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in Italia è sempre tempo di elezioni
Trappola della liquidità e deflazione
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 dicembre 2008


Bernanke e i suoi colleghi della Fed hanno deciso ieri di abbassare il tasso diretto americano al minimo storico, per attestarlo in un range tra 0 e 0,25% dal precedente 1% e, contemporaneamente, ha annunciato il taglio del tasso di sconto di 75 punti base portandolo allo 0,5% dall'1,25%. Una mossa che praticamente azzera i già ristretti margini di manovra dell’autorità monetaria. Le munizioni sono finite. Siamo arrivati a interesse zero, al Giappone, alla trappola della liquidità, la teoria formulata da Keynes nel 1936 (The General Theory of Employment, Interest and Money), in base alla quale, quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero, i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d'interesse e di conseguenza preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Nel contesto attuale, seguendo Keynes, il mercato sarebbe indotto ad assorbire qualsiasi ammontare di liquidità immesso dalle autorità monetarie, neutralizzando così ogni impulso sui tassi e rendendo dunque vana la manovra.

A dare ali, ieri, ai mercati azionari non è stata tanto la riduzione dei tassi quanto i commenti di Bernanke dai quali si evince che la Fed è ormai disposta a qualsiasi manovra per combattere recessione e deflazione, anche a comperare titoli sul mercato. Gli americani stampano moneta in un disperato tentativo di evitare il peggio. Le Borse, in preda a schizofrenia acuta, hanno reagito positivamente. Gli investitori sembrano concedere a Bernanke delle possibilità di successo. In realtà scommettono su Bernanke perchè non hanno più niente altro su cui scommettere se non la propria disperazione. Oggi vedremo reazioni più meditate anche a seguito dell'annuncio di Morgan Stanley di aver chiuso il trimestre con una perdita netta di 2,29 miliardi di dollari, a fronte del rosso di 3,58 miliardi su base annua, dopo che ieri Goldman Sachs, l'altra unica grande banca d'affari sopravvissuta, ha annunciato a sua volta di aver concluso il trimestre soffrendo la prima perdita dal suo sbarco a Wall Street, per un valore di 2,2 miliardi di dollari.

Scrive Marco Sarli che "il crollo quasi senza precedenti dell’indice che misura i prezzi al consumo nel mese di novembre, -1,7 per cento a livello mensile che porta il tendenziale annuo ad un ben misero +1,1 per cento, l’oltre mezzo milione di buste paga perse nello stesso mese, il drammatico calo a due cifre delle nuove case e dei cantieri aperti per realizzarle, il crollo dei prezzi delle materie prime, chiariscono anche a chi non ha occhi per vedere ed orecchie per intendere che, come giustamente ripete di continuo il presidente eletto Barack Obama, il peggio deve ancora venire, ma che questo non è certo il momento per restare a guardare con le mani in mano in attesa che giunga l’onda di piena."

Quello disegnato sopra - nella lista manca, ma è sottinteso, un calo della produzione industriale pari al 30% - descrive un classico scenario di depressione, recessione e deflazione come ci spiega Robert Reich.

I prezzi crollano perchè produttori e venditori si sono accorti che i consumatori hanno smesso di comprare. L'unica strada per smaltire i propri magazzini e pagare i propri fornitori è abbassare i prezzi a dei livelli che convincano i consumatori a comprare. I produttori di auto con migliaia di automobili invendute concedono forti sconti. I commercianti con pile di articoli natalizi nei negozi offrono il 40 per cento di sconto. Gli operatori delle tv-via cavo tagliano gli abbonamenti mensili.

La buona notizia è che la caduta di prezzi e tariffe aiuta la media della gente in tempi di tagli di retribuzioni, premi e posti di lavoro. La cattiva notizia è che essa taglia ampiamente i profitti dei produttori costringendoli a tagliare ulteriormente posti di lavoro e stipendi. Il grande rischio è che molti consumatori potrebbero rimandare gli acquisti pensando di poter fare affari migliori se i prezzi scenderanno ancora di più. Questa è una profezia auto-avverantesi. Se sempre più consumatori seguono questo ragionamento, i venditori saranno costretti a ridurre ulteriormente i prezzi. Questo potrebbe suonare buono fintantochè non ci si rende conto che significa più riduzioni di manodopera e più tagli di premi e stipendi.

