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in Italia è sempre tempo di elezioni
Le Big 4 verso la nazionalizzazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 febbraio 2009


Un dilemma attraversa la politica americana sul tema della nazionalizzazione delle maggiori e più disastrate banche a stelle e strisce. Meno dubbiosa la maggioranza degli economisti, ormai tutti schierati a favore della nazionalizzazione, a cominciare dal premio Nobel, Paul Krugman, per finire con Nouriel Roubini (vedi il video), il primo economista ad aver predetto la crisi finanziaria, sbeffeggiato, all'epoca, e celebrato oggi, forse anche troppo, come un guru della finanza.

Ma approfondiamo l'argomento con dei dati. Uno studio dell'autorevole istituto di ricerca CreditSights, quantifica le potenziali perdite delle prime sei grandi banche americane nei prossimi due anni e di conseguenza l'ammontare di quelli che dovrebbero essere gli aiuti federali per salvarle: Wells Fargo, 119 miliardi di dollari; Bank of America, 99 miliardi; JPMorgan, 124 miliardi; Citigroup, 101 miliardi; Goldman Sachs, 47 miliardi; Morgan Stanley, 34 miliardi.

Focalizziamoci solo sulle quattro grandi banche commerciali escludendo le due investment banking diventate banche solo recentemente per usufruire della più favorevole legislazione fallimentare. Parliamo di Citigroup, BofA, Wells Fargo, JPMorgan. Secondo questa stima, hanno bisogno di circa 450 miliardi di dollari. Nello stesso tempo il loro valore di mercato in base alla capitalizzazione di Borsa è di solo circa 200 miliardi. Quelle banche sono dunque tecnicamente fallite e una parte se non la totalità del loro valore deriva dall'effetto Geithner, ovvero dalla speranza degli azionisti di ricevere aiuti statali.

Alla luce di questi numeri, è estremamente difficile salvare queste banche senza che sia fatto un enorme regalo agli attuali azionisti oppure senza nazionalizzarle temporaneamente, risanarle e rivenderle poi a investitori privati. La prima soluzione è sentita come politicamente inaccettabile nonché sbagliata ormai da tutti i contribuenti Americani, mentre la seconda è ritenuta non praticabile perchè estranea alla "cultura" americana dall'amministrazione Obama che, in realtà è ostaggio dei repubblicani e di Wall Street strenuamente contrari alla statalizzazione.

Derivano da queste contraddizioni le perplessità della politica e l'estrema vaghezza del piano Geithner. Così a Krugman e agli economisti favorevoli alla nazionalizzazione non resta che aspettare che lo "stress test" - la verifica degli asset delle suddette banche da parte del Tesoro - mostri inevitabilmente la situazione disastrosa delle quattro big banks, rendendo ineluttabile l'intervento pubblico.



We can't?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 febbraio 2009


Buona parte delle speranze del mondo di uscire presto dalla crisi economica sono riposte nelle mani dell'America. Per questo anche in Europa si guarda con attenzione a quanto avviene sull'altra sponda dell'Atlantico.

Barack Obama ha avuto più o meno quanto chiedeva, quasi 800 miliardi di dollari con la maggior parte dei soldi stanziati per la spesa, piuttosto che nei tagli fiscali. Dobbiamo dunque festeggiare come una grande vittoria l'approvazione del pacchetto di stimoli economici?

Forse no, perchè questi non sono tempi normali da misurare con i criteri normali della politica e la vittoria di Obama ha un pò il sapore amaro della sconfitta. Ad affermarlo non è un suo avversario ma un suo autorevole sostenitore, il Premio Nobel per l'economia Paul Krugman. Seguiamo il suo ragionamento.

Il disegno di legge sembra uno stimolo utile ma insufficiente, soprattutto se combinato con un deludente piano per il salvataggio delle banche. E la lotta politica ha reso una sciocchezza il sogno Obamiano di superare le divisioni.

Ci si sarebbe aspettati che i repubblicani agissero almeno un pò più moderatamente in questi primi giorni di amministrazione Obama, sia in seguito alla loro disfatta elettorale che per la debacle economica degli ultimi otto anni.

Ma è ormai chiaro che gli istinti primordiali del partito repubblicano- rinforzati, in parte, da gruppi di pressione che sono pronti a cimentarsi nella prima sfida contro gli "eretici" - sono più forti che mai.

Sia al Congresso che al Senato, la stragrande maggioranza dei repubblicani si è mobilitata dietro la convinzione che la risposta adeguata al misero fallimento della politica dei tagli fiscali dell'amministrazione Bush sia una politica con ancor più tagli fiscali.

E la retorica risposta dei conservatori al piano Obama, il cui costo, è bene tenere a mente, è significativamente inferiore sia ai 2 mila miliardi di tagli fiscali dell'amministrazione Bush che ai 1.000 miliardi spesi in Iraq - ha debordato nella follia.

E' un "furto generazionale ", ha detto il senatore John McCain, pochi giorni dopo il voto per i tagli fiscali che sarebbero costati, nel corso dei prossimi dieci anni, circa quattro volte tanto.

E' "distruggere il futuro delle mie figlie. E' come guardare seduto la mia casa saccheggiata da una banda di criminali", ha detto Arnold Kling del Cato Institute.

E il livello del dibattito politico, è importante perché solleva dubbi circa la capacità dell'amministrazione Obama di chiedere un rifinanziamento del pacchetto se, come sembra probabile, si rivelerà inadeguato.

