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in Italia è sempre tempo di elezioni
Barack be good
post pubblicato in Barack Obama, il 27 dicembre 2008


Nel suo commento settimanale sul New York Times, Paul Krugman, ironico e tagliente come sempre, non perde l'occasione per continuare a punzecchiare Bush e i suoi sostenitori, ma soprattutto per richiamare Obama alle sue grandi responsabiltà ricorrendo ad un parallelo tra la situazione attuale e quella del New Deal nella Grande Depressione. Quella che segue è la mia traduzione dell'articolo.  

I tempi sono cambiati. Nel 1996 il Presidente Bill Clinton, sotto la pressione della destra, dichiarò che "l'era dei 'grandi governi' (vedi nota 1 in fondo) è finita". Ma il Presidente eletto Barack Obama, cavalcando un'onda di avversione per quello che il conservatorismo ha realizzato, ha affermato che vuole "di nuovo un governo d'eccellenza".

Tuttavia prima che Obama faccia un governo d'eccellenza occorre che lo faccia buono. Per la verità, dovrebbe essere un goo-goo.

Nel caso vi chiedate cosa sia, goo-goo stà per "good government" (buon governo) ed è un modo di dire vecchio di un secolo che i riformatori opponevano alla corruzione e al clientelismo. Franklin Delano Roosevelt fu un goo-goo straordinario. Nello stesso tempo egli rese il governo molto migliore e più trasparente. Bisogna che Obama faccia la stessa cosa.

E' superfluo dirlo, ma l'amministrazione Bush è stato uno spettacolare esempio di non goo-gooismo, ma gli uomini di Bush (i bushini) non si sono dovuti preoccupare di governare bene ed onestamente. Infatti anche quando hanno fallito nel loro compito (cosa che è successa spesso) essi hanno potuto sempre rivendicare ogni fallimento come un successo della loro ideologia anti-governativa, la dimostrazione che il settore pubblico non può fare niente di buono.

L'amministrazione Obama, d'altra parte, si troverà davanti una situazione molto simile a quella che il New Deal affrontò negli anni '30 (vedi nota 2).

Come il New Deal, l'amministrazione entrante deve notevolmente espandere il ruolo del governo per salvare un'economia in sofferenza. Ma come anche il New Deal, il team di Obama dovrà fronteggiare l'opposizione politica che si appiglierà ad ogni segnale di corruzione od abuso - o li inventerà, se necessario - nel tentativo di screditare il programma dell'amministrazione.

Franklin Delano Roosevelt riuscì a navigare senza rischi tra queste acque così politicamente agitate, migliorando molto la reputazione del governo, espandendo anche notevolmente il suo ruolo. Come rileva uno studio pubblicato recentemente dal National Bureau of Economic Research "prima del 1932, l'amministrazione dell'assistenza pubblica era largamente considerata come politicamente corrotta," e i grandi programmi assistenziali del New Deal "offrirono un'opportunità unica per la corruzione nella storia della nazione." Tuttavia "nel 1940, i casi di corruzione e di maneggi politici erano considerevolmente diminuti."

Come fece Franklin Delano Roosevelt a fare di un 'grande governo' anche un governo trasparente?

Buona parte della risposta sta nel fatto che il controllo era incorporato sin dall'inizio nei programmi del New Deal. La Works Progress Administration (WPA), in particolare, aveva una potente e indipendente divisione investigativa votata alla verifica di ogni denuncia di frode. Questa divisione si comportò così diligentemente che nel 1940, quando una sottocommissione del Congresso investigò sulla WPA non riuscì a trovare nemmeno un caso in cui la divisione avesse tralasciato una singola seria irregolarità.

Franklin Delano Roosevelt si assicurò anche che il Congresso non deliberasse sovvenzioni a scopi clientelari: non c'erano dati identificativi nelle proposte legislative che determinavano i fondi da utilizzare da parte della WPA e per le altre misure d'emergenza.

Infine, ma non per ultimo, Franklin Delano Roosevelt stabilì un feeling con gli Americani, che  l'aiutò a condurre la sua amministrazione oltre le inevitabili battute d'arresto e i fallimenti che incontrarono i suoi tentativi di risanare l'economia.

Quali sono dunque le lezioni per il team di Obama?

Per primo, l'amministrazione del piano di risanamento economico deve essere del tutto trasparente. Pure considerazioni economiche potrebbero suggerire delle scorciatoie per rendere più rapido il trasferimento degli incentivi, ma le politiche che governano la situazione devono imporre grande cura di come vengono spesi i soldi. Ed il controllo è cruciale: gli ispettori generali devono essere forti ed indipendenti e gli informatori devono essere retribuiti, non puniti come negli anni dell'amministrazione Bush.

Secondo, il piano deve essere veramente esente da clientelismi. Il Vice Presidente eletto Joseph Biden ha promesso recentemente che il piano "non diventerà un albero di Natale"; occorre che la nuova amministrazione tenga fede a questa promessa.

Infine, l'amministrazione Obama e i Democratici in generale devono fare tutto il possibile per costruire un legame con la gente come quello di Franklin Delano Roosevelt. Non importa se Obama è stabilmente in vetta nei sondaggi fondati sulla pubblica speranza che egli avrà successo. E' necessario che abbia una solida base di supporto che rimanga anche quando le cose non andranno bene.

E devo dire che i Democratici hanno cominciato male su questo fronte. La tentata incoronazione di Caroline Kennedy a senatrice gioca proprio a favore di 40 anni di propaganda conservatrice che denuncia le "elite democratiche". E sicuramente non sono stato l'unico a sobbalzare davanti ai resoconti relativi alla lussuosa casa sulla spiaggia che Obama ha affittato, non perchè ci sia qualcosa di sbagliato se la famiglia del presidente eletto passa una bella vacanza, ma per un fatto simbolico, e queste non sono le immagini che dovremmo vedere quando milioni di Americani sono terrorizzati per il loro futuro economico.

Va bene, sono i primi giorni. Ma è proprio questo il punto. Per risanare l'economia occorrerà del tempo, e al team di Obama serve pensare adesso, quando ancora le speranze sono alte, su come accumulare e conservare abbastanza capitale politico per veder andare avanti l'opera.


Note:
1) "Big govern" nell'articolo in lingua originale, letteralmente 'grande governo', è un'espressione, intesa nel suo significato peggiorativo dai conservatori e dai liberisti, usata per descrivere un governo che attua delle ampie politiche di intervento pubblico e quindi eventualmente anche corrotto e invasivo della sfera privata.

2)Sull'impegno di Roosvelt per tenere sotto controllo corruzione e maneggi politici durante il New Deal consiglio la lettura di questo saggio (in inglese).


Cospirazione democratica
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 23 dicembre 2008


In America, gli ultimi dei mohicani resistono ancora e stanno combattendo, asserragliati nei fortini  di radio e giornali compiacenti, la loro disperata battaglia a difesa di Bush e della destra. Via etere il noto commentatore politico conservatore Rush Limbaugh diffonde la sua teoria del complotto: secondo lui sarebbe stato il Partito Democratico a provocare, questa estate, la crisi finanziaria per far vincere le elezioni a Barak Obama.

