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in Italia è sempre tempo di elezioni
Verbale di un inutile meeting storico
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 16 novembre 2008


Presenti: i 20 leader dei paesi più industrializzati
Assente: Barack Obama
Non invitato: Hugo Chávez
Collegato in teleconferenza: Fidel Castro

Apre i lavori George W. Bush che ringrazia tutti i partecipanti per la loro presenza e per i doni che hanno portato ad Obama, in particolare ringrazia Berlusconi per un cucciolo di bastardino color caffèlatte.

Bush insiste sul fatto che il mondo sta attraversando una traumatica crisi finanziaria e che è dovere di tutti i paesi presenti fare in modo che non possa più ripetersi di nuovo.

Sarkozy aggiunge che, in qualità di Presidente UE, intende dire a nome di tutti i paesi europei che tale crisi non deve ripetersi di nuovo.

Gordon Brown aggiunge che, inoltre, non bisogna più permettere che questa crisi avvenga di nuovo nè ci deve essere una sua ripetizione.

Sarkozy a questo punto insiste sul fatto che non è tempo di recriminazioni perchè è già risaputo che la crisi è tutta colpa dell'America.

Gordon Brown si alza per parlare e Sarkozy si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Gordon Brown legge un documento nel quale si dice che il suo piano di salvataggio delle banche deve essere preso a modello di stabilizzazione di tutto il sistema bancario mondiale e che ora gli altri leader lo devono seguire nel suo pionieristico piano di stimoli fiscali. Segue dibattito se il comunicato finale deve aprirsi o meno con la frase...."seguendo il coraggioso esempio di Gordon Brown".

Bush fa girare le foto della sua nuova biblioteca presidenziale

Gordon Brown insiste sull'adozione del suo piano di lungo termine per la realizzazione di un sistema di allarme per avvisare rapidamente le autorità nazionali nel caso di una prossima crisi finanziaria.

Angela Merkel interviene per puntualizzare che questa, di fatto, è un'idea della Germania e che la crisi del sistema economico mondiale è stato causato dagli hedge fund americani e dal segreto bancario in Svizzera e Liechtenstein.

Rientra Sarkozy e inizia a parlare. Gordon Brown si scusa perchè deve abbandonare la sala per una telefonata urgente.

Sarkozy afferma che la crisi è una dimostrazione del fallimento del modello economico Anglo-Sassone. Quindi si assenta un momento per una breve dichiarazione alla stampa francese sulla sicura adozione del suo piano anti-crisi da parte del G20.

Interviene Silvio Berlusconi per dire che la crisi è grave ma bisogna essere ottimisti e che le banche devono fare le banche. Secondo il premier italiano il modello migliore da adottare è quello italo-russo ideato con il suo amico Putin.

Segue lungo dibattito se il nuovo quadro di regole internazionali deve essere costruito sulla base dei modelli Anglo-Sassone, Franco-Tedesco, Italo-Russo o Indo-Brasiliano e anche su come salvaguardare nel contempo anche l'integrità delle regole nazionali. A dimostrazione della loro unità d'intenti i 20 decidono di demandare l'approfondimento del tema ad una commissione di alto livello che prepari una relazione entro il 31 marzo del prossimo anno.

Silvio Berlusconi, guardando fuori dalla finestra, avvisa i presenti che nel giardino c'è un uomo che sta giocando con un cucciolo e che gli sembra sia Obama. Brown, Sarkozy e la Merkel si scusano perchè devono assentarsi un attimo.

Zapatero interviene per dire che la Spagna è il paese con il più solido sistema bancario del mondo ma si interrompe perchè tutti i presenti si affacciano alle finestre per guardare Brown, Sarkozy e la Merkel che corrono nel giardino.

Berlusconi smentisce di aver detto che l'uomo visto in giardino fosse Obama ma che deve essere qualche altro tizio abbronzato. Brown, Sarkozy e la Merkel rientrano in sala.

Riprende la discussione sulle nuove istituzioni di cui ha bisogno l'economia mondiale.

Sarkozy afferma che è vitale abbiano sede in Parigi. Angela Merkel controbatte che Francoforte è una sede più appropriata. Hu Jintao suggerisce un riconoscimento del cambiamento degli equilibri economici scegliendo una sede asiatica. Berlusconi propone Pratica di Mare. Bush conclude che non ci sarebbe posto migliore della sua nuova biblioteca.