Per quanto Obama abbia ottenuto più o meno quello che ha chiesto, quasi certamente non ha chiesto abbastanza. Siamo probabilmente di fronte alla peggiore crisi dopo la Grande Depressione. La Commissione Bilancio del Congresso, che di solito non ricorre ad esagerazioni, prevede che nei prossimi tre anni ci saranno 2,9 mila miliardi di dollari di divario tra ciò che l'economia potrebbe produrre e ciò che effettivamente produrrà. E 800 miliardi, anche se suona come un sacco di soldi, non è affatto sufficiente a colmare tale divario.

Ufficialmente, l'amministrazione insiste sul fatto che il piano sia sufficiente alle necessità dell'economia. Ma pochi economisti concordano. Ed è opinione diffusa che considerazioni di carattere politico hanno portato a un piano che è più debole e contiene più tagli fiscali di quanti avrebbe dovuto contenerne e che Obama ha compromesso il piano nella speranza di ottenere un ampio sostegno bipartisan. Abbiamo appena visto quale successo abbia raccolto.

Ora, le possibilità che lo stimolo fiscale sia adeguato sarebbero state superiori se fosse stato accompagnato da un efficace piano di salvataggio finanziario, che scongelasse il mercato del credito e rimettesse il denaro di nuovo in circolazione. Ma il tanto atteso e annunciato piano dell'amministrazione Obama su questo fronte, anch'esso arrivato questa settimana, è atterrato con un sordo tonfo.

Il piano delineato da Tim Geithner, il segretario del Tesoro, non è malvagio, per la verità. Il problema invece è che è vago. Esso lascia tutti nell'incertezza su dove l'amministrazione stia davvero andando. La partnership tra pubblico e privato alla fine sarà un modo celato di salvare i banchieri a spese dei contribuenti? Oppure il necessario "stress test" agirà come porta di servizio per una nazionalizzazione temporanea delle banche (la soluzione preferita da un numero crescente di economisti, Krugman compreso)? Nessuno lo sa.

Finora la risposta alla crisi economica dell'amministrazione Obama ricorda troppo il Giappone degli anni '90: un'espansione fiscale grande abbastanza per evitare il peggio, ma non abbastanza per avviare la ripresa; sostegno al sistema bancario, ma una certa riluttanza nel costringere le banche a far fronte alle loro perdite. Sono ancora i primi giorni, ma stiamo già andando fuori strada.

Non so voi, - dice Paul Krugman - ma ho come una sensazione di vuoto allo stomaco - la sensazione che l'America non stia reagendo adeguatamente alla più grande sfida economica degli ultimi 70 anni. Possono anche non mancare le migliori intenzioni, ma sembra che esse siano predisposte in maniera allarmante verso le mezze misure. E il peggio è, come sempre, che esse sono piene di passionalità, ignare del grottesco fallimento della loro dottrina nella pratica.

C'è ancora tempo per tornarci sopra. Ma Obama deve essere più forte in futuro. In caso contrario, il verdetto su questa crisi non potrà che essere, non possiamo. We can't.



Lemon socialism
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 31 gennaio 2009


Continua ad infuriare la polemica sull'annunciato progetto Geithner, il nuovo Segretario del Tesoro americano, di costituire una bad bank che dovrebbe assorbire gli asset tossici delle banche a stelle e strisce, il tutto a spese dei contribuenti.

Banchieri ed azionisti ovviamente esultano e la sinistra democratica tace e resta a guardare lo spettacolo da due o tre mila miliardi messo in piedi per, dicono, salvare il mondo, ma è difficile dare torto a voci di economisti come Luigi Zingales e Paul Krugman che mettono in evidenza limiti, contraddizioni e rischi di questa operazione, non solo per la credibilità dello stesso Obama ma anche per l'economia di mercato.

Perché un Governo che doveva portare al cambiamento più radicale sembra ripetere gli errori fatali dell'esecrata amministrazione Bush? Perché cambia il Governo ma non cambia la pressione lobbistica, con buona grazia delle nuove regole introdotte da Barack Obama, si chiede e si risponde Luigi Zingales, che aggiunge:

Questa volta la chiamano "bad bank" o "aggregator bank", ma altro non è che il Tarp prima maniera ideato dall'ex segretario al Tesoro Henry Paulson: un modo per scaricare sul contribuente le perdite delle banche.

Non indennizzare le perdite a spese dei contribuenti non è solo un problema fiscale (il costo è astronomico) o di giustizia sociale (si tratta di una redistribuzione dai più poveri ai più ricchi), ma soprattutto di efficienza economica. Quando si spezza il principio di responsabilità (chi si assume il rischio riceve i guadagni ma anche assorbe le perdite), l'economia di mercato perde la sua ragion d'essere.

L'idea, dice il premio nobel per l'economia, Paul Krugman, potrebbe funzionare. Ma sia chiaro di cosa si tratta. Si tratta di "lemon socialism", puro e semplice: socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Socialismo e debiti delle banche pagati dai più poveri, capitalismo e profitti per pochi, banchieri e ricchi. In nome della salvezza di tutti. E' davvero questo il meglio che possiamo fare?

Nota: Leggete anche questo articolo di Luigi Zingales


Tim Geithner

In attesa del lancio di Hankie Pankie II
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 gennaio 2009


E' durato appena lo spazio di una notte il rally delle borse sull'onda delle indiscrezioni sulla creazione di una Bad Bank (già soprannomminata Hankie Pankie II) che dovrebbe acquisire i titoli tossici in carico alle maggiori banche americane. In attesa di sapere se davvero Obama si arrenderà senza condizioni ai banchieri di Wall Street il mercato si deprime sugli ultimi dati macroeconomici negativi sfornati dalle Agenzie federali.

