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in Italia è sempre tempo di elezioni
Bush lascia il cerino acceso ad Obama
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


Il presidente Bush è comparso in televisione in orario di apertura di Wall Street per annunciare il lieto evento e cioè la concessione di un prestito a General Motors e Chrysler di 17,4 miliardi di dollari per evitare la loro bancarotta. Bush ha motivato il prestito con la necessità non solo di salvare le due case automobilistiche ma anche di evitare un collasso che potrebbe avere conseguenze devastanti e inimmaginabili anche per i mercati e tutta l'economia americana.

Bush su questo è stato chiarissimo, come lo è stato sui tempi di erogazione e sulla nomina di Paulson, il suo ministro del Tesoro, a "Zar dell'auto" - una specie di plenipotenziario sovrintendente delle due industrie automobilistiche - almeno fino all'insediamento di Barak Obama, poi si vedrà. Più reticente invece, anzi muto, sul dove verranno presi i soldi per questo prestito, perchè su questo punto le cose si sono un pò ingarbugliate negli ultimi giorni, dopo la bocciatura da parte dei repubblicani al Senato della prima proposta di salvataggio e la sua decisione di aggirare queste resistenze attingendo direttamente al TARP, il fondo deliberato dal Congresso per il salvataggio di Wall Street.

Ci ha pensato Paulson a chiarirlo ma nello stesso tempo a sottolineare implicitamente lo scontro istituzionale che si prefigura nel prossimo futuro tra l'esecutivo e il potere legislativo. Infatti Paulson ha affermato che "con questo prestito il Tesoro ha totalmente speso la prima trance di 350 miliardi di dollari del TARP" ed ha aggiunto che "è necessario che il Congresso autorizzi la rimanenza - altri 350 miliardi - ma la Casa Bianca potrebbe anche attendere che prima della richiesta formale il presidente Bush lasci l'incarico". Ovvero il cerino acceso verrebbe passato nelle mani di Obama. Perchè parlo di cerino acceso?

Quei 700 miliardi di dollari stanziati dopo un lungo e sofferto braccio di ferro con il Congresso e di cui finora deputati e senatori avevano deliberato l'erogazione per la metà della cifra erano stati approvati per salvare Wall Street non l'industria automobilistica. Dopo il voto contrario del Senato il potere legislativo aveva addirittura bocciato il salvataggio del settore dell'auto e Bush, ovvero il potere esecutivo, ha deciso bellamente di infischiarsene delle regole democratiche e di andare avanti comunque, attingendo addirittura a fondi destinati e votati per un diverso utilizzo. E' vero che Paulson ha disposto a suo piacimento della prima tranche, utilizzando i fondi senza criteri trasparenti nè controlli, ma per questo è aperto già un contenzioso col Congresso. Ora il vulnus è anche più grave.

In America la Democrazia, nella forma e nella sostanza, è una cosa seria, non come da noi dove il Parlamento è ridotto ad anticamera dello studio della villa di Arcore e i cittadini sono trattati come dei coglioni. Il ragionamento che fanno gli Americani è il seguente. Possiamo anche essere contrari al salvataggio dei banchieri e preferire che venga salvata l'industria dell'auto ma quando i nostri rappresentanti hanno votato per la costituzione del TARP non hanno detto al presidente Bush qui ci sono 700 miliardi di fondi neri, usali come meglio ti pare. Gli hanno detto: ecco qua 700 miliardi dei contribuenti americani per Wall Street.

Se il TARP invece è costituito da fondi neri, allora tutto diventa arbitrario. Non siamo più una nazione fondata sulle leggi, pensano oggi molti Americani, siamo la nazione del Tesoro e della Casa Bianca che usano centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti a proprio piacimento. E allora perchè salvare le auto e non i giornali o meglio ancora i governi locali, che sono sotto di 100 miliardi e che per questo ci stanno tagliando i servizi, persino le scuole pubbliche?

Quello già in atto dunque non è solo uno scontro istituzionale ma uno strappo tra governo e paese reale che Obama e il suo team dovranno ricucire non solo con pacchetti di stimoli per l'economia da 800 miliardi di dollari ma rimettendo al primo posto il rispetto per la democrazia che Bush dopo i suoi otto disastrosi anni di governo non ha ancora finito di calpestare.

