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in Italia è sempre tempo di elezioni
Don't worry, be happy
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 gennaio 2009


Gli Stati Uniti d'America hanno finalmente il nuovo Presidente. Barak Obama affronta la crisi economica con lo spirito giusto: sà e l'ha anche detto al popolo americano che la crisi è  grave e peggiorerà. Non ha la bacchetta magica e non farà miracoli ma è già pronto un piano di espansione fiscale di 825 miliardi di dollari, è in cantiere un programma di rifinanziamento del mercato immobiliare e siamo in attesa del nuovo piano di salvataggio delle banche, il TARP II, di cui il Congresso ha intanto sbloccato la seconda trance da 350 miliardi.

Sfortunatamente l'Europa resta a guardare. Non solo il nostro Premier, ma anche i suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra sembrano seguire la strategia del "don't worry, be happy", all'insegna della sottovulatazione della crisi e dell'attesa di non si sa che cosa. Eppure i dati sono sempre più impietosi ed allarmanti. Se poi avete ancora più pazienza leggete anche questo report sull'Italia.

L'economia americana non rappresenta che un quarto  dell'economia mondiale e se il piano di Obama avrà successo già forse dal prossimo anno sarà possibile vedere i primi segnali di ripresa negli Usa e questo potrà aiutare ad affrontare ma non a risolvere la recessione mondiale. Non basterà il successo di Obama, nè all'America nè al resto del mondo se non si muove anche l'Europa dove la crisi è molto più grave di quanto possiamo immaginare.


Frau Nein, la Signornò
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 dicembre 2008


L'uragano Madoff continua la sua corsa. Nella scala di intensità per ora lo possiamo catalogare nella categoria 3: molti tetti danneggiati, inondazioni sulle coste, molte abitazioni costiere distrutte. Nel caso, ci tornerò sopra nei prossimi giorni. Oggi l'argomento che mi intriga è un altro. Avevo già parlato qui degli interventi del Premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, che sottolineava la necessità per l'Europa di mettere in campo politiche economiche espansive e coordinate, accusando i leader dei paesi europei di fare come gli struzzi e in particolare la Germania di remare contro. Krugman ritorna sull'argomento sviluppandolo in un lungo editoriale sul New York Times dal titolo "European Crass Warfare" (Lo stupido conflitto europeo) che valeva la pena tradurre. Per i "secchioni", appassionati di matematica, c'è anche la dimostrazione algebrica.
 
Allora, ecco qual è la situazione: l'economia affronta il suo peggior crollo da decenni. La soluzione consueta a una crisi economica, tagliare i tassi di interesse, non funziona. Gli aiuti governativi su larga scala paiono l'unica strada percorribile per arrestare la caduta dell´economia.

C´è un problema però: i politici conservatori, aggrappandosi a un'ideologia totalmente superata e, forse, scommettendo (a torto) che i loro elettori siano relativamente ben preparati per uscire dalla tormenta, sbarrano il passo a questo tipo di intervento.

No, non sto parlando di Bob Corker, senatore della Nissan  - volevo dire del Tennessee - e dei suoi colleghi Repubblicani che la settimana scorsa hanno silurato il tentativo di far guadagnare tempo all'industria automobilistica statunitense. (Perché il piano è stato bloccato? Tra i senatori Repubblicani è circolata un'e-mail nella quale si dichiarava che negare un prestito all'industria automobilistica era un'opportunità per i repubblicani di "sparare il loro primo colpo contro la classe operaia organizzata").

Mi riferisco invece ad Angela Merkel, la Cancelliera tedesca, e ai suoi leader dell'economia, diventati l'ostacolo maggiore che si frappone all´attuazione del tanto necessario intervento di salvataggio europeo.

Qui in America la crisi economica europea non desta molta attenzione, in quanto come è comprensibile siamo concentrati sui nostri problemi. Tuttavia, l´altra superpotenza  economica mondiale - America e Unione Europea hanno più o meno il medesimo Pil - è comprensibilmente nei guai tanto quanto noi.
 