Senonché la crisi era già scoppiata da almeno due anni, ed allora il Wall Street Journal deve intervenire indirettamente in soccorso della tesi del subdolo piano organizzato dai liberal, individuando in Clinton il responsabile della madre di tutte le crisi, la crisi dei mutui. Infatti fu il neo presidente eletto Bill Clinton nel 1997 a sostenere l’approvazione di un pacchetto di tagli fiscali per i proprietari di case.

Come possano fiorire tali teorie demenziali non è dato sapere, se non che non essendo prevista per esse una pena, ognuno può dire la sua ché tanto qualche cretino pronto a crederci ci sarà sempre, come stiamo ben sperimentando anche noi in Italia.

Commenta il premio Nobel per l'economia, Paul Krugman, con un pizzico di ironia, che anche "Bush favorì i proprietari di case" come anche sicuramente Bush era stato favorevole alla fedeltà coniugale. Ma "la sua influenza sui proprietari di case è probabilmente pari alla sua influenza sugli adulterii". La verità è che è stata l'opposizione di Bush alla regolamentazione della finanza all'origine di tutti i mali.


Bush esce di scena travestito da Babbo Natale
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 dicembre 2008


Quando ho scritto il precedente articolo sul prestito di 17,4 miliardi a General Motors e Chrysler annunciato ieri dal presidente George W. Bush non ero ancora a conoscenza di una delle durissime condizioni imposte alle due case automobilistiche e al Sindacato dei lavoratori, la potente UAW. Questa condizione è talmente indecente che devo tornarci sopra anche se, come vedremo alla fine e come sempre quando si parla di Bush, il fumo c'è ma senza l'arrosto. 

Alle restrizioni già note, tra cui il non pagamento dei dividendi agli azionisti e la riduzione di compensi, premi milionari e altri benefit (jet privati) di cui godono i top manager, Bush ha aggiunto una condizione sulla quale la scorsa settimana avevano insistito molto i senatori repubblicani prima di bocciare il provvedimento perchè il presidente su quel punto non aveva ceduto: l'applicazione ai lavoratori di condizioni salariali e normative a livelli comparabili con quelli che la Nissan applica ai propri dipendenti in alcune fabbriche aperte negli Stati del Sud, nel Tennessee in particolare.

In quelle fabbriche non vige un contratto di lavoro, non esiste il sindacato e le paghe sono a livelli giapponesi. Se ora vi dico che il capo di quei senatori repubblicani, Bob Corker è soprannominato "il Senatore della Nissan" invece di essere indicato come Senatore del Tennessee, avrete capito tutto. Bush, per non scontentare Corker e la sua lobby, questa volta ha ceduto, ponendo una condizione senza nessuna copertura legislativa.

Così Bush, da una parte accontenta GM e Chrysler salvandole, almeno per un mese, cioè giusto il tempo di lasciare la Casa Bianca e passare la palla ad Obama, mentre dall'altra non scontenta i suoi amici repubblicani proprio poco prima di andarsene via. E i lavoratori? Non si preoccupino, non rimarranno senza tutele. Sotto quella condizione indecente c'è una piccola clausola: quanto stabilito può essere "modificato" nelle trattative con l' UAW. Così ognuno ha avuto il suo regalo di Natale e George W. Bush potrà lasciare la Casa Bianca prima che arrivi la bolletta da pagare.


Bush lascia il cerino acceso ad Obama
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


Il presidente Bush è comparso in televisione in orario di apertura di Wall Street per annunciare il lieto evento e cioè la concessione di un prestito a General Motors e Chrysler di 17,4 miliardi di dollari per evitare la loro bancarotta. Bush ha motivato il prestito con la necessità non solo di salvare le due case automobilistiche ma anche di evitare un collasso che potrebbe avere conseguenze devastanti e inimmaginabili anche per i mercati e tutta l'economia americana.

Bush su questo è stato chiarissimo, come lo è stato sui tempi di erogazione e sulla nomina di Paulson, il suo ministro del Tesoro, a "Zar dell'auto" - una specie di plenipotenziario sovrintendente delle due industrie automobilistiche - almeno fino all'insediamento di Barak Obama, poi si vedrà. Più reticente invece, anzi muto, sul dove verranno presi i soldi per questo prestito, perchè su questo punto le cose si sono un pò ingarbugliate negli ultimi giorni, dopo la bocciatura da parte dei repubblicani al Senato della prima proposta di salvataggio e la sua decisione di aggirare queste resistenze attingendo direttamente al TARP, il fondo deliberato dal Congresso per il salvataggio di Wall Street.

Ci ha pensato Paulson a chiarirlo ma nello stesso tempo a sottolineare implicitamente lo scontro istituzionale che si prefigura nel prossimo futuro tra l'esecutivo e il potere legislativo. Infatti Paulson ha affermato che "con questo prestito il Tesoro ha totalmente speso la prima trance di 350 miliardi di dollari del TARP" ed ha aggiunto che "è necessario che il Congresso autorizzi la rimanenza - altri 350 miliardi - ma la Casa Bianca potrebbe anche attendere che prima della richiesta formale il presidente Bush lasci l'incarico". Ovvero il cerino acceso verrebbe passato nelle mani di Obama. Perchè parlo di cerino acceso?

Quei 700 miliardi di dollari stanziati dopo un lungo e sofferto braccio di ferro con il Congresso e di cui finora deputati e senatori avevano deliberato l'erogazione per la metà della cifra erano stati approvati per salvare Wall Street non l'industria automobilistica. Dopo il voto contrario del Senato il potere legislativo aveva addirittura bocciato il salvataggio del settore dell'auto e Bush, ovvero il potere esecutivo, ha deciso bellamente di infischiarsene delle regole democratiche e di andare avanti comunque, attingendo addirittura a fondi destinati e votati per un diverso utilizzo. E' vero che Paulson ha disposto a suo piacimento della prima tranche, utilizzando i fondi senza criteri trasparenti nè controlli, ma per questo è aperto già un contenzioso col Congresso. Ora il vulnus è anche più grave.

In America la Democrazia, nella forma e nella sostanza, è una cosa seria, non come da noi dove il Parlamento è ridotto ad anticamera dello studio della villa di Arcore e i cittadini sono trattati come dei coglioni. Il ragionamento che fanno gli Americani è il seguente. Possiamo anche essere contrari al salvataggio dei banchieri e preferire che venga salvata l'industria dell'auto ma quando i nostri rappresentanti hanno votato per la costituzione del TARP non hanno detto al presidente Bush qui ci sono 700 miliardi di fondi neri, usali come meglio ti pare. Gli hanno detto: ecco qua 700 miliardi dei contribuenti americani per Wall Street.

Se il TARP invece è costituito da fondi neri, allora tutto diventa arbitrario. Non siamo più una nazione fondata sulle leggi, pensano oggi molti Americani, siamo la nazione del Tesoro e della Casa Bianca che usano centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti a proprio piacimento. E allora perchè salvare le auto e non i giornali o meglio ancora i governi locali, che sono sotto di 100 miliardi e che per questo ci stanno tagliando i servizi, persino le scuole pubbliche?

