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in Italia è sempre tempo di elezioni
Ancora sui private equity e altre cattive notizie
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 8 gennaio 2009


Si allarga l'allarme sui fondi di private equity di cui vi avevo già parlato in un recentissimo  post. E' il Financial Times ad anticipare che nelle prossime settimane i sottoscrittori di questi fondi riceveranno delle desolate lettere nelle quali verrà comunicato loro che le perdite riportate nel 2008 ammonteranno a un 20 - 30 per cento del valore investito e addirittura che...

[...] the actual losses could far exceed 30 per cent, since many of these companies were bought and taken private at the peak of the financial frenzy. In many deals – particularly ones struck in 2006 and 2007 – private equity firms paid a 25 per cent premium to public market levels to take their targets private.

Per garantire questi rendimenti e per ristrutturare e risanare le aziende acquisite, i fondi di PE sono ricorsi massicciamente al leveraggio (vedi nel glossario alla voce relativa leveraged buy-out), indebitandosi enormemente con le banche, per multipli di 3 o 4 volte il valore delle aziende stesse, per cui, secondo il FT, considerata anche la discesa del 40% del valore del mercato, in realtà le perdite potrebbero aggirarsi intorno al 60 per cento, innescando, aggiungo io, l'effetto a catena di cui ho già detto nel precedente post.

Sulle borse mondiali, dopo un rialzo durato solo due giorni ma che aveva subito dato fiato allo sparuto gruppetto degli inguaribili ottimisti, è poi scesa ieri come una doccia gelata la notizia della perdita negli USA, con riferimento al mese di dicembre, di 693 mila posti lavoro che fa, peraltro, seguito a una flessione di poco meno di 500 mila posti di lavoro nel mese di novembre, il che sta a dire che in soli due mesi sono stati distrutti poco meno di un milione e duecentomila posti di lavoro. Come descrive con una bella immagine Marco Sarli nel suo blog:

[...] la tempesta perfetta in corso oramai da diciassette mesi ci ha abituati a brevi fasi di bonaccia che in genere hanno solo preparato nuove, e spesso più alte, ondate [...]

Che la recessione sia destinata a peggiorare e che quindi non abbia ancora toccato il fondo - e  quasi tutti gli indicatori stanno li a dimostrarlo - non sono io o il partito dei catastrofisti, sempre più numeroso, a prevederlo, ma la stessa Federal Reserve che nel verbale dell'ultima riunione del 15 e 16 dicembre scrive che:

Amid the weaker outlook for economic activity over the next year, the unemployment rate was likely to rise significantly into 2010, to a level higher than projected at the time of the October 28-29 FOMC meeting.

Nel 2010 il livello della disoccupazione sarà più alto di quanto previsto ad Ottobre 2008 a causa dei più deboli risultati dell'economia attesi nel 2009, con il che è chiaro che la Fed non vede nessun inizio della ripresa prima della fine dell'anno.

Molto dipenderà dal piano di Barack Obama, che però rischia di non essere nè carne nè pesce, a causa dell'insano atteggiamento del neopresidente che sembra cercare a tutti i costi l'appoggio anche dei repubblicani. Il progetto di destinare il 40% dei fondi del piano di salvataggio ai tagli fiscali, se da una parte accontenta - per ora - i repubblicani, rischia di rendere insufficienti gli investimenti nelle opere pubbliche, mentre a loro volta i beneficiari dei tagli fiscali saranno portati molto probabilmente a risparmiarli piuttosto che a consumarli per incrementare la domanda.

La situazione, quanto a dimensione ed efficacia dei provvedimenti, non è migliore in Europa e peggio che peggio in Italia, dove la politica di Tremonti di rimanere in mezzo al guado, tra la sponda del rigore e quella di una politica fiscale espansiva si sta dimostrando la peggiore soluzione possibile perché i conti si deteriorano senza migliorare le prospettive dell'economia, come ci spiegano Tito Boeri e Pietro Garibaldi su Lavoce.info.