Dmitry Medvedev dice che se il nuovo sistema di difesa economica viene posizionato nell'Est Europeo, la Russia sarà costretta a piazzare un proprio sistema di difesa rivolto contro l'Europa Occidentale.

Fidel Castro, collegato da La Havana, chiede se può accendersi un sigaro cubano.

Comunque, dopo lungo dibattito, tutti i presenti concordano sul fatto che, vista la profondità ed ampiezza della crisi, ci sarà bisogno di parecchie nuove istituzioni internazionali e, in segno della loro unità di intenti, concordano sul fatto che tutti gli uffici dovranno essere molto belli.

Bush afferma che il Fondo Monetario Internazionale avrà bisogno di molte risorse e che ogni Paese dovrà contribuire alla raccolta dei fondi necessari. Bush chiede impegni precisi. Tutti i presenti si scusano ma devono assentarsi per delle telefonate urgenti.

Prima del termine dei lavori viene letto il documento finale che viene approvato all'unanimità. Bocciati due emendamenti proposti da Berlusconi il quale chiedeva venisse inserito il punto "le banche devono fare le banche" e la proposta che il prossimo summit si tenga a Pratica di mare. I 20 hanno optato per Londra.

I punti fondamentali approvati sono:
1) Questa è la crisi più grave dopo la seconda guerra mondiale
2) E' necessaria la cooperazione di tutti i paesi del G20 per far fronte alla crisi finanziaria e alla recessione
3) Entro il 31 marzo verrà stilato una lista delle istituzioni finanziarie che mettono a rischio l'economia globale.
4) Sempre entro il 31 marzo 2009 i paesi del G20 dovranno mettere sul tavolo proposte concrete per la regolamentazione globale, la supervisione e la trasparenza dei mercati finanziari.


In 20 per uscire dalla crisi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 14 novembre 2008


Cresce l'attesa per il summit di Washington del G20 che raccoglie i paesi più sviluppati e cosiddetti emergenti del mondo. Riusciranno i leader venuti dai quattro angoli della terra a superare le divisioni, i protagonismi, gli interessi divergenti di paesi in perenne competizione tra loro per il controllo economico e politico di immense aree geografiche, se non dell'intero pianeta, e a far fronte comune contro la crisi?

Probabilmente troveranno un minimo comun denominatore nel ribadire la gravità della crisi e la necessità di politiche coordinate contro la recessione, ma chi si aspetta l'indicazione precisa di soluzioni concrete e di nuove regole potrebbe rimanere profondamente deluso. Il summit inoltre nasce già sotto cattivi auspici per il protagonismo di alcuni leader ansiosi di mettere il proprio cappello sulle decisioni che eventualmente verrebbero adottate in questo tranquillo week end di paura.

Apro un inciso: non mi riferisco a quel premier da barzelletta che risponde al nome di Silvio Berlusconi. Gli altri leader non lo stanno nemmeno ad ascoltare e poi, qualunque fosse il risultato del meeting, lui si approprierebbe comunque di ogni merito grazie alla stampa e alle televisioni nazionali che ormai gli fanno solo da cassa di risonanza non osando avanzare nemmeno la più velata delle critiche per non finire nella lista presidenziale dei coglioni (l'altro giorno li ha già avvisati, rimproverandoli di non mettere nella dovuta luce il suo ruolo internazionale).

Mi riferisco invece a chi conta: a Gordon Brown che sta telefonando da inizio settimana ai colleghi di mezzo mondo raccomandando la sua ricetta di tagli fiscali, spesa pubblica e ricapitalizzazioni e a Sarkozy, sempre imprevedibile e pronto ai colpi di mano, esaltato dal suo ruolo di Presidente UE, e che sembra avere un accordo sotterraneo con il russo Medved (altro che l'appoggio di Berlusconi alla Russia!) per fare lo sgambetto a Bush. Tant'è vero che Medved stesso oggi s'è sbilanciato dicendo che la Russia è pronta a parlare con un'unica voce insieme all'Europa.

Uno scherzo da bambini fare lo sgambetto a Bush soprattutto ora che è un'anatra zoppa e nonostante i suoi orgogliosi ma inutili tentativi di riprendersi il banco. Oggi è ruzzolato in una strenua e patetica difesa della sua amministrazione, insistendo, nella conferenza di presentazione del meeting alla stampa, sul fatto che la crisi è arrivata solo da pochi mesi e non è colpa sua nè del libero mercato, come se tutti non sapessero che la bolla finanziaria è nata dalle politiche di deregolamentazione selvaggia del mercato realizzate dalla destra repubblicana sin dai tempi di Regan.