Rivisto in rialzo di altre 3.000 unità il numero dei lavoratori che richiedono su base settimanale il sussidio di disoccupazione portando a 388.000 quelli previsti su base mensile e a 4.776.000 il numero dei disoccupati iscritti su base annua, dati che abbiamo visto andranno tutti corretti per difetto nei prossimi mesi. Sottolineo che stiamo parlando di nuovi disoccupati e non di quelli che lo sono da lungo tempo nè sono ricompresi nei dati quei molti lavoratori che non si iscrivono alle liste.

Le vendite di nuove case (vedi anche questo dettagliato post) sono diminuite del 14,7% su base mensile e del 44,8% rispetto al 2007 mentre il prezzo medio è sceso del 9,3%, dai 227,700 dollari del dicembre 2007 ai 206,500 dollari del Dicembre 2008. In diminuzione anche i mutui trentennali del 5,29%. La crescita della disoccupazione non aiuta certo la vendita di immobili.

Precipitano anche più di quanto previsto dalle stime degli analisti gli ordini di beni durevoli in dicembre. Wall Street si aspettava una diminuzione del 2% che è stata invece del 2,6%, portandola su base annua al 5,7% in meno rispetto al 2007.

Non ha invece inciso positivamente sui mercati l'approvazione da parte della Camera americana del pacchetto anticrisi di 819 miliardi voluto da Obama, segno che le borse guardano con scetticismo alla sua efficacia e non credono che le risorse messe a disposizione siano sufficienti a far uscire il Paese dalla crisi.

Nella versione che verrà messa ai voti al Senato, il pacchetto raggiungerà i 900 miliardi e garantirà fino a mille dollari di tagli fiscali alla maggioranza delle famiglie americane, un drastico aumento delle risorse destinate alla produzione di energia alternativa e destinerà oltre 300 miliardi in aiuti agli Stati federali per sviluppare l'edilizia scolastica, garantire assistenza sanitaria ai poveri e costruire ponti ed autostrade.

Tra i pessimisti, perplesso perchè Obama avrebbe concesso troppo ai repubblicani in termini di tagli fiscali riducendo così le risorse per la creazione di un sufficiente numero di nuovi posti di lavoro, c'è anche Paul Krugman che in questo video ci fa anche capire perchè molti di quelli che parlano di economia in certi dibattiti televisivi farebbero meglio a tacere.


La bad bank fa volare le borse
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 28 gennaio 2009


La notizia relativa all’intenzione di creare una bad bank, di cui vi ho già parlato qui e qui, e  destinata ad accogliere le decine di migliaia di miliardi di dollari di titoli tossici che pesano sui bilanci delle banche americane, ha messo le ali alle quotazioni delle superstiti maggiori banche statunitensi con rialzi generalmente a due cifre che si sono estesi anche alle azioni delle principali banche europee. Scrive Marco Sarli:

Si tratta per il momento soltanto di un annuncio e non sono per il momento disponibili informazioni né sulle tecnicalità che verranno adottate, né, tantomeno, sullo scottantissimo tema del prezzo al quale verranno acquistati dalle sempre più traballanti banche, anche perché l’ultima mega transazione raggiunta da John Thain per conto di Merrill Lynch prevedeva uno sconto del 78 per cento sul valore nominale dei titoli tossici, un prezzo che, peraltro, era accompagnato dal pressoché integrale finanziamento dell’esborso dell’acquirente e di una clausola di riacquisto ove il prezzo di mercato fosse ulteriormente crollato!

Però qualcosa è stato già anticipato dalle agenzie e da quel poco che si sà è già possibile fare qualche considerazione, anche se forse un pò prematura.

Gli asset saranno acquistati ad un prezzo superiore al loro valore reale e rimarranno nella bad bank fino alla loro scadenza. Se viceversa, il governo dovesse pagare meno che il valore al quale i titoli tossici sono contabilizzati, allora la Banca emetterebbe azioni che il governo sottoscriverebbe. Comunque la si giri è un grosso regalo alle banche e a Wall Street a spese dei contribuenti americani che tireranno fuori dalle tasche migliaia di miliardi di dollari.

Se le cose stessero davvero così, sic et simpliciter, Obama dimostrerebbe purtroppo di essere non il presidente di tutti gli americani, ma di essere un Presidente ostaggio dei banchieri e del potere finanziario. Sarebbe la fine dell'ultimo sogno.


Sono stupidi gli analisti, le borse o gli americani?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 26 gennaio 2009


Questa la domanda che sorge spontanea alla notizia, all'apparenza l'unica positiva tra tanti dati negativi, che ha risollevato oggi, anche se di poco, Wall Street e, di conseguenza, anche le borse europee.

La notizia è che a Dicembre c'è stata una ripresa delle vendite di case esistenti pari al 6,5% in più rispetto al mese di novembre, anche se i prezzi sono scesi del 15,3%. Come sia possibile rallegrarsene è un mistero. Soprattutto se pensiamo che le vendite sono quasi tutte relative ad immobili che sono tornati nelle mani delle banche a causa delle crescenti foreclosure e che sono stati svenduti all'asta per rientrare in parte e in fretta delle ingenti perdite subite dall'inizio della crisi del mercato.

Ma forse la verità è che la domanda è mal posta e che ormai le borse ragionano come il tossicodipendente in crisi di astinenza al quale va bene anche una dose tagliata con la stricnina.


La rivincita
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 24 gennaio 2009


Nazionalizzazioni si, nazionalizzazioni no, una lista di link dove se ne discute.

Secondo il capo economista della banca svizzera UBS la nazionalizzazione delle banche più o meno in difficoltà è
ineluttabile e prima ci arriveremo e meglio e meno costoso sarà.

