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in Italia è sempre tempo di elezioni
Pensieri proibiti
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 novembre 2008


Il ministro Tremonti affronta la drammatica crisi economica come se stesse organizzando una scampagnata. Il piano del governo presentato ieri da un inedito quartetto composto da Berlusconi in versione Pinocchio, il suo tre volte ministro dell'economia e da due improbabili assistenti come Calderoli e La Russa che interpretavano la parte dei cavoli a merenda, è cupamente modesto, come sottolinea anche il Financial Times, inadeguato e privo delle risorse necessarie a far fronte a una crisi che sta diventando devastante. In poche parole, solo fumo e pochissimo arrosto. Il tre volte ministro dell'economia ha avuto persino l'ardire di definirlo 'un piano keynesiano' e in quel momento Keynes si è rigirato anche lui tre volte nella tomba.

Delle due l'una: o Tremonti sottovaluta la profondità della crisi o sa qualcosa che non vuole e/o non può dire, e cioè che la situazione è molto più grave di come appare anche allo più sprovveduto degli osservatori. Il sospetto è che ci sia qualcosa di terribilmente vero nella seconda ipotesi soprattutto dopo la notizia che in questi ultimi due giorni lo spread tra Bund e Btp è salito da 107 a 121 punti base (+13%). A Settembre lo spread era ancora intorno ai 70 punti, a fine Ottobre appena sotto i 100 punti. Oggi è a 127 punti base. Il dato indica la crescita della sfiducia dei mercati sulla solvibilità del nostro paese e che ci sono mani forti che stanno scommettendo contro la tenuta della nostra economia e dell'Italia all'interno dell'euro.

Non mi piacciono i teoremi complottisti ma di questa situazione, seppur al condizionale, ne avevo già dato conto. Il comportamento del duo Berlusconi-Tremonti è quanto mai sospetto in questo senso. Se tal ipotesi fosse vera allora il governo ha il dovere di dire fino in fondo come stanno veramente le cose per chiedere, in questo caso sì, la collaborazione di tutti, compresa l'opposizione e varare insieme un piano per salvare l'Italia dalla bancarotta. Altrimenti chiedere collaborazione per un piano da burletta approvato in dieci minuti è soltanto una presa in giro e una provocazione che giustamente va rispedita al mittente.


E Berlusconi dov'è?

il New Deal di Obama
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 novembre 2008


"Questa mattina, ci siamo svegliati con notizie poco rassicuranti sullo stato della nostra economia. Abbiamo perso 240.000 posti di lavoro nel mese di ottobre, ovvero il 10° mese consecutivo che la nostra economia perde posti di lavoro. In totale quest'anno abbiamo perso 1,2 milioni di posti e più di 10 milioni di americani sono ora disoccupati. Decine di milioni di persone lottano per capire come pagare le loro bollette e rimanere nelle proprie case. Le loro storie sono un richiamo urgente che ci ricorda la più grande sfida economica della nostra vita e dobbiamo agire rapidamente per vincerla".

Barack Obama ha aperto così a Chicago la sua prima conferenza stampa da Presidente eletto degli Stati Uniti. In realtà la situazione occupazionale è molto più grave di quella dipinta dal presidente Obama in quanto è risaputo che il modello di rilevazione statistica utilizzato nel paese a stelle e strisce (CES Net Birth/Death Model) non fotografa l'effettivo dimensione del fenomeno e il numero dei disoccupati verrà rivisto nei prossimi mesi, di revisione in revisione, in misura esponenziale.

Le cose non vanno meglio con gli altri indicatori, dal crollo della produzione automobilistica, alla caduta dei consumi e della fiducia dei mercati, alle notizie sui risultati trimestrali di banche e grande industria, anche se il ravvivarsi delle borse in questi giorni sembra allungare il brodino. Le banche centrali stanno abbassando ormai quotidianamente il costo del denaro inondando di liquidità il sistema ma è come vuotare il mare con un cucchiaino. Tra breve arriveremo al tasso zero giapponese.