Quello già in atto dunque non è solo uno scontro istituzionale ma uno strappo tra governo e paese reale che Obama e il suo team dovranno ricucire non solo con pacchetti di stimoli per l'economia da 800 miliardi di dollari ma rimettendo al primo posto il rispetto per la democrazia che Bush dopo i suoi otto disastrosi anni di governo non ha ancora finito di calpestare.

"Il nostro sistema di governo si basa sulla luce del sole, la trasparenza e la partecipazione. Esso si basa anche su un Congresso che esercita il suo dovere costituzionale di fare le leggi e su un Presidente che le mette in atto. Una crisi economica non deve essere un pretesto per far tornare indietro la nostra democrazia." (Robert Reich)


Oche sacre e salvataggi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 11 dicembre 2008


Boccata d'ossigeno per Big Three (General Motors, Ford, Chrysler). Avevano chiesto 35 miliardi e ne avranno 14 se le oche repubblicane del Campidoglio, poste a estrema difesa dei sacri e inviolabili principi liberisti, daranno il via libera.

Strana razza di oche sacre che starnazzano per 14 miliardi dati per salvare milioni di posti di lavoro e rimangono mute per i 700 miliardi dei contribuenti, di cui 350 già spesi a fondo perduto,  tutti regalati, senza alcun controllo e senza condizioni, ad azionisti, banchieri e creditori delle banche nel salvataggio di Wall Street.

Intanto dal popolo dei blog, che con la sua sollevazione ha avuto un forte peso nel porre dei freni e delle condizioni all'assalto alla diligenza, stanno prendendo forma delle idee e delle proposte che non piaceranno sicuramente alla destra liberista e contro le quali già tuonano, dalle colonne del Wall Street Journal attraverso i propri commentatori, le lobby affaristiche e finanziarie che non si aspettavano la rivolta di questo fiume in piena di milioni di taxpayer americani ma che d'ora in poi dovranno sempre farci i conti.

Si fa carico di avanzare una proposta di compromesso il nostro più volte citato professor Robert Reich il quale propone per quanto riguarda Detroit la creazione di un veicolo ibrido, costruito per un terzo come un salvataggio e per gli altri due terzi utilizzando il famoso Capitolo 11 della legge fallimentare: per ogni dollaro messo dal contribuente, gli azionisti, i manager e i dipendenti di Big Three dovranno fare la loro equa parte di sacrifici tirandone fuori due.

Per quanto riguarda Wall Street invece, secondo Reich non dovrebbe essere erogata la seconda tranche di 350 miliardi e bisognerebbe applicare il Capitolo 11 che permetterebbe ad un'azienda di pagare i suoi creditori, diciamo 30 cent per ogni dollaro, e poi di ripartire con i conti azzerati.

Chissà cosa ne penseranno anche Bush e il suo segretario del Tesoro Paulson, stretti tra Obama da una parte, che non vuole neanche lui che quei 350 miliardi vengano spesi, e dall'altra ora anche le autorità di controllo federali che hanno messo nel mirino i 350 già erogati senza alcuna condizione e senza controlli sulla loro destinazione ed utilizzo.

Da sinistra: Richard Wagoner (GM), Robert Nardelli (Chrysler) e Alan Mulally (Ford)

Braccio di ferro tra Barack Obama e l'anatra zoppa
post pubblicato in Barack Obama, il 10 dicembre 2008


Ci ha pensato la banca Goldman Sachs a gelare Wall Street rendendo noto uno studio secondo il quale siamo a metà del percorso della crisi finanziaria a livello mondiale (Italia inclusa), mentre alle banche resterebbe da mettere in conto ancora un terzo delle perdite complessive stimate in 1.800 miliardi di dollari. In buona sostanza, ci dice Marco Sarli dal suo Diario, dovremo attendere almeno l’estate del 2010 per vedere la fine della crisi creditizia, che, per la prima volta, vede attribuirsi una longevità di tre anni.

Lo studio, coordinato dal capo economista globale di Goldman Sachs, Richard Ramsden, non tiene però conto "del micidiale effetto domino in corso e degli effetti drammatici derivanti dai default aziendali da esso determinati sulla domanda effettiva e, quindi, sui bilanci delle banche e delle altre principali protagoniste del mercato finanziario globale".

Proprio nel giorno in cui la borsa tirava un sospiro di sollievo per il piano di investimenti in infrastrutture presentato da Barak Obama e per il salvataggio (quanto duraturo?) dei tre BIG dell'automobile, l’Herald Tribune è stata costretta a fare ricorso alla procedura fallimentare e lo storico New York Times ha dovuto dare in pegno il proprio grattacielo per ottenere i finanziamenti necessari per non incorrere nella stessa sorte della testata rivale. Chiaro ora cosa vogliano dire tempesta perfetta ed effetto domino?

Intanto Bush, Paulson e Bernspan tentano di barattare il salvataggio di Detroit con la possibilità di spendere quel che resta dei 700 miliardi di dollari del celebre piano di salvataggio. E' solo l'ultimo atto di un braccio di ferro che dura da settimane tra Barak Obama e il presidente uscente, l'anatra zoppa che risponde al nome di George W. Bush e che oppone, senza esclusione di colpi, il team di Obama e lo staff del Tesoro.

Da una parte Obama cerca di preservare questi circa 350 miliardi di dollari dei contribuenti americani per poterli utilizzare nel suo "New Deal" e dall'altra Bush, che anche in questo caso interpreta il ruolo del fantoccio manovrato da altri (il potente Segretario del Tesoro Paulson), li vorrebbe spendere  per completare il piano di salvataggio di Wall Street.

Ma perchè tanta ostinazione che riporta alla memoria la disastrosa transizione tra le amministrazioni di Herbert Hoover e Franklin D. Roosevelt? Il motivo ovviamente non dichiarato ce lo spiega senza molti peli sulla lingua sempre lo stesso Marco Sarli.

Paulson vuole portare a termine ad ogni costo la missione "di cercare di salvare in extremis il sistema finanziario statunitense da quel collasso che aveva in larga misura contribuito a determinare come numero uno incontrastato della potente e molto preveggente Goldman Sachs, forse ancora oggi candidata a fare la fine ingloriosa della rivale Lehman Brothers o di finire accorpata ad uno dei carrozzoni del credito al dettaglio quali Citigroup, Bank of America o Wells Fargo, una prospettiva davvero terrificante per gli strapagati partners di Goldman e che potrebbe essere ancora evitata grazie ad ulteriori e consistenti elargizioni di denaro degli incolpevoli e già abbondantemente massacrati contribuenti americani!
 
...il trio sopra menzionato non avrebbe alcuna vergogna nel portare a termine questa missione di salvataggio dopo avere fallito nelle campagne di guerra in Iraq ed in Afghanistan e dopo aver foraggiato abbondantemente quel Pachistan che, via servizi segreti al di sotto di ogni sospetto, è forse, insieme all’Arabia Saudita, il maggiore responsabile del terrorismo internazionale."

George W. Bush, Hank Paulson e Bernspan stanno facendo il possibile e l’impossibile per poter portare a termine la loro missione ma questa volta sarà difficile che la ciambella gli riesca col buco avendo trovato un Obama e un green-dream team davvero agguerriti e decisi a non lasciar realizzare l'ennesimo e finale disastro dell'amministrazione Bush.