...e
questo ci spiega come l'America abbia abbracciato il "Socialismo al limone".


il ballo del bailout
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 23 gennaio 2009



Riuscirà Obama a non inciampare nel ballo del Bailout?

Nonostante l'ottimismo di molti economisti e dei governi, molti dei quali la davano già per superata, - soprattutto da parte di chi non si rende conto o fa finta di non vedere che ci troviamo di fronte al fallimento di un sistema - non si vede ancora il fondo della crisi delle banche, anzi non passa giorno che non arrivino notizie di ulteriori perdite, svalutazioni, nuovi potenziali fallimenti.

Assume così un certo rilievo la discussione che si è aperta tra politici ed economisti americani, discussione che prima o poi arriverà anche da noi e in parte è già anticipata da quanto sta avvenendo in Gran Bretagna con RBS, Barclays e HSBC, sull'efficacia del modello attraverso il quale è stata erogata la prima trance del piano di salvataggio che tutti ormai conoscono come TARP.

La discussione è tutt'altro che accademica visto che c'è da decidere come utilizzare la seconda trance di altri 350 miliardi di dollari e il tempo stringe. L'idea di regalare centinaia di miliardi alle banche non sembra aver sortito gli effetti desiderati, anzi il TARP si è dimostrato solo un buco nero che ha inghiottito tutto. Soprattutto non ha risolto il problema che è all'origine del default del sistema finanziario e cioè le migliaia di miliardi di dollari di spazzatura tossica ancora nella pancia delle banche, come stanno a dimostrare le recenti e ingenti perdite di Bank of America e Citigroup.

L'unica soluzione efficace sarebbe, senza tanti giri di parole, quella di nazionalizzare temporaneamente le banche, ma questa parola nel paese del liberismo sembra impronunciabile ed ecco fiorire la proposta, ancora non espressa in un piano del governo, di creare una bad bank pubblica che assorba tutta la spazzatura tossica. Per comprendere bene i termini della questione non c'è niente di meglio di questo chiarissimo articolo, Wall Street Voodoo, di Paul Krugman, premio Nobel 2008 per l'economia, uno dei pochi ad aver il coraggio di pronunciare quella parola impronunciabile nel paese a stelle e strisce: nazionalizzazione. Quella che segue è la mia traduzione.

* * * * *

 Il vecchio voodoo economico - la credenza nelle virtù magiche dei tagli fiscali - è stato bandito dal dibattito civile. Il culto della teoria secondo cui la riduzione delle tasse ai ceti più abbienti incrementa gli investimenti si è ridotta a tal punto che essa interessa solamente gli eccentrici, i ciarlatani e i Repubblicani.

Tuttavia recenti notizie giornalistiche suggeriscono che molte persone influenti, inclusi i dirigenti della Federal Reserve, le autorità di controllo bancarie e addirittura membri dell'entrante amministrazione Obama, sono diventati devoti di un nuovo genere di voodoo: la credenza che eseguendo elaborati rituali finanziari sia possibile far camminare delle banche defunte.

Per spiegare il problema, fatemi descrivere la posizione di un'ipotetica banca che chiamerò Gothamgroup, o Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata - diciamo 400 miliardi - da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già finita in bancarotta. Le sue azioni non sono completamente prive di valore - essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari - ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? perchè essa gioca un ruolo centrale nel sistema finanziario. Quando fu lasciata fallire Lehman, il mercato finanziario gelò, e per alcune settimane l'economia mondiale ha vacillato sull'orlo del collasso. Se non vogliamo ripetere la stessa esperienza, bisogna mantenere Gotham in funzione. Ma come può essere fatto?

Bene, il governo potrebbe semplicemente dare a Gotham un paio di centinaia di miliardi di dollari, abbastanza per farla tornare solvibile. Ma ovviamente questo sarebbe un grande regalo fatto agli attuali azionisti di Gotham - e costituirebbe un incoraggiamento a prendersi ulteriori rischi in futuro. Ancora, è proprio la possibilità di un tal regalo che sostiene l'attuale prezzo delle azioni Gotham.

Un miglior approccio potrebbe essere quello di fare ciò che fece il governo con le Casse di Depositi e Prestiti alla fine degli anni '80: esso requisì le banche defunte, liberandosi degli azionisti. Poi trasferì i loro asset cattivi a una speciale istituzione, la Resolution Trust Corporation; pagò abbastanza debiti delle banche da farle tornare solvibili; e vendette le banche così risanate a nuovi proprietari.

L'attuale cicalecchio suggerisce, comunque, che i responsabili politici non intendono imboccare nessuna delle due strade. Viene invece riportato che essi gravitino intorno a una soluzione di compromesso: muovere la spazzatura tossica dai bilanci delle banche private a una "bad bank" di proprietà pubblica, chiamata anche "aggregator bank", che assomigli alla Resolution Trust Corporation, ma senza requisire prima le banche.

Sheila Bair, presidentessa della Federal Deposit Insurance Corporation, ha recentemente tentato di descrivere come la cosa dovrebbe funzionare: "L'aggregator bank comprerebbe gli asset al giusto valore." Ma cosa significa "al giusto valore"?

Nel mio esempio, Gothamgroup è insolvente perchè i presunti 400 miliardi di dollari di spazzatura tossica iscritti nei suoi libri contabili hanno un valore di soli 200 miliardi di dollari. L'unico modo in cui un acquisto da parte del governo possa rendere Gotham di nuovo solvibile sarebbe quello di pagare, da parte del governo, più di quello che compratori privati sarebbero disponibili a offrire.