La deflazione è più pericolosa dell'inflazione perchè è molto più difficile rovesciare le aspettative di una deflazione che quelle di un'inflazione. La deflazione in Giappone a seguito della crisi del 1990 e durata 10 anni rappresenta un'evidenza di quanto detto. L'ultima volta che gli Stati Uniti sono stati testimoni di una così ampia caduta dei prezzi fu nel 1947, quando la mobilitazione del tempo di guerra e un'espansione della spesa pubblica, creando una gran quantità di sovraproduzione, li facevano abbassare e produttori e venditori cercavano di allettare i consumatori per riabituarli a comprare. Quello che produttori e venditori non sapevano era che un'intera generazione di reduci di guerra e genitori del baby-boom stavano per cominciare a spendere come matti.

Oggi la situazione è ben differente. I consumatori giudiziosi hanno cominciato a risparmiare quello che possono perchè sono comprensibilmente preoccupati circa il futuro. Quindi prima avremo un pacchetto di incentivi fiscali e meglio sarà. Il rischio è che potrebbe essere insufficiente.

A Detroit non rimane che pregare per l'industria dell'auto

Fattore Q
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 dicembre 2008


Una pessima notizia per tutti noi ma soprattutto per la pattuglia, sempre più sparuta, degli inguaribili ottimisti, ancora convinti che la borsa abbia ormai raggiunto il suo fondo.

In base al ratio Q di Tobin che confronta il valore di mercato delle imprese al costo dei loro elementi costitutivi, è possibile un ulteriore crollo mondiale delle borse, ha dichiarato Russell Napier esperto di stategie della CLSA Ltd.

L'equazione, sviluppata nel 1969 dal Premio Nobel per l'economia James Tobin, indica che l'indice  Standard & Poor's 500 è ancora troppo alto rispetto al costo sostitutivo degli asset.

Mentre quest'anno l'indice è sceso di 39 punti percentuali, la serie storica suggerisce che il rapporto dovrebbe ulteriormente diminuire con l'assestamento della deflazione e l'indice S&P potrebbe scendere fino a 400 punti entro il 2014, ha aggiunto Napier. Per chi vuole approfondire l'argomento segnalo l'articolo su Bloomberg.

Dr. Doom
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 8 dicembre 2008


Il Dr. Doom (espressione traducibile con "Dottor Destino" oppure "Dottor Giudizio Universale" o "Dottor Morte" se preferite, ma a Napoli credo lo chiamerebbero più semplicemente 'O schiattamuòrto) è tornato a colpire. Il Dr.Doom è Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, uno dei pochissimi economisti a individuare sin dal 2004 il rischio subprime e a parlare di un possibile collasso degli Stati Uniti e dell'economia mondiale. Come spesso succede a chi apre nuove strade e mette in discussione sacre teorie consolidate nessuno dei suoi colleghi l'ha preso sul serio ed è stato accolto con molto scetticismo, salvo dovergli riconoscere oggi (imperdibile questo articolo-saggio sul New York Times) che molte sue previsioni sulla crisi finanziaria si sono avverate.

Dicevo dunque che il Dr.Doom è tornato a colpire perchè ci ammonisce ora sulla trappola della liquidità e sugli effetti di una recessione globale. Il calo della domanda porterà a una riduzione dell'inflazione, mentre le aziende cercheranno di ridurre i prezzi per ridurre le scorte in eccesso. Nel mercato del lavoro crescerà la disoccupazione per controllare i costi di manodopera e la crescita dei salari. Il rapido abbassamento dei prezzi porterà presto ad una inflazione più bassa. Pertanto, l'inflazione nelle economie avanzate scenderà verso l'1% ad un livello preoccupante per la deflazione. La trappola della liquidità ci porterà dritti verso una situazione giapponese con il dollaro vicino al crollo e tassi verso lo zero. Ma lasciamo la parola direttamente al Dr. Doom.

"La deflazione è pericolosa in quanto porta alla trappola della liquidità, ad una trappola deflazione ed ad una trappola del debito deflazione: la politica dei tassi nominali non può scendere al di sotto di zero e quindi la politica monetaria diventa inefficace in questa situazione. Siamo già in questa trappola di liquidità dal momento che il target dei tassi dei Fed fund è ancora 1 per cento, ma l'uno reale è vicino a zero, dal momento che la Federal Reserve ha inondato il sistema finanziario di liquidità, ed entro i primi mesi del 2009, l'obiettivo del tassi dei Fed Funds sarà formalmente lo zero per cento. Inoltre in deflazione il calo dei prezzi significa che il costo reale del capitale è alto - nonostante la politica dei tassi vicino allo zero; cosa che porterebbe a un'ulteriore diminuzione dei consumi e degli investimenti.