I problemi più gravi stanno venendo a galla nelle periferie dell'Europa, dove molte economie minori stanno vivendo crisi che rievocano intensamente quelle che in passato hanno attanagliato l'America Latina e l'Asia: la Lettonia è un nuovo caso Argentina; l'Ucraina è una nuova Indonesia. Ma i problemi e i dispiaceri hanno raggiunto ormai le altre grosse economie dell'Europa occidentale: Gran Bretagna, Francia, Italia e la più grande di tutte, la Germania.
 
Come negli Stati Uniti, la politica monetaria - consistente nel tagliare i tassi di interesse nel tentativo di migliorare il quadro economico - sta rapidamente raggiungendo i suoi limiti. Questo comporta che l'unica strada per evitare il peggior tracollo dell´economia dalla Grande Depressione è un uso aggressivo della politica fiscale: aumentare la spesa o tagliare le tasse per rilanciare la domanda. Al momento tutti vedono chiaramente la necessità di un ampio stimolo fiscale pan-europeo.

Tutti, a esclusione dei tedeschi. Angela Merkel è diventata Frau Nein, la Signornò. Se ci sarà un piano di intervento per salvare l'economia europea, lei non intende prendervi parte, affermando a un meeting del suo partito che «non parteciperemo a questa insensata corsa ai miliardi».

La settimana scorsa Peer Steinbrueck, il ministro delle Finanze di Angela Merkel, si è spinto ancora oltre: non contento di essersi rifiutato di mettere a punto un serio programma di incentivi per il proprio Paese, ha oltretutto criticato i piani delle altre nazioni europee. In particolare, ha accusato la Gran Bretagna di abbandonarsi a un «crasso keynesianesimo».

I leader tedeschi paiono credere che la loro economia sia in buona forma e non necessiti di aiuti consistenti. Quasi sicuramente hanno torto. La cosa peggiore, tuttavia, non è l'errore di valutazione della loro situazione, ma il fatto che l'opposizione della Germania preclude all'Europa un approccio collettivo alla crisi economica.

Per comprendere il problema, si pensi che cosa accadrebbe se, per esempio, il New Jersey cercasse di rilanciare la propria economia con sgravi fiscali o opere pubbliche, senza che questo incentivo a livello statale faccia parte di un piano nazionale. Ovviamente, buona parte degli incentivi confluirebbe anche negli stati vicini, così che il New Jersey finirebbe col ritrovarsi con tutti i debiti mentre gli altri stati guadagnerebbero molti posti di lavoro se non la maggior parte.

Singolarmente, i Paesi europei sono in linea di massima nella medesima situazione. Ciascun governo che dovesse agire unilateralmente si troverebbe di fronte alla concreta possibilità di contrarre molti debiti senza creare molti posti di lavoro a livello interno.

Per l'economia europea nel suo complesso, nondimeno, questo tipo di perdita è un problema molto minore: due terzi delle importazioni medie dei Paesi membri dell'Unione Europea arrivano da altre nazioni europee, così che in un certo senso il continente nel suo complesso non è più dipendente dalle importazioni di quanto lo siano gli Stati Uniti. Questo significa che uno sforzo coordinato di incentivi, nel quale ciascun Paese potesse contare sul fatto che i propri vicini si stanno impegnando in sforzi analoghi, darebbe all'euro uno slancio molto maggiore di quello derivante da sforzi individuali non coordinati.

Non si può in ogni caso avere un impegno europeo coordinato se l'economia più grande d'Europa non soltanto rifiuta di parteciparvi, ma oltretutto getta discredito sui tentativi dei Paesi vicini di contenere la crisi.

Il forte "Nein" tedesco non durerà per sempre. La settimana scorsa Ifo, un illustre e stimato istituto di ricerche, ha messo in guardia che la Germania molto presto si troverà alle prese con la sua peggiore crisi economica dagli anni Quaranta. Se e quando ciò dovesse accadere, la Signora Merkel e i suoi ministri sicuramente rivedranno la loro posizione.