Ora, forse dei compratori privati non sono disponibili a pagare il reale valore della spazzatura tossica. "Non abbiamo in realtà alcun razionale criterio per fissare un prezzo, ora, per questi tipi di asset" dice la Bair. Ma è compito del governo dichiarare di conoscere meglio del mercato quale valore hanno gli asset? Ed è veramente credibile che pagando il "giusto valore", qualsiasi cosa  voglia dire, questo sarebbe sufficiente a rendere Gotham di nuovo solvibile?

Quello che sospetto è che i responsabili politici - probabilmente senza rendersene conto - stiano tentando un gioco al rialzo: una politica che assomiglia alla pulizia delle Casse, ma che in pratica ha l'effetto di fare un gran regalo agli azionisti delle banche e a spese dei contribuenti, camuffato da acquisti al "giusto valore" di asset tossici.

Perchè ricorrere a questi contorsionismi? La risposta sembra essere che Washington è spaventata a morte di usare quella parola che inizia con N - nazionalizzazione. La verità è che Gothamgroup e le sue consorelle istituzioni finanziarie sono già sotto le ali dello Stato, completamente dipendenti dal supporto dei contribuenti; ma nessuno vuole riconoscere questo fatto e arrivare alla ovvia soluzione: un' esplicita, sebbene temporanea, acquisizione da parte governativa. Da qui la popolarità del nuovo voodoo, che come ho detto, pretende di rianimare delle banche defunte attraverso elaborati rituali finanziari.

Purtroppo, il prezzo di questo ritorno alla superstizione potrebbe essere alto. Spero di sbagliarmi, ma sospetto che i contribuenti stanno per fare un altro brutto affare e noi stiamo andando a realizzare un altro piano di salvataggio che fallirà nello svolgere il suo lavoro.

Un breve promemoria per Tremonti
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 21 gennaio 2009


Sul Financial Times compare un'intervista al tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti che finisce per risultare il solito spot governativo, in stridente contrasto con i dati e le osservazioni che corredano l'articolo del quotidiano britannico.

Sembra di vivere nel Paese di bengodi a sentire Tremonti. Ecco alcune delle memorabili sentenze  dispensate dal ministro e che rimarranno scolpite nella Storia della nostra Repubblica.

I’m absolutely sure any kind of stimulus is useless in any case.

"Sono assolutamente sicuro che qualsiasi tipo di stimolo sia in ogni caso del tutto inutile." Ma sì tutti gli economisti del mondo sono degli idioti e tutti i governi del pianeta sono pazzi se danno loro retta. La recessione più grave dalla Grande Depressione è solo una malattia psicosomatica e, nel caso, meglio far crepare il malato che salvarlo spendendo quattrini. Tanto prima o poi dobbiamo tutti morire.

The Italian situation is 'not so bad'

"L'Italia non è messa poi così male." Già, come diceva Catalano, bisogna accontentarsi, perchè nella vita ti può sempre capitare qualcosa di peggio, anche un ministro dell'economia peggiore di Tremonti.

The Italian banking system is 'quite strong'. In other countries governments were obliged to finance banks. In Italy it is the opposite, they don’t want public money.

"Il sistema bancario italiano è solido. In altri paesi i governi sono stati obbligati a finanziare le banche. In Italia è il contrario, le banche non vogliono denaro pubblico." Infatti i nostri maggiori gruppi bancari sono talmente solidi che in pochi mesi hanno perso l'80% del loro valore e oggi sono prede potenziali delle banche di altri Paesi che si sono rafforzate con massicce iniezioni di fondi statali. Il ministro Tremonti sa benissimo che le banche italiane non vogliono aiuti statali se questo significa perdere il potere che hanno avuto finora: quello di tenere per le palle la politica e il capitalismo italiano, continuando a tosare a man bassa i clienti e scaricando su questi tutti gli errori e le truffe commesse.

[...] and the 38million people living in the industrial north of Italy are among the richest in Europe.

La Padania, come il paese della cuccagna. I 38 milioni di persone che vivono nel nord industriale d'Italia non lo sanno di essere tra i più ricchi d'Europa? E che se ne fa il ministro di Bengodi dei dati sulla caduta verticale di produzione industriale ed occupazione anche nella ricca Padania?

The deficit of the south of Italy is a “deficit of social structure”, an absence of civil education where the ruling classes cannot spend wisely.

"Il deficit del Sud Italia è dovuto a un 'deficit del sistema sociale', a un'assenza di educazione civica per cui le classi dirigenti non riescono a spendere saggiamente." Chissà, forse il ministro pensa davvero di risolvere l'eterna questione meridionale con un pò di educazione civica a scuola. Abbiate fede.


Don't worry, be happy
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 gennaio 2009


Gli Stati Uniti d'America hanno finalmente il nuovo Presidente. Barak Obama affronta la crisi economica con lo spirito giusto: sà e l'ha anche detto al popolo americano che la crisi è  grave e peggiorerà. Non ha la bacchetta magica e non farà miracoli ma è già pronto un piano di espansione fiscale di 825 miliardi di dollari, è in cantiere un programma di rifinanziamento del mercato immobiliare e siamo in attesa del nuovo piano di salvataggio delle banche, il TARP II, di cui il Congresso ha intanto sbloccato la seconda trance da 350 miliardi.

Sfortunatamente l'Europa resta a guardare. Non solo il nostro Premier, ma anche i suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra sembrano seguire la strategia del "don't worry, be happy", all'insegna della sottovulatazione della crisi e dell'attesa di non si sa che cosa. Eppure i dati sono sempre più impietosi ed allarmanti. Se poi avete ancora più pazienza leggete anche questo report sull'Italia.