Anatre zoppe e carrarmati di cartone
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 25 novembre 2008


La Federal Reserve ha stanziato oggi altri 800 miliardi di dollari per sbloccare il credito a favore dei consumatori e delle piccole imprese, acquisendo obbligazioni e titoli ipotecari emessi o garantiti in gran parte da Fannie Mae e Freddie Mac ed altre agenzie governative.

Mi risulta che anche Fannie Mae e Freddie Mac sono già state nazionalizzate e quindi le loro obbligazioni sono già in carico del debito del governo Americano così come per le altre agenzie, che sono, appunto, governative.

Perchè allora l'amministrazione Bush non dichiara che le obbligazioni sono già garantite dallo Stato e non vengono girate direttamente al Tesoro invece di farle gravare sul bilancio della Federal Reserve?

Non vi sembra uno strano gioco delle tre carte? Cosa si nasconde dietro questa mossa? Un teologo liberista ed esperto di finanza creativa come il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti sarebbe in grado di rivelare l'arcano?


Liberismo alla Bushrlusconi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 24 novembre 2008


George W. Bush, per salvare Citigroup, ha fatto meglio di Berlusconi con Alitalia. Le istituzioni pubbliche si accollano 300 miliardi di dollari di perdite che pagheranno i contribuenti americani, non si prevedono punizioni per gli amministratori della banca che con le loro speculazioni sbagliate ne hanno determinato il fallimento e, dulcis in fundo, Citigroup resusciterà con alla guida lo stesso management e senza cessioni di asset o la creazione di una bad bank.

Nello stesso tempo un milione di lavoratori dell'industria automobilistica, sei milioni di proprietari di case che non riescono a pagare il mutuo e qualche altro milione di Americani che vivono di piccola impresa e commercio al dettaglio non prendono un dollaro. Come mai? Ma è ovvio, quella dei banchieri è una specie protetta. Come poi possano riprendere in questo modo i consumi è un mistero.

Come è un mistero in che modo i consumatori italiani possano seguire l'invito di Berlusconi di tornare a spendere quando nello stesso tempo il governo riduce il loro potere d'acquisto o non fa nulla per aumentarlo. A meno che Berlusconi non pensi davvero,  come dice, di battere la crisi solo con "forti iniezioni di speranza e fiducia". Che il Cavaliere non ci abbia  invece anticipato sul serio il tanto atteso piano del governo contro la recessione? Pere di ottimismo per tutti!



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permalink | inviato da meltemi il 24/11/2008 alle 18:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
I sette deficit mortali
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 21 novembre 2008


Secondo Berlusconi, George W.Bush è stato il miglior Presidente della storia americana. Secondo il Premio Nobel 2001 per l'Economia, Joseph E. Stiglitz, è stato il primo responsabile dell'attuale collasso economico e finanziario mondiale. Purtroppo gli italiani credono al pifferaio magico: a loro la storia non insegna nulla e solo quando si sfracelleranno in fondo al burrone capiranno. Allora sarà troppo tardi per rialzarsi. Per quanti vogliano invece riflettere sulla storia e capire quanto insano sia affidarsi ad un modello politico-economico e a un condottiero che rappresentano il fallimento di un intero sistema, posto questo recentissimo articolo di Stiglitz.

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Quando il presidente George W. Bush è entrato in carica, la maggior parte delle persone scontente per le elezioni rubate si sono limitate a pensare: dato il nostro sistema di controlli ed equilibri, data la paralisi politica a Washington, quanti danni si possono ancora fare? Adesso lo sappiamo: ben più di quanto fossero in grado di immaginare i più pessimisti. Dalla guerra in Irak al collasso del mercato del credito, le perdite finanziarie sono difficili da quantificare. E dietro quelle perdite ci sono opportunità perdute ancor più grandi.

Mettete tutto assieme – i soldi dilapidati nella guerra, i soldi sprecati in uno schema piramidale nel settore immobiliare che ha impoverito il paese ed arricchito poche persone, ed i soldi persi a causa della recessione – ed il divario tra ciò che avremmo potuto produrre e quello che abbiamo prodotto supererà probabilmente i 1.500 miliardi di dollari. Pensate cosa avrebbe potuto fare quel denaro per fornire assistenza sanitaria a chi non è assicurato, per migliorare il nostro sistema scolastico, per costruire tecnologie verdi... L'elenco è infinito.

E il vero costo delle nostre opportunità perdute è probabilmente perfino più grande. Prendete la guerra: innanzitutto ci sono i finanziamenti stanziati direttamente dal governo (stimati in 12 miliardi di dollari al mese anche secondo i dati fuorvianti forniti dall'amministrazione Bush). Più grandi, come Linda Bilmes della Kennedy School e io abbiamo documentato in The Three Trillion Dollar War, sono i costi indiretti: i salari non guadagnati da coloro che sono stati feriti o uccisi, lo spostamento dell'attività economica (dallo spendere in ospedali americani allo spendere in contractor militari nepalesi, per esempio). Questi fattori sociali e macroeconomici possono pesare con più di 2.000 miliardi sul costo complessivo della guerra.

Non tutto il male vien per nuocere. Se riusciamo a risollevarci da questo male, se riusciamo a pensare più attentamente e meno ideologicamente a come rendere la nostra economia più forte e la nostra società migliore, forse possiamo progredire nella soluzione di alcuni dei nostri annosi e gravi problemi. Tanto per cominciare, prendiamo i sette maggiori problemi che l'amministrazione Bush si lascia alle spalle.

Il deficit dei valori: Uno dei punti di forza dell'America è la sua varietà e diversità, e c'è sempre stata una varietà di vedute perfino sui nostri principi fondamentali – l'innocenza fino a prova contraria, l'habeas corpus, lo stato di diritto. Ma (così almeno pensavamo) coloro che non erano d'accordo erano una minoranza marginale ed ignorabile. Adesso sappiamo che quella minoranza non è poi così piccola e comprende anche il presidente ed i capi del suo partito. E questa divergenza sui valori non avrebbe potuto manifestarsi in un momento peggiore. Renderci conto che possiamo avere meno in comune di quanto pensassimo può complicare la soluzione dei problemi che dobbiamo affrontare insieme.

Il deficit del clima: Con l'aiuto di corporazioni complici come ExxonMobil, Bush ha tentato di convincere gli americani che il surriscaldamento globale era una fandonia. Non lo è, e perfino l'amministrazione l'ha finalmente ammesso. Ma per otto anni non abbiamo fatto niente e l'America inquina più che mai: un ritardo che ci costerà caro.

Il deficit dell'uguaglianza: In passato, anche se gli ultimi vedevano poco o nulla dei benefici dell'espansione economica, la vita veniva considerata una lotteria fondamentalmente giusta. Il farcela da soli faceva parte del senso di identità americano. Ma oggi la promessa contenuta nella leggenda di Horatio Alger suona falsa. L'ascesa sociale sta diventando sempre più difficile. Le crescenti disparità nel reddito e nella ricchezza vengono rafforzate da una normativa fiscale che premia chi nel mondo della globalizzazione ha scommesso e perso. Questa consapevolezza si sta facendo strada e ciò renderà ancora più difficile trovare una causa comune.