Ma in Europa, come negli Stati Uniti, il problema è il tempo. Nel mondo le economie stanno andando a fondo velocemente, mentre noi tutti aspettiamo che qualcuno, chiunque sia, ci offra un'efficace proposta politica. Quanti danni saranno fatti prima che arrivi finalmente quella risposta?


Krugman e l'Europa (2)
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 11 dicembre 2008


Parlavamo ieri dell'intervento del Premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, che sottolineava la necessità per l'Europa di mettere in campo politiche economiche espansive e coordinate, accusando i leader dei paesi europei di fare come gli struzzi e in particolare la Germania di remare contro.

Oggi il suo attacco è diretto e circostanziato facendo riferimento a una "straordinaria e straordinariamente deprimente" intervista a Newsweek con Peer Steinbrueck, ministro delle finanze tedesco.

L'economia mondiale è in una spaventosa picchiata, visibile ovunque, dice Krugman, eppure Steinbrueck è fermo contro qualsiasi iniziativa che vada nella direzione di misure fiscali straordinarie e censura Gordon Brown per il suo "grossolano Keynesianismo".

Secondo Krugman la natura della crisi, in combinazione con l'elevato grado di integrazione economica europea, in questo momento dà uno speciale ruolo strategico alla Germania in quanto prima potenza economica dell'Europa e Steinbrueck stà quindi facendo una notevole quantità di danni.

Il problema sarebbe questo: ci stiamo rapidamente avviando verso un mondo in cui le politiche monetarie non avranno più margini di manovra (i tassi della banca centrale negli Stati Uniti sono già pari a zero e a quasi zero arriveranno anche nell'eurozona) e perciò non rimarrà che la leva di una politica fiscale espansiva che però in Europa è davvero difficile da attuare a meno che non sia coordinata.

Il motivo è che l'economia europea è fortemente integrata: i paesi europei spendono in media circa un quarto del loro PIL per scambi commerciali tra di loro. Poiché le importazioni tendono a salire o scendere più rapidamente del PIL nel corso di un ciclo economico, questo probabilmente significa che qualcosa come il 40 per cento di ogni cambiamento della domanda finale "fugge" oltre le frontiere europee. Il risultato è che il moltiplicatore della politica fiscale in un singolo paese europeo è di molto inferiore al moltiplicatore di una politica fiscale espansiva coordinata. E significa anche che il rapporto tra deficit e sostegno all'economia in periodi di crisi è molto meno favorevole per ogni paese singolarmente preso piuttosto che per un'Europa che si muovesse come un unico paese.

Si tratta, in breve, di un classico esempio del tipo di situazione in cui il coordinamento delle politiche è fondamentale, ma non ci sarà nessun coordinamento se i responsabili politici della più grande economia europea continueranno a rifiutarsi di andare avanti. E se la Germania impedisce una risposta europea efficace, questo si aggiungerà pesantemente alla gravità della recessione globale.

C'è un enorme effetto moltiplicatore al lavoro; purtroppo, conclude Krugman ironicamente, ciò che si sta facendo è moltiplicare l'impatto della attuale stupidità del governo tedesco.

Non è un caso, aggiungo io, che ultimamente Berlusconi e Tremonti su molte questioni dimostrino una  forte sintonia con la Germania. Gli ultimi liberisti stupidi sopravvissuti.


Krugman e l'Europa
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 dicembre 2008


Paul Krugman, in Svezia per ritirare il premio Nobel per l'economia (leggi qui il nostro precedente post e guarda qui la sua conferenza), sottolinea che in un momento in cui c'è una disperata necessità di mettere in campo politiche economiche espansive i leader dei paesi forti dell'Europa sembrano avere la testa sotto la sabbia.

L'economista di Princeton sottolinea la gravità di questo problema: le politiche fiscali della Francia, ad esempio,  potrebbero avere risultati negativi per l'occupazione magari di Germania e Italia piuttosto che effetti positivi per la stessa Francia. Ci sarebbe dunque urgente bisogno di politiche coordinate. Invece ciascuno dei grandi dell'Europa va per conto suo, in particolare la Germania.