"Il nostro sistema di governo si basa sulla luce del sole, la trasparenza e la partecipazione. Esso si basa anche su un Congresso che esercita il suo dovere costituzionale di fare le leggi e su un Presidente che le mette in atto. Una crisi economica non deve essere un pretesto per far tornare indietro la nostra democrazia." (Robert Reich)


Oche sacre e salvataggi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 11 dicembre 2008


Boccata d'ossigeno per Big Three (General Motors, Ford, Chrysler). Avevano chiesto 35 miliardi e ne avranno 14 se le oche repubblicane del Campidoglio, poste a estrema difesa dei sacri e inviolabili principi liberisti, daranno il via libera.

Strana razza di oche sacre che starnazzano per 14 miliardi dati per salvare milioni di posti di lavoro e rimangono mute per i 700 miliardi dei contribuenti, di cui 350 già spesi a fondo perduto,  tutti regalati, senza alcun controllo e senza condizioni, ad azionisti, banchieri e creditori delle banche nel salvataggio di Wall Street.

Intanto dal popolo dei blog, che con la sua sollevazione ha avuto un forte peso nel porre dei freni e delle condizioni all'assalto alla diligenza, stanno prendendo forma delle idee e delle proposte che non piaceranno sicuramente alla destra liberista e contro le quali già tuonano, dalle colonne del Wall Street Journal attraverso i propri commentatori, le lobby affaristiche e finanziarie che non si aspettavano la rivolta di questo fiume in piena di milioni di taxpayer americani ma che d'ora in poi dovranno sempre farci i conti.

Si fa carico di avanzare una proposta di compromesso il nostro più volte citato professor Robert Reich il quale propone per quanto riguarda Detroit la creazione di un veicolo ibrido, costruito per un terzo come un salvataggio e per gli altri due terzi utilizzando il famoso Capitolo 11 della legge fallimentare: per ogni dollaro messo dal contribuente, gli azionisti, i manager e i dipendenti di Big Three dovranno fare la loro equa parte di sacrifici tirandone fuori due.

Per quanto riguarda Wall Street invece, secondo Reich non dovrebbe essere erogata la seconda tranche di 350 miliardi e bisognerebbe applicare il Capitolo 11 che permetterebbe ad un'azienda di pagare i suoi creditori, diciamo 30 cent per ogni dollaro, e poi di ripartire con i conti azzerati.

Chissà cosa ne penseranno anche Bush e il suo segretario del Tesoro Paulson, stretti tra Obama da una parte, che non vuole neanche lui che quei 350 miliardi vengano spesi, e dall'altra ora anche le autorità di controllo federali che hanno messo nel mirino i 350 già erogati senza alcuna condizione e senza controlli sulla loro destinazione ed utilizzo.

Da sinistra: Richard Wagoner (GM), Robert Nardelli (Chrysler) e Alan Mulally (Ford)

Braccio di ferro tra Barack Obama e l'anatra zoppa
post pubblicato in Barack Obama, il 10 dicembre 2008


Ci ha pensato la banca Goldman Sachs a gelare Wall Street rendendo noto uno studio secondo il quale siamo a metà del percorso della crisi finanziaria a livello mondiale (Italia inclusa), mentre alle banche resterebbe da mettere in conto ancora un terzo delle perdite complessive stimate in 1.800 miliardi di dollari. In buona sostanza, ci dice Marco Sarli dal suo Diario, dovremo attendere almeno l’estate del 2010 per vedere la fine della crisi creditizia, che, per la prima volta, vede attribuirsi una longevità di tre anni.

Lo studio, coordinato dal capo economista globale di Goldman Sachs, Richard Ramsden, non tiene però conto "del micidiale effetto domino in corso e degli effetti drammatici derivanti dai default aziendali da esso determinati sulla domanda effettiva e, quindi, sui bilanci delle banche e delle altre principali protagoniste del mercato finanziario globale".