L'economia americana non rappresenta che un quarto  dell'economia mondiale e se il piano di Obama avrà successo già forse dal prossimo anno sarà possibile vedere i primi segnali di ripresa negli Usa e questo potrà aiutare ad affrontare ma non a risolvere la recessione mondiale. Non basterà il successo di Obama, nè all'America nè al resto del mondo se non si muove anche l'Europa dove la crisi è molto più grave di quanto possiamo immaginare.


Grandi manovre bancarie anche in Italia
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 gennaio 2009


Dopo le americane Citigroup - tecnicamente fallita - e Bank of America è la volta di Royal Bank of Scotland, già nazionalizzata da Gordon Brown, ad annunciare consistenti perdite nel quarto e ultimo trimestre del 2008, ben 11,8 miliardi di dollari per la precisione, aggiungendo che "permangono significative incognite" sulle proprie attività. E' prevedibile dunque un ulteriore intervento statale mentre il pacchetto di azioni privilegiate già in mano del governo di Sua Maestà verrà trasformato in azioni ordinarie. Non sembra passarsela molto meglio Barclays che Venerdì scorso ha perso in una sola seduta di borsa il 25% del suo valore.

Fa discutere ora il piano per salvare il salvabile della fallita Citigroup. Lo schema non è nuovo, quello cioè di creare due entità, una good bank dove rimangono le attività di global banking e una bad bank dove confluiscono gli asset "tossici" e non strategici. Resta da vedere chi e a che prezzo vorrà comprare, in questo contesto di mercato, attività il cui valore potrebbe essere prossimo allo zero. La discussione è aperta soprattutto perchè questa soluzione precorre quella ipotizzata in un'intervista nella quale Sheila Bair, Presidentessa della Federal Deposit Insurance Corp, anticipa un fantomatico progetto del governo federale di creare una bad bank nella quale confluiscano le attività negative di tutte le entità finanziarie in difficoltà.

Il premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, inorridisce a questa idea e pone alcune questioni:

"Le istituzioni finanziarie che vogliono liberarsi degli asset tossici - dice Krugman - possono farlo quando vogliono, mettendo questi asset in bilancio a valore zero o vendendoli al prezzo che riescono ad ottenere. Se invece creiamo appositamente un'istituzione nella quale convogliare quegli asset, la domanda da 700 miliardi di dollari è, a quale valore? Non ho ancora visto nessun criterio che possa spiegare come determinarne il prezzo - continua il premio Nobel - e tutta la faccenda assomiglia più che altro ad un riordinare le poltrone sul ponte del Titanic che affonda.

Con una soluzione del genere sembra quasi che ritorniamo all'idea che il valore della spazzatura sia molto superiore a quello che ognuno è disponibile a pagare per essa e che se fosse riscosso il 'giusto' prezzo (quale?) le banche tornerebbero ad essere 'sane', torneremmo cioè a quella ingegneria finanziaria che ha creduto possibile creare valore dal nulla. Paulson potrebbe essersene già andato ma i suoi epigoni continuerebbero a credere nella magia finanziaria. In altre parole - conclude Krugman - ci troveremmo di fronte ad un Hankie Pankie II." (Hankie Pankie è il nomignolo che Krugman affibia all'ancora per poche ore attuale Segretario del Tesoro, Hank Paulson)

A casa nostra invece non è difficile vedere sotto quella che sembra una perfetta calma piatta il ribollire di piani e strategie attraverso cui, approfittando della crisi finanziaria, si tenta di rimettere sotto il controllo statale il settore creditizio e quindi, tramite questo, ricostituire un nuovo blocco del potere economico-finanziario nelle mani del nuovo capo di Piazzetta Cuccia, Silvio Berlusconi. Sta tentando in tutti i modi di sfuggire a questo destino Alessandro Profumo, che non si vergogna di elemosinare prestiti per dare respiro a Unicredit, e se lo Sceicco va a Kakà, perchè non andare direttamente in Arabia a bussare al dorato portone di qualche Sceicco e Fondo sovrano, per trovare le risorse necessarie per sventare la manovra di una fusione tra Unicredit e Mediobanca?

Scrive Marco Sarli

[...] il matrimonio più smentito del secolo rischierebbe anche di mettere in discussione il fragile equilibrio esistente nella variegata compagine azionaria del gruppo editoriale Rizzoli-Corriere della Sera, da tempo oggetto delle brame di quel Partito del Nord che punta a porre sotto il suo controllo quell’intreccio industriale-bancario-assicurativo-editoriale a suo tempo definito Galassia del Nord, eliminando così l’unico elemento di disturbo, a causa della sua indubbia matrice laica, nei confronti del progetto che punta a realizzare un nuovo blocco di potere che potrebbe perpetuarsi per almeno un decennio, se non di più, ove la sua sponda politico parlamentare fosse in grado di portare a termine quel radicale programma di riforme costituzionali enunciate a suo tempo in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera gestito da tal Tassan Din per conto del duo Gelli-Ortolani, programma oggi ripreso e attualizzato dal Premier, Silvio Berlusconi.

Eh sì, è proprio questo il disegno che si sta realizzando nell'indifferenza del popolo italiano e nel silenzio di tutte le opposizioni.


Wall Street per gioco
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 gennaio 2009


Ventata di euforia in apertura a Wall Street, che ha contagiato tutte le altre piazze, dopo la notizia delle perdite miliardarie di Bank of America e Citigroup e dello stanziamento di quasi cinquecento miliardi di dollari con cui il governo si fa garante del loro salvataggio. Quando capiranno che il conto alla fine qualcuno lo dovrà pagare e che dopo la sbornia arriva sempre la depressione?