Il fatto è che c'è un convitato di pietra in questo meeting, il neo eletto Barak Obama, e la sua assenza potrebbe rimettere in discussione, tra due mesi, qualsiasi decisione, benchè sia presente la sua "inviata speciale", Madeleine Albright, già potente segretario di Stato di Bill Clinton ed attualmente consigliera di Obama, esperta di politica estera e negoziatrice inflessibile. Ma il dato che non sia presente nessuno dei suoi autorevoli consiglieri economici è significativo.

L'auspicio è che comunque domani qualcosa cominci a muoversi, sperando che il meeting non si trasformi in uno sterile esercizio muscolare da parte di qualcuno che voglia ridisegnare già da subito la mappa geopolitica del pianeta. Non c'è più tempo per i vecchi giochi di potere o per nuovi venti freddi di guerra. La posta in gioco, non è retorica, è il destino dell'umanità.

In una lettera aperta pubblicata ieri, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha esortato i paesi del G20 ad evitare che il rallentamento economico provochi una "tragedia umanitaria" tra i poveri, in particolare nei paesi in via di sviluppo. "Se centinaia di milioni di persone perdono la loro vita e le loro speranze per il futuro sono deluse a causa di una crisi di cui non hanno assolutamente alcuna responsabilità, la crisi non rimarrà solo economica ma diverrà una crisi umanitaria", ha ammonito. Non dimentichiamolo mai.


Financial Times: una inutile gara europea per avere l'attenzione di Obama
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2008


Secondo il quotidiano londinese, nella inutile corsa ad accreditarsi come migliori alleati degli Stati Uniti, Berlusconi è comunque fuori gara.

Vi è una seconda gara per la Casa Bianca, secondo Philip Stephens, commentatore del Financial Times. I leader europei stanno sgomitando tra loro per chi arriva primo nella corsa per fare atto d'omaggio al nuovo Presidente americano. Questo sfacciato servilismo ha qualcosa di leggermente più patetico. Parliamo di una mancanza di comprensione. Barack Obama ha vinto la Presidenza promettendo il cambiamento, l'Europa guarda rivolta verso il passato.

E' difficile descrivere il mix di eccitazione e ansia che la vittoria di Obama ha generato nelle cancellerie europee: l'eccitamento è dovuto alla possibilità di riparare la frattura transatlantica degli ultimi anni; ansia perché nessuno sa chi, e, cosa cruciale, a quale prezzo, questa rock star della politica globale può scegliere come alleato preferito.

Tra i tradizionali alleati dell'America, solo l'Italia di Silvio Berlusconi è fuori gara. In visita ai suoi migliori amici - i russi Vladimir Putin e Dmitry Medvedev - il primo ministro italiano ha scelto di complimentarsi con l'onorevole Obama per la sua "abbronzatura". L'anno prossimo il Presidente Berlusconi presiede il G8 - ecco un altro buon motivo per Obama per non svolgere alcun ruolo in questo gruppo di moribondi.

Da parte sua, la Gran Bretagna di Gordon Brown parla come se lei ed Obama fossero vecchi amici. Mai dimenticare che per la maggior parte della corsa democratica delle primarie, il Primo Ministro aveva scommesso su Hillary Clinton. Nè il modo migliore per preservare il cosiddetto rapporto speciale sembra essere quello di offrire il proprio tutoraggio facendo apparire Obama come un novellino. Nè si dimentichi che i progenitori di Obama lottarono per l'indipendenza del Kenya dal loro padrone coloniale britannico.

Il francese Nicolas Sarkozy è stato come tutti ansioso di catturare l'attenzione della stella Obama. Gordon Brown ha ottenuto 10 minuti al telefono con il presidente eletto. L'Eliseo ha annunciato trionfalmente che il signor Sarkozy era stato in linea con Chicago per una intera mezz'ora. Come attuale presidente dell'Unione europea, e per lo spirito atlantista mostrato da più lungo tempo dalla Francia, Sarkozy pensa chiaramente di essere in prima fila nella sala d'attesa dello Studio Ovale.

Forse sarà così - Jacques Chirac, dopo tutto, si presentò prima di Tony Blair nel 2001. D'altro canto, Angela Merkel è stata svelta ad invitare Obama a tornare a Berlino per una replica della sua trionfale comparsa durante la campagna presidenziale. Questa volta, possiamo esserne certi, la Merkel permetterà al suo gradito ospite di parlare alla Porta di Brandeburgo.