Proprio nel giorno in cui la borsa tirava un sospiro di sollievo per il piano di investimenti in infrastrutture presentato da Barak Obama e per il salvataggio (quanto duraturo?) dei tre BIG dell'automobile, l’Herald Tribune è stata costretta a fare ricorso alla procedura fallimentare e lo storico New York Times ha dovuto dare in pegno il proprio grattacielo per ottenere i finanziamenti necessari per non incorrere nella stessa sorte della testata rivale. Chiaro ora cosa vogliano dire tempesta perfetta ed effetto domino?

Intanto Bush, Paulson e Bernspan tentano di barattare il salvataggio di Detroit con la possibilità di spendere quel che resta dei 700 miliardi di dollari del celebre piano di salvataggio. E' solo l'ultimo atto di un braccio di ferro che dura da settimane tra Barak Obama e il presidente uscente, l'anatra zoppa che risponde al nome di George W. Bush e che oppone, senza esclusione di colpi, il team di Obama e lo staff del Tesoro.

Da una parte Obama cerca di preservare questi circa 350 miliardi di dollari dei contribuenti americani per poterli utilizzare nel suo "New Deal" e dall'altra Bush, che anche in questo caso interpreta il ruolo del fantoccio manovrato da altri (il potente Segretario del Tesoro Paulson), li vorrebbe spendere  per completare il piano di salvataggio di Wall Street.

Ma perchè tanta ostinazione che riporta alla memoria la disastrosa transizione tra le amministrazioni di Herbert Hoover e Franklin D. Roosevelt? Il motivo ovviamente non dichiarato ce lo spiega senza molti peli sulla lingua sempre lo stesso Marco Sarli.

Paulson vuole portare a termine ad ogni costo la missione "di cercare di salvare in extremis il sistema finanziario statunitense da quel collasso che aveva in larga misura contribuito a determinare come numero uno incontrastato della potente e molto preveggente Goldman Sachs, forse ancora oggi candidata a fare la fine ingloriosa della rivale Lehman Brothers o di finire accorpata ad uno dei carrozzoni del credito al dettaglio quali Citigroup, Bank of America o Wells Fargo, una prospettiva davvero terrificante per gli strapagati partners di Goldman e che potrebbe essere ancora evitata grazie ad ulteriori e consistenti elargizioni di denaro degli incolpevoli e già abbondantemente massacrati contribuenti americani!
 
...il trio sopra menzionato non avrebbe alcuna vergogna nel portare a termine questa missione di salvataggio dopo avere fallito nelle campagne di guerra in Iraq ed in Afghanistan e dopo aver foraggiato abbondantemente quel Pachistan che, via servizi segreti al di sotto di ogni sospetto, è forse, insieme all’Arabia Saudita, il maggiore responsabile del terrorismo internazionale."

George W. Bush, Hank Paulson e Bernspan stanno facendo il possibile e l’impossibile per poter portare a termine la loro missione ma questa volta sarà difficile che la ciambella gli riesca col buco avendo trovato un Obama e un green-dream team davvero agguerriti e decisi a non lasciar realizzare l'ennesimo e finale disastro dell'amministrazione Bush.


Anatre zoppe e carrarmati di cartone
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 25 novembre 2008


La Federal Reserve ha stanziato oggi altri 800 miliardi di dollari per sbloccare il credito a favore dei consumatori e delle piccole imprese, acquisendo obbligazioni e titoli ipotecari emessi o garantiti in gran parte da Fannie Mae e Freddie Mac ed altre agenzie governative.

Mi risulta che anche Fannie Mae e Freddie Mac sono già state nazionalizzate e quindi le loro obbligazioni sono già in carico del debito del governo Americano così come per le altre agenzie, che sono, appunto, governative.

Perchè allora l'amministrazione Bush non dichiara che le obbligazioni sono già garantite dallo Stato e non vengono girate direttamente al Tesoro invece di farle gravare sul bilancio della Federal Reserve?

Non vi sembra uno strano gioco delle tre carte? Cosa si nasconde dietro questa mossa? Un teologo liberista ed esperto di finanza creativa come il tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti sarebbe in grado di rivelare l'arcano?


Berlusconi è vivo e gioca a nascondino
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 18 novembre 2008


Il Segretario del Tesoro americano, Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, questa mattina, davanti ad un'audizione del Congresso, hanno dichiarato che ci sono solo dei modestissimi segnali di miglioramento nella crisi finanziaria e che non basteranno i 700 miliardi di dollari stanziati per il cosiddetto piano di salvataggio di Wall Street per rimettere in moto l'economia nè è prevedibile quando sarà possibile uscire da questo cupo clima recessivo.