A chi vuole sentirsi per una volta il Segretario del Tesoro o il Presidente della Federal Reserve e mettersi alla prova senza perdere il proprio patrimonio, consiglio questo divertentissimo gioco che metterà alla prova le vostre conoscenze finanziarie. Dovete infatti salvare le Banche facendo attenzione a non salvarle tutte perchè alcune di esse hanno solo intenzione di sperperare denaro pubblico. Se siete in difficoltà chiedete aiuto al vecchio Greenspan e fate il contrario di quello che dirà, ma soprattutto non fatevi raggiungere dal camion rosso della recessione o sarete finiti. Buon divertimento.

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Cattiva digestione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 gennaio 2009


Bank of America riceverà nuovi aiuti statali per 138 miliardi di dollari diretti a consentire, questa è la motivazione ufficiale, l'integrazione di Merrill Lynch e a coprire potenziali nuove perdite nel bilancio della ex investment bank. Il provvedimento del Tesoro americano prevede uno stanziamento da 20 miliardi di dollari oltre alla costituzione di garanzie per quasi 118 miliardi a copertura di prestiti, titoli garantiti da immobili e altri asset. In ottobre la banca aveva già ricevuto dalle casse statali 25 miliardi. La spesa rientrerà nel piano di acquisto di asset tossici noto come Troubled Asset Relief Program (TARP).

Mi ritorna subito in mente Andrea Mazzalai e la sua "profezia" che si sta avverando:

" In America le banche e finanziarie fallite sono state spesso inglobate dalle tre gigantesche banche come la Jp Morgan Chase, la Citigroup e la Bank of America. E’ stato un goffo tentativo di coprire le responsabilità delle tre grandi, che vantano ben 150.000 miliardi di dollari in derivati finanziari. Attenzione a questi nomi nelle prossime fasi di crisi. "

Con la scusa della cattiva digestione dell'operazione Merrill Lynch si continua così a sperperare il denaro dei contribuenti per coprire le voragini che si aprono nei bilanci di una banca "troppo grande per fallire". Dico sperperare perchè ufficialmente non si sa che fine abbiano fatto i primi 350 miliardi di dollari del TARP. Nessuno dice dove siano finiti, nemmeno il Tesoro, ma di sicuro non sono serviti a finanziare prestiti alle piccole imprese, ai proprietari di case in difficoltà con il pagamento del mutuo, agli studenti, a chi, in ogni caso, ha necessità di un credito e cioè non sono sicuramente stati usati per lo scopo per cui era nato quel Fondo di salvataggio.

In realtà è più che lecito il sospetto che quei miliardi siano finiti in tasca agli azionisti sotto forma di dividendi, ai top manager e ai dirigenti delle banche con premi e compensi, a qualche creditore privilegiato e a plotoni di avvocati, amministratori e consulenti che, nel frattempo hanno consigliato le banche dove nascondere il resto del malloppo. Altro che crisi della liquidità.

Ora il Congresso deve autorizzare l'ulteriore stanziamento per altri 350 miliardi di dollari. Spero che Obama e il nuovo ministro del Tesoro ne facciano un uso migliore di quello che ne hanno fatto Bush e Paulson ma che soprattutto dettino delle precise condizioni alle banche. Robert Reich propone, tra l'altro, di vincolare la destinazione di parte di quel denaro alla rinegoziazione dei mutui sulla prima casa. Non sarebbe una cattiva idea anche perchè, conclude così il suo ragionamento Reich,

"Una casa occupata da una famiglia che paga parte del proprio mutuo è sempre meglio di una casa vuota, per la quale nessuno paga niente."

Aggiornamento ore 13:00
Arrivano in questo momento i risultati del quarto trimestre di Bank of America e Citicorp. La prima dichiara una perdita di 1,79 miliardi di dollari e di 15,31 miliardi per la controllata Merrill Lynch. Citicorp chiude in rosso per  8,29 miliardi portando le perdite su base annua a 18,72 miliardi.

Da sinistra: John Thain (CEO Merrill Lynch) e Ken Lewis (CEO BofA)
Nuove ondate della crisi finanziaria
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 gennaio 2009


Lo sparuto ed esclusivo Club degli inguaribili ottimisti, a cui il nostro premier è probabilmente iscritto, hanno visto dei segnali positivi nei risultati trimestrali presentati da Jp Morgan: la banca statunitense ha infatti  registrato utili migliori delle attese sebbene in calo del 76% rispetto a un anno prima. Insomma si arriva a gioire perchè il paziente è morto di polmonite invece che di infarto fulminante. Ma ci pensa lo stesso Chairman e Chief executive della banca, Jamie Dimon, a definire i risultati "molto deludenti" e a spiegare che è solo grazie a profitti rivenienti dall'acquisizione di Washington Mutual che Jp Morgan riporta questo piccolo profitto nel quarto trimestre.

Non meno preoccupanti sono altre notizie, che non provengono solo dall'America, e che ci fanno capire che la crisi finanziaria è lungi dall'essere stata superata nonostante le ingenti iniezioni di denaro pubblico già immesso nel capitale di molte banche in difficoltà. A quanto pare Bank of America ha bussato alla porta del governo federale per avere altri miliardi di aiuti dimostrando di non aver affatto digerito le acquisizioni di Merryl Lynch e dell'altro gigante dei mutui, Countrywide Financial, mentre Citigroup sta tentando di salvarsi attraverso una drastica cura di dimagrimento che comporterà la cessione di un terzo dei suoi asset.

