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in Italia è sempre tempo di elezioni
Come il gatto con i topi
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 12 novembre 2008


Delle due l'una: o la contabilità delle banche è falsata o Tremonti imbroglia gli italiani. Bella gara: tra i due ...c'è l'imbarazzo della scelta, all'apparenza.

Per esempio Unicredit di Profumo ha dichiarato ieri 551 milioni di profitto netto nel terzo trimestre 2008. Vedrete Monte Paschi, la più malandata, ormai alla canna del gas: scommettiamo che presenterà dei risultati alla Paperon de'Paperoni o alla Rockerduck, se preferite? E Tremonti vorrebbe salvare, con i nostri soldi, banche che ancora producono fior di utili?

La realtà è però un'altra. I proventi che arrivavano alle banche dal risparmio gestito sono letteralmente crollati (segno che le vecchiette si sono fatte più furbe e hanno capito che è meglio investire in Bot piuttosto che in prodotti che ingrassano solo i banchieri) anche se poi le banche compensano la perdita con i proventi da interessi (segno che fanno pesare sui mutui e sulle aziende debitrici un maggior spread sui tassi....della serie: come guadagnare dalla crisi...continuando a parlare di etica).

La cancellazione del mark to market voluta da Tremonti, permette inoltre di non segnalare delle ingentissime perdite e svalutazioni patrimoniali. Significa che ad esempio filiali che oggi valgono teoricamente 3 milioni di euro sono state contabilizzate al loro valore di acquisto, 9 milioni, (vedi 1000 sportelli Antonveneta acquisiti da Monte Paschi) per non parlare delle centinaia di sportelli acquisiti nel caso Unicredit nei paesi dell'Est e che oggi valgono meno di niente. A gonfiare i risultati anche ingentissime perdite in alcuni settori (come l'investment banking) e che ora possono essere spalmate sui bilanci dei prossimi anni.

Non parliamo poi dell'aumento dei crediti incagliati ma ormai avviati sulla strada delle sofferenze, cioè crediti che non verranno mai più riscossi. Un nome su tutti: il finanziere  Romain Zalesky, polacco di origine, francese di passaporto e bresciano d'adozione, indebitato per miliardi, grazie all'appoggio di sponsor potenti, con le principali banche italiane, in alcune delle quali siede anche come consigliere d'amministrazione. Miliardi che non rientreranno mai più in cassa ma che ancora non figurano nei passivi delle banche coinvolte.

Bilanci truccati dunque. Le nostre banche tutto sono fuorchè solide e Tremonti lo sa. Ha dunque ragione Tremonti a volerle salvare con il denaro pubblico? La partita è un pò più complessa e Tremonti tace o meglio non spiega, perchè è impegnato a puntare la preda come un gatto a caccia di topi.
 
Ci sono in ballo i miliardi delle fondazioni di origine bancaria che sono le vere azioniste di riferimento dei tre principali gruppi bancari e che potrebbero ricapitalizzare quelle banche senza intaccare il denaro pubblico. Tremonti vede finalmente giunta la sua ora per regolare una volta per tutte i conti con quei banchieri e quei finanzieri, sino ad ieri salvati in extremis dalle manovre di Gianni Letta e dai tentennamenti di Berlusconi che sembra non voler assecondare i piani del suo ministro, forse perché il suo progetto è quello di tenere sotto ricatto gli attuali vertici delle banche e di quelle fondazioni per sferrare il suo attacco finale per il controllo del potere economico e finanziario italiano attraverso Mediobanca e i servigi di Geronzi.

La crisi e le perdite di borsa dei titoli dei tre principali gruppi bancari stanno creando invece  l’occasione favorevole che Tremonti aspettava da tempo per vincere le resistenze in seno al Governo e scombussolare i piani di Berlusconi. Chi mi legge penserà che è fantapolitica e si chiederà se mi sia convertito al tremontismo. Niente di tutto questo. Mi scuserete certo se dovendo scegliere tra un pagliaccio pericoloso e il ministro Tremonti non avrei dubbi nel buttare giù dalla torre il primo. Ma la mia visione prescinde da una simile scelta. Ragionate. Il premier è vecchio e sul viale del tramonto. C'è il rischio che venga ricoverato in qualche clinica svizzera per disturbi mentali prima ancora della scadenza del suo mandato. Come si comporterebbe chi si vuole candidare alla sua successione?


Tremonti, Profumo (Unicredit), Mussari (MPS), Passera (Intesa)

Chi salverà le banche italiane?
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 10 novembre 2008


Sorpresa!! La banca spagnola Santander considerata la banca più solida d'Europa e la più grande per capitalizzazione dell'eurozona ha sconvolto oggi i mercati annunciando a sorpresa un aumento di capitale da 7,2 miliardi di euro per rafforzare i suoi ratios, finiti sotto i minimi. E pensare che solo fino alla settimana scorsa i suoi dirigenti si vantavano ancora della solidità della banca spagnola non toccata, a sentir loro, dalla crisi finanziaria e della propria abilità di acquisire altre banche invece in difficoltà. Chi salverà ora Santander, ma sopratutto chi salverà le maggiori banche italiane che, pur essendo sottopatrimonializzate, si ostinano a non chiedere aiuti statali per evitare intromissioni nella loro governance e continuare a gestire i nostri risparmi senza regole nè controlli?