Più tardi ad un convegno organizzato dal WSJ, di nuovo Henry Paulson, si è "accapigliato" con altri due ex Segretari del Tesoro, Robert Rubin e Lawrence Summers, che fanno parte della squadra economica di Barack Obama, sulla efficacia o meno dei tagli fiscali alla classe media - eterno motivo di scontro tra repubblicani e democratici - , ma non ha potuto che convenire sulla necessità di mettere in campo un massiccio piano di stimoli fiscali, non temporanei, ma che coprano almeno l'arco dei prossimi due o tre anni.

Le due notizie confermano, se ce ne fosse bisogno, quanto grave sia la situazione e di come necessiti di interventi straordinari e massicci. Per questo il piano prima tenuto segreto come fosse un asso nella manica e poi strombazzato dal tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti come la Panacea della recessione in cui è entrata ufficialmente l'Italia, non sembra altro che un pannicello caldo messo ad un malato di broncopolmonite. Ha ragione Bersani a parlare di "carri armati di cartone pronti per la parata".

Il piano di Tremonti sembra ispirarsi a quella finanza creativa che ha inventato i derivati: non fa altro che reimpacchettare soldi vecchi, che c'erano già, cambiandone la destinazione. Lo stesso Brunetta è costretto ad ammetterlo quando dice che sono "fondi destinati a mille piccoli interventi che saranno invece rimessi insieme e destinati a pochi grandi investimenti".
 
In realtà degli 80 miliardi previsti dal piano, la metà sono stati stanziati dall'Unione Europea per spese triennali a favore di ambiente, sviluppo e ricerca. Altri 16 miliardi, di cui 12 provengono dall'UE e 4 da progetti di finanziamento, verranno dirottati in spese per infrastrutture, tra cui il ponte sullo Stretto. In un pacchetto a parte di 14 miliardi vengono "impacchettate", tutto compreso, le spese per gli eventuali salvataggi bancari, gli aiuti fiscali per le famiglie e altri tagli fiscali non meglio specificati.

Capisco che, nonostante il momento sociale ed economico sia drammatico, Berlusconi, purtroppo ormai irrimediabilmente affetto da demenza senile, non trovi di meglio che giocare a cucù con la Merkel ma da Tremonti mi aspettavo qualcosa di meglio di un copione per il Bagaglino. Ma evidentemente si è fatto contagiare anche lui.


Da sinistra: Henry Paulson, Robert Rubin e Lawrence Summers

Ma non è la recessione il nemico principale?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 17 novembre 2008


Citigroup, il primo gruppo bancario americano, ha annunciato un piano di ristrutturazione che prevede il licenziamento di oltre 50.000 lavoratori, il 15% della sua forza lavoro. Dal lato clienti ha annunciato invece l'incremento di un punto del tasso d'interesse su milioni di carte di credito per recuperare le ingenti perdite della divisione che gestisce questo business.

La notizia dovrebbe far riflettere sull'efficacia e le finalità del piano anti crisi predisposta dal duo Bush-Paulson sul modello ideato da Gordon Brown e adottato anche dall'Europa. Citigroup ha già incassato 25 miliardi di dollari dal fondo di salvataggio gestito dalla Fed e con i soldi dei contribuenti americani da una parte vengono prese misure che incrementano la disoccupazione, dall'altra si comprime la propensione alla spesa dei consumatori. Bel risultato e un'altra bella gatta da pelare lasciata in eredità a Barack Obama.


Mondi paralleli
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 15 ottobre 2008




Lunedì 13 Ottobre alle 3 del pomeriggio nel quartier generale del Tesoro americano. Da un lato del tavolo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, con a fianco il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e quella che secondo molti potrebbe essere il prossimo ministro del Tesoro statunitense, l’attuale presidentessa del Federal Deposit Insurance Corporation, Sheila Bair. All'altro lato i top manager delle maggiori banche americane, convocati da ogni angolo del Paese e disposti in rigoroso ordine alfabetico, con la Bank of America ad un estremo del tavolo e la Wells Fargo di Warren Buffet all'altro estremo.