Ad essere onesti, uno o due di questi leader hanno fatto già alcune richieste a Barack Obama. Gordon Brown mette in guardia contro una politica commerciale più protezionistica degli Stati Uniti, mentre Sarkozy vuole che gli Stati Uniti si assumano le proprie responsabilità nello stabilizzare il sistema finanziario globale.

Dietro l'atmosfera generale di adulazione, tuttavia, c'è qualcosa di profondamente sbagliato. E cioè  la convinzione che le cose possano tornare ad essere di nuovo come un tempo: che gli anni di Bush sono stati solo uno spiacevole intermezzo e che l'Alleanza atlantica può essere ricostituita come prima.

In verità, tale possibilità si è chiusa con il crollo dell'Unione Sovietica. Uno dei grandi problemi dei passati due decenni è stato il fallimento (da entrambi i lati) nel riconoscere che un partenariato nato da uno stato di necessità potesse trasformarsi in una possibilità di scelta.

L'Europa non è più al centro degli interessi di politica estera degli Stati Uniti, e l'Europa non ha più un tale pressante esigenza di sicurezza e tutela da parte dell'ombrello americano. Ci sono un sacco di altre buone ragioni per promuovere una forte alleanza. Ma, per dirla con il presidente Obama, il rapporto può funzionare solo se entrambi i versanti capiranno questo cambiamento.

Per Gordon Brown sarebbe il caso di abbandonare l'illusione del rapporto speciale. Sotto molti aspetti la Gran Bretagna ha più stretti legami con gli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo per non continuare ad averli. Ma la Gran Bretagna sarà di interesse per Obama soltanto nella misura in cui la sua posizione consentirà di costruire un ampio consenso europeo. La familiarità con l'atlantismo del Ministro Sarkozy, a fianco del tradizionale pro-americanismo della Merkel, rende solo un tale consenso possibile. Ma chiede ai leader europei di cooperare, piuttosto che competere per i loro rapporti con Obama.

Se Brown e Sarkozy vogliono davvero produrre un impatto a Washington, la cosa più utile che potrebbero fare sarebbe quella di spingere con forza perchè al prossimo vertice dell'Unione europea a Bruxelles si arrivi ad un accordo sostanziale per rafforzare le capacità di difesa.

Poi, dopo l'insediamento di Obama, potrebbero entrambi fare un viaggio insieme fino a Washington. La Merkel potrebbe unirsi a loro. Potrebbero inoltre invitare José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. Il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe così concludere che l'Europa ha qualcosa da dire e anche qualcosa per contribuire.

Fin qui il Financial Times. E dove avrà dimenticato Berlusconi? Ma sul Mar Nero, ad abbronzarsi come Obama.



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permalink | inviato da meltemi il 11/11/2008 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Una Santa Alleanza contro Berlusconi
post pubblicato in Diario, il 7 novembre 2008


Cresce l'insofferenza di Gran Bretagna, Francia e Germania per le sempre più evidenti anomalie presenti nel nostro paese, dalla politica economica seguita dal nostro governo a quella indecente concentrazione del potere economico nelle mani di Berlusconi attraverso Mediobanca e il controllo delle maggiori banche italiane, senza dimenticare l'ultima occasione di scontro, l'impudente opposisizione del governo italiano al pacchetto ambientale.

Ma non è che in qualche cancelleria europea vi sia qualcuno che vagheggia un rimpasto tra i paesi dell'eurozona? si chiede Marco Sarli in questi due articoli ( 1 ) - ( 2 ). Insospettisce il differenziale tra il BTP ed il Bund tedesco salito improvvisamente, tanto da apparire addirittura pilotato, da poche decine di punti base a 132 punti e che non può essere spiegato solo con una improvvisa caduta della fiducia internazionale sulla solvibilità del nostro paese.

Una controprova dell’esistenza di questo nuovo asse Londra-Parigi-Berlino e delle sue intenzioni potrebbe venire proprio dall’anello debole del nuovo blocco di potere, l’Alitalia, con un’offerta a sorpresa di qualche compagnia aerea, forse anglosassone, che verrebbe a rompere le uova nel paniere alla CAI di Colaninno! Fantapolitica? Forse, ma è già successo che l'Italia abbia pagato un prezzo per entrare nell'euro. Ora, grazie a Berlusconi, quale altro dovremo pagarne per restarci?