Il deficit della responsabilità: I pezzi grossi della finanza americana giustificavano i loro compensi astronomici con la loro ingegnosità de i grandi benefici che essa avrebbe dispensato al paese. Ora si è visto che gli imperatori sono nudi. Non hanno saputo gestire il rischio; anzi, con le loro azioni lo hanno esasperato. I capitali sono stati impiegati male; centinaia di miliardi sono state spese malamente, con un livello di inefficienza di molto maggiore a quello che la gente solitamente attribuisce al governo. Tuttavia i pezzi grossi se ne sono andati con centinaia di milioni di dollari lasciando il conto da pagare ai contribuenti, ai lavoratori ed all'economia nel suo complesso.

Il deficit del commercio: Negli ultimi dieci anni la nazione ha preso in prestito da Paesi stranieri una quantità enorme di denaro – qualcosa come 739 miliardi solo nel 2007. Ed è facile comprendere perché: con il governo che contraeva debiti enormi e con i risparmi degli americani prossimi allo zero non c'era nessun altro a cui rivolgersi. L'America ha vissuto con soldi in prestito e tempo in prestito, e il giorno della resa dei conti doveva prima o poi arrivare. Eravamo soliti dare lezioni agli altri sul significato di una buona politica economica. Adesso ci ridono alle spalle, e capita perfino che siano gli altri a darci lezioni. Abbiamo dovuto chiedere l'elemosina ai fondi sovrani, la ricchezza in eccesso che gli altri governi hanno accumulato e possono investire all'estero. Ci ripugna l'idea che il nostro governo gestisca una banca. Eppure sembriamo propensi ad accettare l'idea di Paesi stranieri che possiedono una quota importante delle nostre banche più rappresentative, istituzioni che sono fondamentali per la nostra economia. (Così fondamentali, in effetti, che abbiamo dato al Tesoro un assegno in bianco perché le tirasse fuori dai guai).

Il deficit del bilancio: Parzialmente grazie alle galoppanti spese militari, in soli otto anni il nostro debito nazionale è aumentato di due terzi, da 5.700 miliardi a più di 9.500 miliardi di dollari. Ma per quanto drammatici questi numeri non rendono l'entità del problema. Molti costi della Guerra in Irak, compreso il versamento dei sussidi per i reduci feriti, non sono ancora stati pagati e potrebbero ammontare a più di 600 miliardi di dollari. Il deficit federale quest'anno probabilmente aggiungerà altri 500 miliardi al debito nazionale. E tutto questo prima delle spese per la Previdenza Sociale ed il Medicare per i baby boomer.

Il deficit degli investimenti: La contabilità del Governo è diversa da quella del settore privato. Una compagnia che contragga un prestito per fare un buon investimento vedrà migliorare il suo bilancio patrimoniale, e i suoi dirigenti verranno elogiati. Ma nel settore pubblico non c'è un bilancio patrimoniale e dunque troppi si concentrano eccessivamente sul deficit. In realtà quando un governo investe saggiamente le entrate sono ben più alte del tasso di interesse che il governo paga sul debito che ha contratto; a lungo termine gli investimenti contribuiscono a ridurre i deficit. Tagliarli significa essere tirchio con i centesimi e prodigo con i dollari, come attestano gli argini di New Orleans e il ponte di Minneapolis.

Due sono le ipotesi (oltre alla banale incompetenza) sul perché i repubblicani abbiano prestato poca attenzione al crescente deficit di bilancio. La prima è che semplicemente credevano nell'economia dell'offerta, ed erano fiduciosi che in un modo o nell'altro l'economia sarebbe cresciuta così bene con i tassi più bassi che i deficit sarebbero stati passeggeri. È stato dimostrato che questa idea era pura fantasia.

La seconda teoria è che lasciando che il deficit di bilancio si gonfiasse a dismisura Bush e i suoi alleati sperassero di imporre una riduzione delle dimensioni del governo. In effetti la situazione fiscale è così tragica che molti democratici responsabili stanno ora facendo il gioco di questi repubblicani fedeli alla dottrina "Starve the beast" ("Affamare la bestia"), e chiedono un taglio drastico delle spese. Ma con i democratici che si preoccupano di sembrare troppo deboli sulla sicurezza – e che dunque trattano le spese militari come sacrosante – è dura tagliare i costi senza abbattere gli investimenti, così importanti per risolvere la crisi.

Il compito più urgente del nuovo presidente sarà quello di ridare forza all'economia. Visto il nostro debito nazionale, è particolarmente importante farlo in modo da massimizzarne i vantaggi e contribuire a risolvere almeno uno dei principali problemi. I tagli alle tasse funzionano – se funzionano – aumentando i consumi, ma il problema dell'America è che ci siamo ubriacati di consumi; prolungare quella sbornia consumistica non fa che rimandare la soluzione di problemi più profondi. Con il precipitare delle entrate fiscali gli Stati e le autorità locali dovranno fare i conti con concreti vincoli di bilancio, e a meno che non si faccia qualcosa saranno costretti a tagliare le spese aggravando la flessione. A livello federale abbiamo bisogno di spendere di più, non di meno. L'economia dev'essere riconfigurata per far sì che rifletta le nuove realtà, compreso il surriscaldamento globale. Avremo bisogno di treni veloci e di centrali elettriche più efficienti. Queste spese stimolano l'economia ed al contempo forniscono le basi per una crescita sostenibile a lungo termine.

Ci sono solo due modi per finanziare questi investimenti: aumentare le tasse o tagliare altre spese. Gli americani che percepiscono redditi più alti possono permettersi tranquillamente di pagare più tasse, e molti Paesi europei hanno avuto successo grazie a – e non per colpa di – aliquote contributive alte, che hanno permesso loro di investire e di competere in un mondo globalizzato.

Inutile dire che ci saranno resistenze all'aumento delle tasse, e così l'attenzione si sposterà sui tagli. Ma la nostra spesa sociale è così ridotta all'osso che c'è ben poco da risparmiare. Anzi, spicchiamo tra i Paesi industriali avanzati per l'inadeguatezza della protezione sociale. I problemi del sistema sanitario americano, per esempio, sono ben riconosciuti; risolverli significa non solo una maggiore giustizia sociale, ma una maggiore efficienza economica. (Lavoratori più sani sono anche lavoratori più produttivi). Dunque resta soltanto un'area in cui tagliare: la difesa. Siamo responsabili della metà di tutta la spesa militare mondiale, con il 42% delle entrate fiscali che finisce direttamente o indirettamente nella difesa. Sono aumentate perfino le spese militari non belliche. Con così tanto denaro speso in armi che non funzionano contro nemici che non esistono c'è ampio spazio per aumentare la sicurezza mentre tagliamo le spese per la difesa.

La buona notizia tra le brutte notizie economiche è che siamo costretti a moderare i nostri consumi materiali. Se lo facciamo nel modo giusto contribuiremo a contenere il surriscaldamento globale e giungeremo perfino a comprendere che un livello di vita veramente alto può comportare maggiore riposo e svago, non solo più beni materiali.