Per un'ora i nove banchieri, tenendosi sù con acqua e caffè, hanno ascoltato Paulson e Bernanke riferire del fosco quadro dell'economia americana e della crisi finanziaria in atto. Giunti al termine dell'incontro a ciascun banchiere è stato consegnato un documento dettagliato del piano governativo che prevedeva un'acquisizione di quote azionarie nelle loro banche per un valore di 125 miliardi di dollari ma anche l'imposizione di nuove restrizioni relative ai premi per i top manager e ai dividendi.

I partecipanti, tra i migliori negoziatori della nazione, si trovavano in una singolare posizione. Ad essi non era permesso trattare. Paulson ha chiesto che ciascuno di loro firmasse. Durante la discussione che è seguita, l'intervento più animato è venuto dal Presidente della Wells Fargo, Richard Kovacevich, che accalorandosi ha chiesto "dov'è la necessità di fare questo? Perchè mai è necessario per il governo acquistare quote azionarie nelle nostre banche?".  "Per il vostro bene e per il bene della nazione" ha risposto Paulson.

A questo punto il CEO di Morgan Stanley, John Mack, la cui banca era la più esposta del gruppo al vortice della crisi finanziaria, ha firmato per primo senza battere ciglio e Kenneth Lewis di Bank of America ha ammesso l'evidenza che ognuno presente al tavolo avrebbe fatto la sua parte dicendo: "Ognuno di noi che non abbia una sana paura dell'ignoto non può che essere d'accordo".

Questo racconto, ripreso dal Wall Street Journal, rende l'idea della rivoluzione che sta avvenendo più di tante dotte ma spesso fuorvianti dissertazioni di giornalisti, economisti e politici da cui siamo inondati, nostro malgrado, via radio, stampa e televisione, che parlano di tutto ma lasciano fuori dai loro ragionamenti, salvo qualche rara occasione, l'ovvia verità che a gestire l'uscita dalla crisi non possono essere i maggiori suoi responsabili senza che non paghino un prezzo per i loro errori.

Non deve assolutamente essere stato facile far digerire il piano a quei banchieri che, ad onta del fallimento sistemico in atto, mal sopportano le ingerenze dello Stato nei propri affari e che speravano veramente che i 700 miliardi del piano Bush-Paulson-Bernspan servissero soltanto a sbolognare una parte dei i titoli tossici attualmente sul loro groppone ad un prezzo multiplo di quello accettato da John Thain di Merrill Lynch, gli ormai famosi 22 centesimi per dollaro, un sacrificio che pure ha consentito a Merrill di non fare la fine di Lehman Brothers!

I nove banchieri non hanno sputato certo sui 25 miliardi di dollari che toccano alle banche maggiori fino ai 3 miliardi previsti per la banca di New York, ma non sopportano quelli che il Wall Street Journal definisce i dettagli e che loro considerano vere e proprie limitazioni al principio per loro sacro che gli affari li gestiscono loro, così come i premi, spesso correlati a effimeri risultati di breve periodo, mentre sono disponibilissimi a condividere le perdite con quello stesso Stato che nella loro visione esiste solo a tale scopo e non certo per insegnare loro come si fa il mestiere del banchiere.

Ma la festa è finita ed è arrivato il tempo, almeno in America, che chi ha sbagliato paghi o che, se non ha commesso reati, almeno non sia premiato! Risultato agevolato anche dall'imminente lezione per la presidenza USA e da una campagna elettorale dove ambo i contendenti, ma soprattutto McCain per le più che evidenti responsabilità del suo partito, hanno tutto l'interesse a dare in pasto all'opinione pubblica i banchieri, gli assicuratori, gli hedge funders e tutti gli altri rappresentanti del mondo della finanza universalmente considerati come i responsabili della più grave crisi finanziaria mai avvenuta!

Come in due mondi paralleli ma simmetrici negli Stati Uniti i banchieri che sbagliano vengono puniti mentre da noi sono premiati. In Italia il peso nell'intreccio di interessi tra banche e politica è rovesciato. Alla fine sono sempre le Banche a dettare le regole e a decidere questioni che dovrebbero essere di competenza del mondo economico o politico.