Il fatto è che il problema principale non è la mancanza di liquidità. La crisi è arrivata a un punto tale che fornire credito alle banche e alle imprese serve solo per mantenerle solvibili e tenere a bada i creditori, e non frena le riorganizzazioni produttive con i conseguenti tagli occupazionali. Predisporre solo piani di salvataggio per le borse, le banche, le assicurazioni, le industrie in crisi aiuta ad evitare per il momento i fallimenti ma non rovescia il ciclo negativo dell'occupazione e quindi non favorisce la ripresa dei consumi e della produzione.

Il vero problema dell'economia mondiale è dal lato della domanda. Qualsiasi politica monetaria è destinata a fallire se non è sostenuta dalla domanda di prodotti e servizi. I consumatori non arrivano alla fine del mese, non riescono a pagare il mutuo per la casa, sono carichi di debiti e non vogliono o non possono indebitarsi ulteriormente perchè hanno paura del futuro. Tagliano quindi tutte le spese superflue e si limitano a quelle di prima necessità. Il crollo dei consumi ha come conseguenza il crollo della produzione e quindi dell'occupazione in una spirale perversa.

Per rimettere in moto la macchina dell'economia non c'è bisogno di nuove ricette. Basta rispolverare il vecchio Keynes. I governi devono investire in nuove infrastrutture, nella previdenza, nella sanità e nell'istruzione per creare milioni di nuovi posti di lavoro, stabili e ben pagati. Spendere, spendere, spendere. Ora. Immagino già le obiezioni di quelli che non vogliono incrementare il debito pubblico perchè, dicono, è già troppo alto. Ma hanno torto perchè la spesa pubblica in quella direzione significa investire sul futuro, sulla produttività e sulla creazione di occupazione che avrebbe un ritorno sotto forma di maggiori entrate fiscali ed un effetto positivo sul deficit statale e sulla modernizzazione del paese, come John Maynard Keynes e Franklin Delano Roosevelt  ci hanno insegnato.

Un altro argomento contrario è quello di coloro che non vogliono sentir parlare di grandi investimenti pubblici ma solo di sgravi fiscali. Hanno torto anche loro. I soli tagli alle tasse infatti non stimolano la propensione al consumo. I beneficiari degli sgravi per la maggior parte propenderanno, in questa situazione di crisi ed incertezza, più a risparmiare o a pagare i loro debiti che a spendere in nuovi prodotti, e se anche comprassero beni e servizi non farebbero crescere la domanda interna abbastanza da creare occupazione sufficiente, rivolgendosi gli acquisti anche a prodotti d'importazione.

Barack Obama è chiaramente orientato nella direzione di questa ricetta, quella cioè degli investimenti pubblici nelle infrastrutture (costruzione e manutenzione di strade e ponti, porti e aereoporti, ferrovie, reti elettriche, nuove fonti di energia alternative e risparmio energetico), nel sistema sanitario e previdenziale, favorendo i prepensionamenti e la piena occupazione. Quello che anche la Cina ha già stabilito di fare giocando d'anticipo sulle decisioni del prossimo G20. Ma per Obama, che si insedierà solo a gennaio, se quella strada sarà più o meno impervia, molto dipenderà dal lascito di Bush e appunto dall'eventuale accordo che uscirà dalla riunione del G20 nei prossimi giorni.

Un'ultima doverosa nota per l'Italia. Da noi è giunta dopo che per mesi Berlusconi ha ripetuto, al contrario del suo ministro dell'economia, che la recessione non sarebbe mai arrivata e anche qui le multinazionali salutano e ritornano a casa, chiudendo le catene di montaggio. La lista è ormai lunga e i disoccupati stanno crescendo, ma mentre in America e nel resto d'europa i governi hanno comunque già distribuito miliardi a banche e industrie, in Italia siamo ancora tutti in attesa di vedere cosa tirerà fuori dal cappello il nostro governo, oltre i tagli alla sanità e all'istruzione (leggete cosa scrive Tito Boeri). Nel frattempo Berlusconi va in giro per il mondo raccontando barzellette.

Roosevelt, Obama, Keynes

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