Le mani sulle banche
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 27 ottobre 2008


Le borse continuano a scendere in picchiata. Gli interventi dei governi, impegnati in summit oramai settimanali, sono giunti tardivi e appaiono ancora insufficienti per far recuperare la fiducia a investitori e risparmiatori terrorizzati. E non siamo che all'antipasto dell'incubo.

Lo sforzo del duo Brown-Sarkozy è stato notevole nonostante le resistenza della Merkel e nonostante quella macchietta di premier italiano che sono costretti a portarsi dietro e che frequenta i summit dei capi di stato solo  per darsi un'aria da statista e per usarli come cassa di risonanza mediatica dei suoi sempre più preoccupanti deliri di onnipotenza.

Tutto il mondo è in trepida attesa di conoscere le sue annunciate proposte economico-finanziarie per risolvere questa crisi e fermare la recessione. In realtà l'Europa ci ride dietro e il nostro premier si preoccupa solo di far credere al popolo degli italioti che metterà Lui le cose a posto, "ghe pens mi", continuando a consigliare acquisti di azioni con i mercati che ancora non hanno toccato il fondo.

Sono Gordon Brown e Nicolas Sarkozy i due uomini politici che sono apparsi più consapevoli della gravità della situazione e della assoluta necessità di fornire le misure più adeguate possibili, facendo fare retromarcia agli Stati Uniti dal piano originario che prevedeva solo un grazioso regalo ai banchieri americani di 700 miliardi di dollari, proponendo ed attuando l'unica medicina possibile in questo momento, l'ingresso statale nel capitale delle banche e il loro controllo.

Mentre l’ingresso in forze è già avvenuto, anche se non è stato del tutto completato, in Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo, mancano ancora all’appello paesi importanti dell’Unione Europea, quali la Germania (solo la quarta banca tedesca ha chiesto un ingresso nel capitale per poco meno di sei miliardi di euro) e l’Italia, mentre, pur avendo provveduto a predisporre il relativo fondo, il governo Zapatero continua a prendere per buone le rassicurazioni che gli giungono dai quartier generali delle due principali banche iberiche, nonostante i tracolli in borsa di Santander, super esposto al rischio default in Sud America (leggi Brasile ed Argentina).

Presumo che in Italia il duo formato da Mario Draghi e Giulio Tremonti abbiano dei piani che vadano nella direzione tracciata da Francia e Gran Bretagna, piani che vengono visti con estrema apprensione ai piani alti di Unicredit, Monte Paschi e relative Fondazioni, mentre Corrado Passera, amministratopre delegato di Intesa-San Paolo sembra dormire sonni molto più tranquilli grazie ai meriti che si è conquistato e al debito di riconoscenza che Berlusconi gli deve per averlo aiutato nella vicenda Alitalia.

A Robin Tremonti fa gola quel gruzzoletto di 73 miliardi di euro che rappresenta il patrimonio delle Fondazioni bancarie e il suo silenzio assomiglia a quello di chi attende pazientemente sulla riva del fiume che passino i primi naufraghi che chiedano aiuto. Comunque le sue idee ed il suo progetto non coincidono con quelli del suo leader maximo e deve mordere il freno.

Veltroni al Circo Massimo ha messo in guardia da un ritorno delle mani statali sulle banche. Forse avrebbe fatto meglio a parlare chiaramente delle mani di Berlusconi che sta realizzando indisturbato il suo piano per il controllo del sistema economico-finanziario italiano, cosa che non era riuscita nemmeno a Mussolini. Ma questa è un'altra storia intricata, sulla quale spero di ritornare presto.


La crisi ridisegnerà un nuovo mondo
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 7 ottobre 2008


Era prevista e la sesta ondata, per ora la più devastante, della tempesta perfetta, si è abbattuta sull'Europa nonostante le dichiarazioni ottimistiche e tranquillizzanti dei capi di governo europei. Dichiarazioni che non hanno convinto nessuno, anzi, hanno gettato ancor più nel panico le borse. Sarkozy, Berlusconi, la Merkel e Gordon Brown, come il loro collega d'oltreoceano, sono impotenti. Oltre tutto è paradossale che chi ha prodotto questo disastro, la destra con le sue politiche liberiste e la deregulation, ora si candidi a riscrivere anche le nuove regole.