Le leggi della natura e le leggi dell'economia sono spiegate. Possiamo abusare del nostro ambiente, ma non a lungo. Possiamo spendere al di là dei nostri mezzi, ma non a lungo. Possiamo vivere degli investimenti fatti in passato, ma non a lungo. Perfino il Paese più ricco del mondo può ignorare le leggi della natura e le leggi dell'economia unicamente a suo rischio e pericolo.


Articolo originale (The Seven Deadly Deficits) pubblicato su Mother Jones, novembre/dicembre 2008.

Traduzione di Manuela Vittorelli
fonte:
Eurasia


Ma non è la recessione il nemico principale?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 novembre 2008


Citigroup, il primo gruppo bancario americano, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di oltre 50.000 lavoratori, il 15% della sua forza lavoro. Dal lato clienti ha annunciato invece l'incremento di un punto del tasso d'interesse su milioni di carte di credito per recuperare le ingenti perdite della divisione che gestisce questo business.

La notizia dovrebbe far riflettere sull'efficacia e le finalità del piano anti crisi predisposta dal duo Bush-Paulson sul modello ideato da Gordon Brown e adottato anche dall'Europa. Citigroup ha già incassato 25 miliardi di dollari dal fondo di salvataggio gestito dalla Fed e con i soldi dei contribuenti americani da una parte vengono prese misure che incrementano la disoccupazione, dall'altra si comprime la propensione alla spesa dei consumatori. Bel risultato e un'altra bella gatta da pelare lasciata in eredità a Barack Obama.


Verbale di un inutile meeting storico
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 novembre 2008


Presenti: i 20 leader dei paesi più industrializzati
Assente: Barack Obama
Non invitato: Hugo Chávez
Collegato in teleconferenza: Fidel Castro

Apre i lavori George W. Bush che ringrazia tutti i partecipanti per la loro presenza e per i doni che hanno portato ad Obama, in particolare ringrazia Berlusconi per un cucciolo di bastardino color caffèlatte.

Bush insiste sul fatto che il mondo sta attraversando una traumatica crisi finanziaria e che è dovere di tutti i paesi presenti fare in modo che non possa più ripetersi di nuovo.

Sarkozy aggiunge che, in qualità di Presidente UE, intende dire a nome di tutti i paesi europei che tale crisi non deve ripetersi di nuovo.

Gordon Brown aggiunge che, inoltre, non bisogna più permettere che questa crisi avvenga di nuovo nè ci deve essere una sua ripetizione.

Sarkozy a questo punto insiste sul fatto che non è tempo di recriminazioni perchè è già risaputo che la crisi è tutta colpa dell'America.

Gordon Brown si alza per parlare e Sarkozy si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Gordon Brown legge un documento nel quale si dice che il suo piano di salvataggio delle banche deve essere preso a modello di stabilizzazione di tutto il sistema bancario mondiale e che ora gli altri leader lo devono seguire nel suo pionieristico piano di stimoli fiscali. Segue dibattito se il comunicato finale deve aprirsi o meno con la frase...."seguendo il coraggioso esempio di Gordon Brown".

Bush fa girare le foto della sua nuova biblioteca presidenziale

Gordon Brown insiste sull'adozione del suo piano di lungo termine per la realizzazione di un sistema di allarme per avvisare rapidamente le autorità nazionali nel caso di una prossima crisi finanziaria.

Angela Merkel interviene per puntualizzare che questa, di fatto, è un'idea della Germania e che la crisi del sistema economico mondiale è stato causato dagli hedge fund americani e dal segreto bancario in Svizzera e Liechtenstein.

Rientra Sarkozy e inizia a parlare. Gordon Brown si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Sarkozy afferma che la crisi è una dimostrazione del fallimento del modello economico Anglo-Sassone. Quindi si assenta un momento per una breve dichiarazione alla stampa francese sulla sicura adozione del suo piano anti-crisi da parte del G20.

Interviene Silvio Berlusconi per dire che la crisi è grave ma bisogna essere ottimisti e che le banche devono fare le banche. Secondo il premier italiano il modello migliore da adottare è quello italo-russo ideato con il suo amico Putin.

Segue lungo dibattito se il nuovo quadro di regole internazionali deve essere costruito sulla base dei modelli Anglo-Sassone, Franco-Tedesco, Italo-Russo o Indo-Brasiliano e anche su come salvaguardare nel contempo anche l'integrità delle regole nazionali. A dimostrazione della loro unità d'intenti i 20 decidono di demandare l'approfondimento del tema ad una commissione di alto livello che prepari una relazione entro il 31 marzo del prossimo anno.

Silvio Berlusconi, guardando fuori dalla finestra, avvisa i presenti che nel giardino c'è un uomo che sta giocando con un cucciolo e che gli sembra sia Obama. Brown, Sarkozy e la Merkel si scusano perchè devono assentarsi un attimo.

Zapatero interviene per dire che la Spagna è il paese con il più solido sistema bancario del mondo ma si interrompe perchè tutti i presenti si affacciano alle finestre per guardare Brown, Sarkozy e la Merkel che corrono nel giardino.

Berlusconi smentisce di aver detto che l'uomo visto in giardino fosse Obama ma che deve essere qualche altro tizio abbronzato. Brown, Sarkozy e la Merkel rientrano in sala.

Riprende la discussione sulle nuove istituzioni di cui ha bisogno l'economia mondiale.

Sarkozy afferma che è vitale abbiano sede in Parigi. Angela Merkel controbatte che Francoforte è una sede più appropriata. Hu Jintao suggerisce un riconoscimento del cambiamento degli equilibri economici scegliendo una sede asiatica. Berlusconi propone Pratica di Mare. Bush conclude che non ci sarebbe posto migliore della sua nuova biblioteca.

Dmitry Medvedev dice che se il nuovo sistema di difesa economica viene posizionato nell'Est Europeo, la Russia sarà costretta a piazzare un proprio sistema di difesa rivolto contro l'Europa Occidentale.

Fidel Castro, collegato da La Havana, chiede se può accendersi un sigaro cubano.

Comunque, dopo lungo dibattito, tutti i presenti concordano sul fatto che, vista la profondità ed ampiezza della crisi, ci sarà bisogno di parecchie nuove istituzioni internazionali e, in segno della loro unità di intenti, concordano sul fatto che tutti gli uffici dovranno essere molto belli.

Bush afferma che il Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di molte risorse e che ogni Paese dovrà contribuire alla raccolta dei fondi necessari. Bush chiede impegni precisi. Tutti i presenti si scusano ma devono assentarsi per delle telefonate urgenti.

Prima del termine dei lavori viene letto il documento finale che viene approvato all'unanimità. Bocciati due emendamenti proposti da Berlusconi il quale chiedeva venisse inserito il punto "le banche devono fare le banche" e la proposta che il prossimo summit si tenga a Pratica di mare. I 20 hanno optato per Londra.

I punti fondamentali approvati sono:
1) Questa è la crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale
2) E' necessaria la cooperazione di tutti i paesi del G20 per far fronte alla crisi finanziaria e alla recessione
3) Entro il 31 marzo verrà stilato una lista delle istituzioni finanziarie che mettono a rischio l'economia globale.
4) Sempre entro il 31 marzo 2009 i paesi del G20 dovranno mettere sul tavolo proposte concrete per la regolamentazione globale, la supervisione e la trasparenza dei mercati finanziari.