L'abbiamo visto con la vicenda Telecom e recentemente nel caso Alitalia con Passera advisor di Alitalia e contemporaneamente dei suoi compratori. O nei crack di cui è lastricata la strada dei nostri banchieri, da Cirio a Parmalat, dai bond argentini a Italease, in cui si è sempre realizzato quel singolare principio per cui si privatizzano i profitti e si sbolognano le perdite direttamente ai cittadini.

Nessuno ha mai pagato per quelle truffe. Anzi qualcuno, condannato o ancora accusato di decine di reati, ha fatto carriera e siede sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, chiamato persino a partecipare a riunioni del governo dove si decidono le sorti del nostro sistema economico e finanziario.

Ancora oggi autorevoli rappresentanti del governo, banchieri, giornalisti, commentatori della domenica continuano a raccontare la barzelletta che il nostro sistema è più solido perché meno evoluto, e anche a sinistra qualcuno ha finito per crederci. Ricordo che le grandi banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, non si sono certo fatte legare all'albero maestro per resistere al canto delle seducenti sirene dell’investment banking e dei facili guadagni, vendendo ai propri clienti di tutto e di più, incassando alte commissioni (più il prodotto era a rischio e più alte le commissioni) con l'obbiettivo di raggiungere profitti di breve periodo ma di corto respiro per alimentare anche da noi il perverso meccanismo dei premi milionari per i top manager.

919: la fine del libero mercato
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 settembre 2008


Il 19 settembre 2008 passerà alla storia come il giorno in cui l' America ha nazionalizzato il sistema finanziario distruggendo il concetto di libero mercato tanto caro al suo popolo. Il quartetto composto da George W. Bush, Hank Paulson (ministro del Tesoro), Ben Bernanke (presidente della Fed, la Banca Federale americana), in arte Bernspan ed Effe O Iks (presidente della Sec, la Consob americana), al secolo Christopher Cox, sono andati in televisione a dire all'opinione pubblica mondiale che l'unico modo di sconfiggere la crisi del mercato è l'abolizione del mercato stesso ed hanno illustrato quello che era l'uovo di Colombo: salvare le banche di ogni ordine, grado e specie, nonché agli altri principali protagonisti del mercato finanziario globale, appioppando i disastrosi effetti dei loro errori sulle spalle dei contribuenti, molti dei quali hanno già perso risparmi, casa e, in alcuni casi, anche il lavoro. Ristabilito così l'ordine in questo mondo impazzito: ai contribuenti i debiti (si parla di mille e cinquecento miliardi di dollari), ai banchieri i profitti.

Sarà divertente vedere ora cosa succederà nelle prossime settimane nelle borse di tutto il mondo, con gli operatori che dovranno muoversi in un mercato che non esiste più e dove comunque non ci sono più regole. Un pensiero di solidarietà per le vittime, a tutti coloro che mercoledì e giovedì, presi dallo sconforto, hanno venduto i propri titoli.


da sinistra: Bernanke, Bush, Paulson,Cox

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permalink | inviato da meltemi il 20/9/2008 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Un salvagente bucato?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 settembre 2008


Suonano le campane a morto per il mercato e il liberismo mentre le borse festeggiano l'annuncio di Bush che il governo americano sta lavorando al progetto di creare un mostro semipubblico (un veicolo privato sponsorizzato e finanziato dallo stato) che possa acquistare la spazzatura mondiale rappresentata dai toxic assets e dal resto dei titoli della finanza strutturata che nessuno, ma proprio nessuno, vuole più. In soldoni parliamo di centinaia di miliardi di dollari di perdite che pesano sui bilanci delle banche e di altri enti finanziari e che verranno ripianati dal debito pubblico. Questo vuol dire che a pagare saranno i contribuenti statunitensi ed indirettamente quelli di tutto il mondo. Ma passata l'euforia e la sbronza di oggi e dei prossimi giorni, i nodi della crisi finanziaria torneranno tutti al pettine. Vi segnalo l'editoriale odierno, tra l'altro molto divertente, del mio "catastrofista" preferito per comprendere cosa sta succedendo e cosa ci aspetta. Seguitelo anche nei prossimi giorni.



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permalink | inviato da meltemi il 19/9/2008 alle 17:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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