Nel vecchio continente, dopo Santander, altre due big che sembravano essere uscite indenni dalla crisi finanziaria sono in grande difficoltà: il colosso bancario HSBC, ha necessità di una nuova infusione di capitali per 30 miliardi di dollari, mentre Deutsche Bank ha reso noto di attendersi per gli ultimi tre mesi del 2008 una perdita di 4,8 miliardi di euro, che porterebbe il rosso del 2008 a circa 3,9 miliardi di euro. Si aggrava invece l'esposizione di Unicredit nella truffa Madoff attraverso il suo Fondo Pioneer, ad oggi arrivata alla cifra di 880 milioni di euro, mentre resta da verificare se a questa cifra debba essere aggiunta parte dell’esposizione da 2,1 miliardi euro della banca austriaca Bank Medici, di cui l'istituto guidato da Alessandro Profumo detiene il 25% attraverso la partecipazione della controllata Bank Austria.

Secondo il governatore della Banca d'Italia, Draghi, la recessione è destinata ad approfondirsi e prolungarsi, il Pil italiano crollerà del 3,5% nei primi due trimestri del 2009, del 2% nel terzo trimestre e del 1% nel quarto (la media si aggira dunque intorno al 2% nel 2009) prima di risalire di appena lo 0,5% nel 2010 ma avverte anche che "la dinamica del prodotto potrebbe essere ancora più negativa se prendessero corpo i rischi di un ulteriore indebolimento dell'economia mondiale". "Congetture"  e poi "non torniamo al medioevo", commenta Tremonti. "I dati della Banca d'Italia mi sembrano un po' esagerati" gli fa eco Berlusconi. Soli contro tutti continuano a fare orecchie da mercante a Bankitalia, Confindustria, Bce, Ocse, Commissione Europea e Fondo Monetario internazionale che non sono certamente centrali del comunismo internazionale e ci ammoniscono all'unisono. Il fatto è che Tremonti, nonostante le arie da erudito di filosofia e i complimenti di Blair per la sua cultura, rimane quello che è: un mediocre commercialista esperto in 740 creativi.

Un'ultima osservazione. Il debito pubblico, a ottobre pari a 1.670 miliardi, fermo l' attuale trend di crescita, potrebbe arrivare a 1750 miliardi a fine 2009. Questo significa che il costo per interessi non scenderà nel corso del 2009, anche in presenza di tassi prossimi allo zero. Tra l'altro, tassi prossimi allo zero non saranno sostenibili per molto, in presenza di una concorrenza agguerritissima da parte di altri Stati che come l'Italia hanno bisogno di fare cassa attraverso l'emissione di titoli di debito pubblico. E questa volta non è ipotizzabile un intervento del Fondo Monetario Internazionale che ci eviti la bancarotta come negli anni '70.

Se non sono stato molto chiaro e in caso non riusciste a prendere sonno potete sempre consultare le quote del mercato dei credit default swap su debito sovrano (contratti di assicurazione che scommettono sulla bancarotta di un Paese): probabilità del 18 per cento di un default della Grecia entro i prossimi cinque anni, per l’Irlanda del 15 per cento, per l’Italia del 14, mentre la Germania è data al 4 per cento e il Regno Unito al 10 per cento. E la Spagna?


Nota sulla disoccupazione USA
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 9 gennaio 2009


Ieri ho scritto qui di circa 693mila disoccupati in più in America nel mese di dicembre e qualcuno avrà pensato che ho dato i numeri quando oggi il Dipartimento del Lavoro USA nel rendere noti i dati relativi all'occupazione ha comunicato che i posti di lavoro persi, appunto in dicembre, sono 524mila.

Confermo di non aver bevuto nè di avere l'abitudine di falsificare dati e statistiche come fanno i nostri governanti. Il fatto è, come ho spiegato già altre volte, che il discutibile metodo utilizzato per il rilevamento non fornisce mai dati completi e questi devono sempre essere rivisti al rialzo nei mesi successivi.

Infatti nella stessa comunicazione il Dipartimento del Lavoro ha rivisto in peggio il dato del mese di Novembre con 584.000 posti di lavoro in meno, circa 50.000 in più rispetto ai 533.000 comunicati nella precedente rilevazione. Rivista in peggio anche la statistica di ottobre con 423.000 posti cancellati, vale a dire 183.000 in più di quanto comunicato nella prima lettura (che a sua volta era già stata rettificata al rialzo di 80.000 unità a quota 320.000), portando a 2,5 milioni i posti di lavoro persi nello scorso anno.

Quando avremo i dati definitivi di dicembre vedrete che saranno vicini alle 700mila unità se non addirittura superiori, e i posti di lavoro persi complessivamente nel 2008 si avvicineranno ai 2,7 milioni. Non è che tiro ad azzeccare, mi baso sulle previsioni, che negli ultimi mesi si sono dimostrate sempre più attendibili, dell'ADP Employment Report fornito da ECONODAY.

Chiarito questo aspetto, affatto secondario, trovo allucinanti e criminali le argomentazioni ottimistiche di chi ci governa, che fanno il paio con quelle di coloro che pochi mesi fa vedevano ancora la ripresa dietro l'angolo. Ne è un esempio il dibattito di ieri sera tra Letta e Sacconi a Porta a Porta, con il ministro del welfare lui sì pronto a dare i numeri e a comparare i dati assoluti della cassa integrazione tra anni non comparabili con il metodo del conto della serva: venti anni fa il settore metalmeccanico, che fa la parte del leone nel ricorso alla C.I., segnava quasi il triplo di occupati rispetto ad oggi. Pensate che Enrico Letta glielo abbia fatto notare? Indovinate.

La disoccupazione negli USA

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