In 20 per uscire dalla crisi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 novembre 2008


Cresce l'attesa per il summit di Washington del G20 che raccoglie i paesi più sviluppati e cosiddetti emergenti del mondo. Riusciranno i leader venuti dai quattro angoli della terra a superare le divisioni, i protagonismi, gli interessi divergenti di paesi in perenne competizione tra loro per il controllo economico e politico di immense aree geografiche, se non dell'intero pianeta, e a far fronte comune contro la crisi?

Probabilmente troveranno un minimo comun denominatore nel ribadire la gravità della crisi e la necessità di politiche coordinate contro la recessione, ma chi si aspetta l'indicazione precisa di soluzioni concrete e di nuove regole potrebbe rimanere profondamente deluso. Il summit inoltre nasce già sotto cattivi auspici per il protagonismo di alcuni leader ansiosi di mettere il proprio cappello sulle decisioni che eventualmente verrebbero adottate in questo tranquillo week end di paura.

Apro un inciso: non mi riferisco a quel premier da barzelletta che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Gli altri leader non lo stanno nemmeno ad ascoltare e poi, qualunque fosse il risultato del meeting, lui si approprierebbe comunque di ogni merito grazie alla stampa e alle televisioni nazionali che ormai gli fanno solo da cassa di risonanza non osando avanzare nemmeno la più velata delle critiche per non finire nella lista presidenziale dei coglioni (l'altro giorno li ha già avvisati, rimproverandoli di non mettere nella dovuta luce il suo ruolo internazionale).

Mi riferisco invece a chi conta: a Gordon Brown che sta telefonando da inizio settimana ai colleghi di mezzo mondo raccomandando la sua ricetta di tagli fiscali, spesa pubblica e ricapitalizzazioni e a Sarkozy, sempre imprevedibile e pronto ai colpi di mano, esaltato dal suo ruolo di Presidente UE, e che sembra avere un accordo sotterraneo con il russo Medved (altro che l'appoggio di Berlusconi alla Russia!) per fare lo sgambetto a Bush. Tant'è vero che Medved stesso oggi s'è sbilanciato dicendo che la Russia è pronta a parlare con un'unica voce insieme all'Europa.

Uno scherzo da bambini fare lo sgambetto a Bush soprattutto ora che è un'anatra zoppa e nonostante i suoi orgogliosi ma inutili tentativi di riprendersi il banco. Oggi è ruzzolato in una strenua e patetica difesa della sua amministrazione, insistendo, nella conferenza di presentazione del meeting alla stampa, sul fatto che la crisi è arrivata solo da pochi mesi e non è colpa sua nè del libero mercato, come se tutti non sapessero che la bolla finanziaria è nata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del mercato realizzate dalla destra repubblicana sin dai tempi di Regan.

Il fatto è che c'è un convitato di pietra in questo meeting, il neo eletto Barak Obama, e la sua assenza potrebbe rimettere in discussione, tra due mesi, qualsiasi decisione, benchè sia presente la sua "inviata speciale", Madeleine Albright, già potente segretario di Stato di Bill Clinton ed attualmente consigliera di Obama, esperta di politica estera e negoziatrice inflessibile. Ma il dato che non sia presente nessuno dei suoi autorevoli consiglieri economici è significativo.

L'auspicio è che comunque domani qualcosa cominci a muoversi, sperando che il meeting non si trasformi in uno sterile esercizio muscolare da parte di qualcuno che voglia ridisegnare già da subito la mappa geopolitica del pianeta. Non c'è più tempo per i vecchi giochi di potere o per nuovi venti freddi di guerra. La posta in gioco, non è retorica, è il destino dell'umanità.

In una lettera aperta pubblicata ieri, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha esortato i paesi del G20 ad evitare che il rallentamento economico provochi una "tragedia umanitaria" tra i poveri, in particolare nei paesi in via di sviluppo. "Se centinaia di milioni di persone perdono la loro vita e le loro speranze per il futuro sono deluse a causa di una crisi di cui non hanno assolutamente alcuna responsabilità, la crisi non rimarrà solo economica ma diverrà una crisi umanitaria", ha ammonito. Non dimentichiamolo mai.


Berlusconi in corsa per il Nobel della pace
post pubblicato in Diario, il 13 novembre 2008


Berlusconi si schiera a fianco della Russia. "Diciamolo chiaro - sostiene Berlusconi - la Russia ha subìto delle provocazioni, con il progetto di collocare i missili in Polonia e Repubblica Ceca, e con il riconoscimento del Kosovo così come con l'ipotesi di un ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato". Poi si propone come mediatore tra Washington e il Cremlino per evitare "la distruzione del mondo". Intanto, nell'attesa di soffiare il posto a Martti Athisaari, si allena a Palazzo Grazioli sfasciando l'unità sindacale. Così, tanto per tenersi in esercizio.

Scoppierà l'ennesimo caso politico? No, ormai tutti i leader mondiali sanno che Berlusconi è solo un caso psichiatrico.

Bush con il suo miglior nemico

L'appello di Obama sul WSJ
post pubblicato in Barack Obama, il 3 novembre 2008


Dalle colonne del Wall Street Journal i due candidati alla Casa Bianca lanciano oggi uno degli ultimi appelli agli elettori. Involontariamente comico quanto afferma McCain: "Non possiamo sprecare i prossimi quattro anni come abbiamo fatto per molti degli ultimi otto: aspettando che  la fortuna cambi". Riporto sotto l'intervento tradotto in italiano di Barak Obama. Per quanto riguarda McCain, i volenterosi, se hanno lo stomaco, possono leggerselo in inglese.

John McCain: per cosa stiamo combattendo (english)

Barak Obama: il cambiamento di cui abbiamo bisogno (english)


Il cambiamento di cui abbiamo bisogno

Questo è un momento cruciale della nostra storia. Ci troviamo di fronte alla peggiore crisi economica dalla Grande Depressione - 760.000 lavoratori hanno perso il loro posto di lavoro quest'anno. Le imprese e le famiglie non possono ottenere credito. I valori delle case sono in calo, e le pensioni stanno svanendo. I salari sono inferiori a quelli che sono stati in un decennio, in un momento in cui i costi per l'assistenza sanitaria e l'istruzione non sono mai stati più elevati.

In un momento come questo, non possiamo permetterci altri quattro anni di aumenti della spesa, tagli fiscali mal progettati, o la completa assenza delle regole che anche l'ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ritiene ora sia stato un errore. L'America ha bisogno di una nuova direzione. Ecco perché sto correndo per la presidenza degli Stati Uniti.

Domani, si può dare a questo paese il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

Il mio avversario, il senatore McCain, ha servito il suo paese con onore. Egli può anche indicare le poche occasioni nel passato in cui ha preso le distanze dal suo partito. Ma nel corso degli ultimi otto anni, ha votato con il Presidente Bush il 90% delle volte. E quando si parla di economia, egli non può ancora dire al popolo americano una cosa importante che preferisca fare in modo diverso da George Bush.