Raffica di sospensioni al ribasso a Piazza Affari. Nello S&P/Mib, su 40 società, oggi sono state otto quelle sospese o congelate per eccesso di ribasso. Tra loro Unicredit ma anche Fiat, Telecom, Impregilo, Geox, Fastweb, Banco Popolare, la Popolare di Milano e Seat.

L'Euribor a tre mesi ha segnato il fixing a 5,38%, nuovo massimo storico dall'introduzione dell'euro. L'Euribor è il parametro a cui vengono indicizzati i prestiti commerciali e i mutui immobiliari. Si annuncia dunque una nuovo rialzo per le rate trimestrali che i debitori devono corrispondere alle banche.

Oggi a Londra la Royal bank of Scotland (RBS), una delle più grandi banche del mondo, ha perso circa il 40% del suo valore di borsa. RBS è ritenuta una delle banche europee più esposte nei titoli tossici. Il governo inglese ha annunciato un piano per il suo salvataggio. Vanno giù in borsa anche i due colossi tedeschi del credito Deutsche Bank e Commerzbank che a Francoforte perdono rispettivamente oltre 13% e il 9%.

L'Islanda nazionalizzerà la Landsbanki, la seconda banca del paese, sull'orlo del fallimento, e il governo assicura i risparmiatori che non perderanno i loro depositi. La scorsa settimana era stata nazionalizzata Glitnir Bank, terza banca islandese. Ora si temono la bancarotta del paese e i suoi riflessi sugli altri paesi scandinavi.

«Necessariamente ogni alba passa attraverso una lunga e profonda notte, ma se l'inverno vi dicesse che ha nel cuore la primavera......chi gli crederebbe!

L'esaltazione collettiva di questa follia di massa, l'immenso castello di carta dei derivati è crollato al semplice battito della farfalla "subprime", ma non date retta a coloro che vi parlano di fine del mondo: è solo la fine di un sistema, stà bruciando il bosco di questa finanza irreale ma il fuoco è vita, purifica il vecchio per lasciare posto al nuovo.

E' giunto il momento di ricostruire, è giunto il momento della speranza, è giunto il momento di guardare oltre, il momento di ripartire da un nuovo sistema i cui fondamenti siano etici, un piano " Marshal " che raccolga ogni idea, ogni progetto, ogni sforzo diretto alla ricostruzione di un sistema, di una società basati sui valori e non esclusivamente su nuove regole, codici o commi di un codice "incivile".» (da icebergfinanza)


Richard Fuld, il CEO della Lehman Brothers, contestato da alcuni manifestanti
I quattro moschettieri
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 6 ottobre 2008


I due paragrafi che seguono, tratti dal blog "Diario della crisi finanziaria" di Marco Sarli, fanno giustizia delle improvvide dichiarazioni ed annunci resi ieri ed oggi dai premier di Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna che così ci hanno messo anche del loro nel mandare a picco le borse europee.

Non vorrei infierire, ma penso proprio che gli strateghi della comunicazione dei leaders mondiali abbiano mal consigliato i loro clienti, perché non è stato un bel vedere Bush, Sarkozy, Brown, la Merkel, Berlusconi e chi più ne ha ne metta parlare di uno scenario catastrofico, apparentemente del tutto incuranti dell’effetto panico che le loro parole, ma ancora di più le loro facce, hanno indotto anche nel più tranquillo e moderato delle centinaia di milioni di risparmiatori/investitori e che lo hanno spinto a passare le lunghe ore del week end a preparare gli ordini di vendita da passare di buon ora stamane al proprio intermediario, aggiungendo così la sua goccia a quel mare tempestoso che ha travolto tutte le difese approntate dalle autorità monetarie.

In preda al panico più totale, i leaders dei quattro maggiori europei riuniti dal decisionista Sarkozy a Parigi nel fine settimana stanno facendo a gara nel promettere ai risparmiatori che non perderanno nemmeno un euro dei loro depositi, ignorando o facendo finta di ignorare che non vi è alcuna possibilità di mantenere quella che con molta signorilità l’ex ministro del Tesoro Italiano, il professor Luigi Spaventa, ha definito una “fragile promessa”, anche perché vorrei proprio sapere dove andrebbero a prendere quelle migliaia di miliardi di euro necessari a dare sostanza alle loro parole, nel malaugurato caso che si realizzasse il più catastrofico degli scenari per le già malmesse banche europee.

L'articolo completo a questo indirizzo


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