E, per finire in bellezza, a proposito di un'azione di governo “tempestiva, consistente, duratura, diversificata, contingente, collettiva e sostenibile“, come richiesto dal Fondo Monetario Internazionale, credo tutti abbiamo una domanda da fare al ministro: sa dirci che fine ha fatto il suo bonus-famiglia fantasma?

Ma non facciamo del disfattismo, la crisi è soprattutto psicosomatica e si cura con l’ottimismo, come dimostrano inequivocabilmente i dati sul ricorso alla cassa integrazione.


La crisi e il fattore C
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


La banca centrale giapponese ha portato il costo del denaro dallo 0,3% allo 0,1%. Se la situazione non fosse drammatica questa decisione potrebbe apparire persino comica nella sua inutilità. Una tale manovra non fa che confermare l'impotenza dei banchieri centrali che dopo aver fatto il possibile e anche l'impossibile hanno esaurito ogni margine di manovra sui tassi. Ora non è rimasto che stampare moneta e distribuirla gratis. Cosa che si legge tra le righe delle dichiarazioni di Bernanke, il presidente della Fed, quando dice che la banca federale è ormai disposta a qualsiasi manovra per combattere recessione e deflazione, anche a comperare titoli sul mercato, il che equivale a stampare moneta, inondando di dollari i mercati.

In realtà Bernanke ha capito che il problema è avere un tasso di interesse reale troppo alto anche quando il tasso nominale è pari a zero. In questa situazione gli agenti economici preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Quindi in teoria la "corretta" risposta, è creare un'attesa di politiche inflattive che spingano il tasso reale verso il basso, come afferma la stessa Fed nel suo comunicato:

"The Committee recognizes that moderate inflation would be desirable under the present circumstances. In particular, the overall level of prices a decade hence should be about 30 percent higher than the price level today. The committee anticipates keeping the stance of monetary policy sufficiently accomodative to achieve that degree of inflation over the coming decade."

E' la risposta che Paul Krugman già nel 1999 proponeva come soluzione al problema della trappola della liquidità in un modello dinamico dove gli agenti economici prendono delle decisioni che riguardano non solo il presente ma anche il futuro. Come abbiamo già visto una trappola della liquidità può verificarsi se la crescita attesa dell' economia è negativa. In questo caso gli agenti economici tendono a risparmiare oggi per poter consumare maggiormente domani quando il reddito sarà più basso. Questo eccesso di risparmio può essere disincentivato e riequilibrato con una riduzione nel tasso di interesse reale.

Se il tasso di interesse nominale non può scendere occorre che il tasso di inflazione atteso sia positivo. Ecco quindi la proposta di Krugman, che all'epoca fu trattato come un pazzo: una politica monetaria attiva che generi aspettative di inflazione. La politica monetaria dovrebbe condurre l' economia a un tasso di deflazione pari al tasso di interesse reale d'equilibrio. Ma se il tasso d' interesse reale di equilibrio è negativo, l' economia avrebbe bisogno di un tasso d' inflazione positivo. Se i prezzi oggi non si muovono l' unica possibilità è che i prezzi crescano nel futuro e quindi che la politica monetaria attesa sia espansiva e in un certo senso irresponsabile.

Purtroppo se questi modelli teorici funzionano bene in astratto e se applicati su crisi già avvenute e di cui conosciamo quasi tutto, nella realtà economica entrano in gioco innumerevoli variabili ed incognite che rischiano di creare effetti imprevedibili, soprattutto in una situazione di crisi come quella attuale e di cui molti aspetti sono a noi sconosciuti e diversi anche rispetto a quanto avvenuto in crisi passate.

Bernanke e tutte le altre autorità monetarie mondiali e i responsabili di tutti i governi del pianeta rischiano di fare la fine degli apprendisti stregoni evocando dei mostri che potrebbero andare fuori controllo - come potrebbe essere una politica inflattiva - e causare danni ancora peggiori di quelli che ci potremmo aspettare. Purtroppo non resta che affidarci al fattore C. Che, ci spiace per Berlusconi che, quando è alticcio, vede rosso anche nella Fed, non sta per Comunista, ma per "sedere".


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