Non arriva nessun cambiamento da un piano fiscale che non dà un centesimo di sollievo a più di 100 milioni di americani che fanno parte della classe media - un piano di cui anche la National Review e altre organizzazioni conservatrici lamentano gli scarsi risultati a favore della classe media. Non è  cambiare l'ulteriore incremento dei  5 trilioni di dollari di deficit che abbiamo raggiunto nel corso degli ultimi anni. Non è cambiare la presentazione di un piano per affrontare la crisi degli alloggi che mette a rischio altri 300 miliardi di dollari dei contribuenti - un piano che la redazione stessa di questo giornale, ha dichiarato: "solleva più domande che risposte".

Se c'è una cosa che abbiamo imparato da questa crisi economica, è che siamo tutti coinvolti. Dagli amministratori delegati agli azionisti, dagli imprenditori ai lavoratori, tutti noi abbiamo una compartecipazione l'uno nell'altro perché  più americani prosperano, più prospera l'America.

Ecco perché abbiamo avuto giganti dell'industria che hanno fatto della loro missione il pagare i propri dipendenti abbastanza da permettere loro di comprarsi i beni prodotti - uomini d'affari come Warren Buffett, di cui sono orgoglioso di avere il sostegno. Ecco perché la nostra economia non è stata solo la più grande creatrice di ricchezza al mondo - è stata anche la più grande generatrice di posti di lavoro nel mondo. E' stata la più alta marea della storia ad aver sostenuto le barche della classe media.

Per ricostruire il ceto medio, darò un taglio delle tasse al 95% dei lavoratori e alle loro famiglie. Se lavori, paghi le tasse, e guadagni meno di 200.000 dollari, otterrai una riduzione fiscale. Se si guadagnano più di 250.000 dollari, si potranno ancora pagare le tasse ad un'aliquota inferiore rispetto al 1990 - e le plusvalenze e le imposte sui dividendi saranno comunque di un terzo inferiori a quello che erano sotto la guida del Presidente Reagan.

Creeremo due milioni di nuovi posti di lavoro per ricostruire le nostre infrastrutture fatiscenti e posare le linee della banda larga per raggiungere ogni angolo del paese. Investirò 15 miliardi di dollari l'anno nel corso del prossimo decennio nel settore delle energie rinnovabili, con la creazione nel settore ambientale di cinque milioni di nuovi posti di lavoro ben pagati, che non possono essere esternalizzati, e potrà contribuire a porre fine alla nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente.

Per quanto riguarda l'assistenza sanitaria, non dobbiamo scegliere tra un sistema statale e quello insostenibile che abbiamo ora. Il piano del mio avversario prevede di farvi pagare le tasse sui vostri benefici sanitari per la prima volta nella storia. Il mio piano di assistenza sanitaria è finanziariamente sostenibile e accessibile per ogni americano. Se si dispone già di assicurazione sanitaria, l'unico cambiamento che vedrete sarà che pagherete un premio inferiore. In alternativa potrete ottenere lo stesso tipo di piano che i membri del Congresso ricevono per se stessi.

Per dare a ogni bambino un grado di istruzione in modo che possano competere in questa economia globale per i posti di lavoro del 21° secolo, investirò nella prima infanzia e assumerò un esercito di nuovi insegnanti. Ma chiederò anche norme più rigorose e maggiore responsabilità. E noi provvederemo a fare un accordo con tutti i giovani americani: se si impegnano a servire la vostra comunità o il vostro paese, faremo in modo che si possano permettere la loro istruzione.

E per quanto riguarda la sicurezza, porrò fine alla guerra in Iraq in modo responsabile così da porre fine ad una spesa di 10 miliardi al mese in Iraq, quando quel paese è seduto su un'enorme eccedenza. Per il bene della nostra economia, dei nostri militari e della stabilità in Iraq, è il momento per gli iracheni di accelerare. Porrò finalmente fine alla lotta contro Bin Laden e al Qaeda che ci hanno attaccato l'11 settembre, costruendo nuove partnership per sconfiggere le minacce del 21° secolo, e ripristinare la nostra autorità morale cosicchè l'America resti l'ultima, migliore speranza della Terra.

Nulla di tutto questo sarà facile. Non accadrà nell'arco di una notte. Ma credo che possiamo farlo  perché credo nell'America. Questo è il paese che ha permesso ai nostri genitori e nonni di credere che, anche se non potevano andare a scuola, risparmiando un pò ogni settimana, loro figlio avrebbe potuto; che, anche se non potevano avere una propria attività, lavorando sodo, loro figlio avrebbe potuto avviarne una. E in ogni momento della nostra storia, siamo sempre riusciti a vincere le nostre sfide, perché non abbiamo mai dimenticato la verità fondamentale che in America, il nostro destino non è scritto per noi, ma da noi.

Quindi, domani, vi chiedo di scrivere il prossimo grande capitolo della nostra storia. Vi prego di credere non solo nella mia capacità di portare avanti il cambiamento, ma anche nella vostra. Domani, potrete scegliere politiche che investono nella nostra classe media, creare nuovi posti di lavoro, e far crescere l'economia in modo tale che ognuno abbia la possibilità di avere successo. È possibile scegliere la speranza invece della paura, l'unità invece della divisione, la promessa del cambiamento piuttosto che il potere dello status quo. Se mi darete il vostro voto, non solo vinceremo insieme questa elezione, ma cambiaremo questo paese e cambiaremo il mondo.

Barak Obama


Ben il banchiere
post pubblicato in Barack Obama, il 22 ottobre 2008


Quando la nave sta per affondare i topi scappano, ma questa volta trattandosi di un grosso topo la cosa ha fatto scalpore, soprattutto nel mondo finanziario, in quanto parlasi del presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke. Ieri ha annunciato un ulteriore piano di aiuti per l'economia che equivale ad un abbandono della barca repubblicana e ad un aperto appoggio a Barak Obama e ai democratici.

Il capo della Fed ha dato infatti il via libera ad uno stanziamento straordinario di 300 miliardi di dollari che era quanto Obama e i democratici chiedevano mentre Bush e i repubblicani erano contrari. Ma non basta. Perchè Ben il banchiere ha affermato che questi aiuti dovrebbero "limitare gli effetti di lungo periodo" della crisi, rafforzando così l'opposizione democratica a permanenti tagli fiscali.

Apriti cielo. La cosa più gentile che gli hanno potuto dire è che con questo favore fatto ad Obama apparentemente si ricandida per altri quattro anni alla guida della Fed. Qualcun altro, più sensibile alla libertà di mercato, gli ha fatto notare anche come la Fed si fosse già ampiamente compromessa a causa dei suoi numerosi interventi su Wall Street e che questa poteva evitarsela a due settimane dalle elezioni. Altri, custodi della sacralità di istituzioni indipendenti come la Fed, si sono stracciati le vesti piangendo per la perdita di credibilità dell'America nel resto del mondo.

Ben il banchiere, avrebbe dovuto sapere che, nel suo ambiente, quelle dichiarazioni avrebbero fatto più scalpore delle opinioni di Joe lo stagnino, e che gli sarebbero valse la riprovazione generale. Ma evidentemente l'attaccamento alla poltrona di banchiere centrale è uguale ad ogni latitudine del mondo e spesso fa perdere il lume della ragione anche ai più saggi.


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