Questo calo della domanda e dei prezzi porta ad un circolo vizioso: il reddito ed i posti di lavoro vengono tagliati, portando a ulteriori diminuzioni della domanda e dei prezzi (trappola deflazione), e il valore reale dei debiti nominali si alza (trappola del debito deflazione), causando ai debitori problemi più gravi e portando ad un aumento del rischio aziendale e inadempienze per le famiglie che aggravano le perdite di credito delle istituzioni finanziarie ".

Questa opinione di Roubini è contrapposta invece ad altri economisti che sostengono con grafici alla mano l'origine meteorica della base monetaria e prevedono invece molto presto una crescita dell' inflazione e un serio calo del dollaro accompagnato da un rialzo dei prezzi dell'oro.

Chi avrà ragione? Chissà perchè ma sono più portato a credere a chi ha previsto questa crisi e segue i suoi sviluppi logici piuttosto che a chi si è svegliato solo oggi e/o continua le sue analisi sulla base di teorie che sono state spazzate via dalla tempesta perfetta. C'è poco da salvare del vecchio liberismo e chi rimane ancora aggrappato alle sue anticaglie rischia di fare la fine di quei giapponesi nella jungla che non sapevano di aver perso la guerra.


Miliardi, triliardi... fantastiliardi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 7 dicembre 2008


Per chi considera questa crisi come una delle tante crisi del capitalismo e pensa che ne usciremo indenni e, come accaduto altre volte in passato, nel giro solo di un paio d'anni, Barry Ritholtz ha messo a confronto questa crisi e quello che è fin qui costata, con altri eventi di cui abbiamo già potuto misurare ordini di grandezza ed effetti nella storia. Questa la sua tabella, in dollari e valori attuali.

• Piano Marshall: 115 miliardi
• Acquisto della Louisiana da parte di Napoleone: 217 miliardi
• La corsa alla Luna: 237 miliardi
• La crisi delle casse di risparmio in USA (anni '80): 256 miliardi
• Guerra di Corea: 454 miliardi
• New Deal: 500 miliardi
• Invasione dell'Iraq: 597 miliardi
• Guerra del Vietnam: 698 miliardi
• La NASA, dalla sua fondazione: 851 miliardi

Tutto questo per un totale di 3.920 miliardi di dollari ovvero 686 miliardi meno del costo della crisi attuale per il governo Usa, 4.616 miliardi di dollari, compreso il bailout di Citicorp, fino a questo momento. Se poi pensate che il costo della Seconda Guerra Mondiale potrebbe superare questo valore allora sappiate che i suoi 288 miliardi di costo complessivo, se corretti per l'inflazione, equivalgono a solo 3.600 miliardi di dollari, 1.016 miliardi in meno.

Se addirittura aggiungiamo i dollari stanziati e ancora non spesi arriviamo all'astronomica cifra di 8.500 miliardi di dollari, più o meno il doppio delle risorse impegnate a vario titolo dai ventisette paesi membri dell’Unione Europea, a sua volta all’incirca il doppio di quella stanziata dai paesi dell’Estremo Oriente, il che porta ad un totale complessivo che si pone poco al di sotto dei 15.000 miliardi di dollari, o 15 trilioni se preferite, FINO A QUESTO MOMENTO. E siamo solo all'inizio.

Capite ora perchè questa crisi non è la solita crisi ma è una crisi di sistema che cambierà il mondo e rivoluzionerà le nostre vite? e perchè non basteranno le solite ricette, l'ottimismo di Berlusconi nè tanto meno velleitarie manovre economiche come quella di Tremonti? Non è pensabile che questa massa di fantastiliardi immessi nel mercato non provochi altre ondate di terremoti che sconvolgeranno la geografia economica e politica di tutto il pianeta.

Lascio le conclusioni, ancora una volta, a Robert Reich, con l'avvertenza di non dare retta a chi continua a dirvi che gli italiani sono risparmiatori e non sono vissuti sopra i loro mezzi come gli Americani, perchè il vero problema è che in tutto l'Occidente, Italia compresa, per trent'anni abbiamo consumato più di quanto abbiamo prodotto. Il banchetto è finito ed è arrivato il momento in cui il resto del mondo ci presenterà il conto. 