Krugman mette a fuoco quello che, più che i piani e le risorse messe in campo dai singoli paesi, rappresenta IL PROBLEMA, il rischio che, nonostante ogni sforzo, l'Europa non sia in grado di far fronte alla crisi e possa implodere su se stessa facendo saltare il sistema dell'euro che fino ad oggi aveva evitato la bancarotta ai paesi più deboli, club in cui l'Italia corre il rischio di essere iscritta ad honorem.

La dittatura dolce
post pubblicato in Diario, il 22 giugno 2008


«Drizzeremo le reni all'Europa»


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Re Silvio va alla guerra
post pubblicato in Diario, il 21 giugno 2008


Re Silvio è in guerra contro tutti. Dopo Veltroni e la magistratura golpista entra nel suo mirino anche l'Unione Europea che avrebbe bisogno di un bel "drizzone". Però, considerato che non esiste nel vocabolario italiano la parola "drizzone" bensì "dirizzone" che ha significato non pertinente con quanto voluto dire dal Cavaliere, essendo il dirizzone "un impulso o atto irragionevole e ostinato, un  grosso equivoco, una cantonata" (non meravigliamoci di tale ignoranza dopo che gli stessi esperti del Ministero dell'istruzione della sua carissima e fedelissima Gelmini hanno formulato delle prove d'esame per la maturità piene di strafalcioni), ritengo che probabilmente  Re Silvio volesse dire "drizzata", termine più consono alla sua visione politica e culturale: dare una drizzata all'Europa fa il paio con il più famoso "spezzeremo le reni alla Grecia".

Comunque sia, la reazione del presidente della Commissione Europea, Barroso, non si è fatta attendere, con un invito a "non parlare troppo", ricordando che la commissione non è un segretariato, che è indipendente dai governi e non risponde ai capi di stato ma al parlamento europeo. La piccata risposta non sembra aver sortito l'effetto desiderato perchè il Re Silvio continua ad esternare facendo così una gaffe dietro l'altra. "Con il mio arrivo la musica è cambiata" ha affermato. Potrei dire in peggio se non mi assalisse il dubbio che non parlasse di Apicella ma che usasse una metafora per dire che dopo l'Italia vuole mettere in ginocchio anche l'Europa.


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Tempi moderni 2
post pubblicato in Diario, il 12 giugno 2008


Torno sul recente accordo dei Governi europei sulle deroghe alla settimana di 48 ore di cui avevo già parlato in un precedente post. Come noto questa deroga, che verrà sottoposta all'approvazione del Parlamento europeo, configura la possibilità che un lavoratore, attraverso accordi di carattere individuale, arrivi a prestare la sua opera fino a 60 ore settimanali.

Ora a livello europeo si tornerà a una situazione analoga a quella prevista nel nostro Paese dalla legge del 1923: una legge che fissava in 48 ore alla settimana l'orario di lavoro normale e prevedeva 12 ore di straordinario come massimale settimanale. Si tratta di un attacco diretto alla salute e alla sicurezza dei lavoratori: la possibilità di lavorare fino a 60 ore settimanali, e in alcuni casi fino a 65, con semplici deroghe individuali ai contratti, mette in discussione l'intero sistema di regole e di leggi in vigore nel nostro Paese.

Applicare questa direttiva vorrebbe dire mettere nelle mani di chi pensa solo ai profitti un'arma puntata alla tempia dei lavoratori e incrementare le morti sul lavoro dovute anche alla stanchezza per i lunghi orari e alla fretta. È bene ricordare che i lavoratori morti alla ThyssenKrupp di Torino operavano da 12 ore. Oggi, se fosse applicata questa direttiva, si potrebbe lavorare regolarmente fino a 13.

Questa direttiva è un attentato alla vita dei lavoratori  ed è inaccettabile. E' necessaria, oltre l'opposizione dei riformisti e dei democratici nel Parlamento europeo, una grande mobilitazione sindacale per fermare, anche con uno sciopero generale europeo, questo tentativo di rimettere in discussione una delle più grandi conquiste dei lavoratori.


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