini dei Bush, dei Berlusconi e delle Merkel della Terra. Il vero mercato si prende la rivincita. Ha scoperto che il mondo finanziario stava seduto su una bolla piena di carta straccia, rifiuti tossici  e valori virtuali gonfiati da una folle avidità e non rappresentativi di un'economia reale. Il sistema sta crollando e non servono palliativi di poche centinaia di miliardi di dollari. I valori reali della bolla sono trilioni di dollari e la caduta non si fermerà finchè il vaso di Pandora non si sarà completamente svuotato.

In Italia i nostri governanti si muovono come apprendisti stregoni annunciando che non c'è crisi di liquidità nè rischio di default, salvo smentire se stessi e proporre il giorno dopo un improbabile fondo di salvataggio a livello europeo. Ma insomma c'è o non c'è questo rischio? Unicredit non è a rischio liquidità annunciano in solido con mister Arrogance e intanto stanno raschiando il fondo del barile. Il mattino esorcizzano il mercato con la camomilla, il pomeriggio fanno riunire il board di Unicredito per varare un maxi aumento di capitale da 6 miliardi di euro, svendendo il mattone, dando carta al posto dei dividendi, emettendo obbligazioni, riservate agli investitori istituzionali, al 10 per cento di interessi. Si avete letto bene, 10 per cento di interessi ma solo per gli investitori istituzionali non per gli altri. A voi pensionati, vecchiette, lavoratori, artigiani, piccoli risparmiatori, remunerazioni da fame.

Non so quanti altri lunedì neri vedremo. Forse il nero diventerà il colore dominante. Stiamo giusto entrando in un tunnel buio di cui non conosciamo l'uscita. Forse sarebbe il caso di fermare il treno e scendere, prima che sia troppo tardi. Non possiamo continuare a mettere le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri stipendi, il nostro lavoro nelle mani di chi ha prodotto questo tsunami. L'ho già detto tante volte, c'è una sola strada: niente aspirine, allontanamento e punizione dei responsabili, nuove regole a misura dei bisogni della gente e dell'economia reale, un nuovo ordine politico e finanziario mondiale.


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