"Il problema è più profondo, è il culmine di tre decenni durante i quali il consumatore americano ha vissuto al di là dei suoi mezzi ed ora tutto ciò stà terminando. I consumatori hanno esaurito la possibilità di mantere un alto livello di consumi.

...L'unico rimedio duraturo è quello di accettare un più basso tenore di vita e le imprese adeguarsi ad un'economia di tono minore, dare ai redditi medio bassi più potere di acquisto e non solo temporaneamente."

Credo sia chiaro che in una crisi globale questo vorrà dire anche una redistribuzione globale del reddito.


La crisi del 2010
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 novembre 2008


Italia. Novembre 2010. Cominciata nel 2007 con lo scoppio d'una mostruosa bolla speculativa, proseguita con mesi di ristagno e falsi rilanci, l'implosione dell'economia ha assunto dall'ottobre scorso i ritmi di un tracollo. Tutto declina, di giorno in giorno. Scendono i consumi, sia perchè la gente non ha fiducia nel futuro, sia perchè si riducono i guadagni e i salari, sia, infine, perchè scendono anche i prezzi, inducendo a rinviare ogni spesa. Nelle industrie calano i profitti, cala l'utilizzazione degli impianti, calano gli investimenti. Perde colpi pure l'altro motore di crescita, l'export. Cresce il numero dei fallimenti. Rotola la Borsa. Nemmeno soldi offerti gratis riescono a stimolare l'economia, perchè le banche invece di estendere il credito lo restringono, allo scopo di ridurre impegni e rischi. La ragione sono i buchi mostruosi che esse si trascinano nei libri contabili fin dallo scoppio della bolla speculativa, e che hanno continuato a gonfiarsi sia per i fallimenti d'imprese, sia per le perdite sui portafogli azionari e immobiliari. Una seconda bomba, della quale si comincia a discutere, è rappresentata dai deficit di metropoli e enti locali che possono trovarsi presto in fallimento. E poi c'è il debito dello Stato: si aggira intorno al 100 % del prodotto interno, ma se si aggiungono le perdite per operazioni di salvataggio (iniziate con Alitalia nel 2008), i prevedibili costi del salvataggio delle banche e forse di alcuni fondi pensione, si puo' giungere al 200 % . E l'Italia ha invece bisogno di bilanci solidi, perchè fra una decina d'anni avrà la più alta quota mondiale di pensionati: uno per ogni due cittadini al lavoro. Una catastrofe.

Il tracollo è la conseguenza di una crisi più ampia, sistemica, mondiale, ma mentre negli altri paesi la lotta alla recessione sta producendo i primi risultati positivi in Italia la situazione si sta aggravando. Il Paese ha un modello di sviluppo, strutture politiche e abitudini sociali non adatte ai bisogni d'oggi. Non basta riformare l'economia, bisogna cambiare tutto, e una rivoluzione di questa portata può avvenire solo dopo un crash terrificante. Che cosa ha fatto il governo dal 2008 per arrestare la crisi? Nulla. Ha nascosto o minimizzato i problemi, ha garantito anno dopo anno che la ripresa era dietro l'angolo. Ha illuso gli italiani, che ancor oggi non vedono il disastro, provano appena "qualche inquietudine". Ha messo cerotti, distribuito aspirine mentre il cancro s'allargava. Ha finto d'agire con programmi irrisori, ha proceduto a salvataggi - di amici suoi - sprecando denaro dei contribuenti. Un teatrino penoso. Anche i celebri pacchetti di stimolo all'economia, per un totale di 90 miliardi di euro dal 2008, sono uno scherzo. E' stata spesa solo una piccola parte dei fondi, e in opere pubbliche del tutto superflue, per puri scopi elettorali. Quando avranno inizio le riforme, solo dopo che è avvenuto il finimondo?

Fantascienza? No, è storia. Perchè è già avvenuto. A partire dal 1990 in Giappone alle prese con una violenta crisi recessiva e deflazionistica dalla quale il paese del sol levante non si è mai ripreso. L'articolo di cui ho riportato alcuni paragrafi, limitandomi a cambiare solamente le date e qualche nome, è tratto da un reportage sul Giappone pubblicato in un Corriere della Sera del 1998 e potrebbe descrive con allucinante approssimazione quanto sta accadendo in Italia e il baratro nel quale stiamo precipitando. Forse anche prima del 2010.


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