Berlusconi re di Piazza Affari
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 29 ottobre 2008


A volte basta anche solo una scintilla per incendiare una prateria. Chi non è interessato a conoscere come la penso su questo, per me, fuoco di paglia, e si appassiona solo alle vicende che coinvolgono il Cavaliere può passare direttamente agli ultimi due paragrafi di questo post.

Ieri gli investitori delle borse di tutto il mondo hanno deciso che, nonostante i nuovi dati macroeconomici negativi, era il caso, dopo tanti giorni di penitenza, di lasciarsi andare ad una botta di vita, ubriacandosi almeno per un giorno con indici a due cifre.

Recupero della fiducia per i piani di salvataggio predisposti o promessi dai governi negli ultimi giorni? Effetto dell'attesa ennesima riduzione dei tassi da parte della Fed? No effetto Volkswagen.
 
E' iniziato Lunedì con la chiusura positiva di Francoforte, nonostante il resto del listino abbia chiuso a meno 10 punti, grazie al titolo Volkswagen schizzato ad un più 140% dopo aver toccato durante la seduta un rialzo di oltre il 200%. Motivo di tanti acquisti il braccio di ferro tra Porsche ed il Land tedesco per il controllo della casa automobilistica di Wolfsburg.

La mossa del maggiore azionista della Volkswagen è suonata come una prova di fiducia nelle possibilità di recupero del settore automobilistico e tanto è bastato ad infiammare le borse asiatiche la mattina successiva e a contagiare successivamente Europa e Stati Uniti. Serviva solo un pretesto e i mercati in crisi di astinenza l'hanno trovato.

Poco importano i dati disastrosi provenienti dall’indice del Conference Board che misura la fiducia dei consumatori statunitensi, calato di ben 20 punti a 38, e dall’ennesimo tonfo a due cifre, anno su anno, del prezzo delle case. E poco importa che gli hedge fund locusta stiano vendendo a man bassa  le loro quote in Ford e Chrysler, così come, per un giorno di euforia vale la pena dimenticare le notizie sempre più allarmanti su possibili default degli Stati di mezzo mondo, dai paesi dell'America Latina, a quelli del Baltico e dell'est europa fino alla Corea del Sud.

Tanto varrà per gli inguaribili ottimisti, visto che le aperture di questa mattina sono ancora positive, parlare di inversione di tendenza ma la prudenza dovrebbe essere d'obbligo quando non si è ancora toccato il fondo, tutti gli indici economici peggiorano e l'ombrello predisposto dai governi di cinque continenti assume le dimensioni di un effetto placebo.

Ieri Piazza Affari non ha partecipato alla festa delle borse mondiali, trascinata sotto lo zero dall'andamento di Unicredit Group e Intesa S.Paolo più volte sospesi al ribasso. Seppure in ritardo lo fa stamattina con i due gruppi che inaspettatamente rimbalzano di quasi il 10%. Cosa è successo? Rumors di borsa dicono che il governo ha pronto un piano di salvataggio che prevede la fusione tra i due Istituti. Questa fusione comporterà la chiusura di centinaia di sportelli e qualche decina di migliaia di licenziamenti (almeno 30mila), ma che importa quando l'interesse prioritario è realizzare i piani del premier che può mettere così le mani sui primi due gruppi bancari italiani con la scusa della crisi finanziaria?

Un piano perfetto per prendere, come suol dirsi, due piccioni con una fava. Lo stato spenderebbe meno del previsto per salvare i due gruppi. Profumo toglierebbe il disturbo e Passera andrebbe sul ponte di comando per i servigi resi a Berlusconi nella vicenda Alitalia. Rimarrebbe aperto il piccolo problema della quota di Generali e Mediobanca nelle mani di Unicredit. Ma Geronzi troverà sicuramente la strada di parcheggiare le due quote in mani amiche. Soprattutto amiche di Berlusconi che attraverso Mediobanca ormai controlla tutti i settori strategici dell'economia italiana ed è diventato il re incontrastato di Piazza Affari.


Mondi paralleli
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 15 ottobre 2008




Lunedì 13 Ottobre alle 3 del pomeriggio nel quartier generale del Tesoro americano. Da un lato del tavolo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, con a fianco il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e quella che secondo molti potrebbe essere il prossimo ministro del Tesoro statunitense, l’attuale presidentessa del Federal Deposit Insurance Corporation, Sheila Bair. All'altro lato i top manager delle maggiori banche americane, convocati da ogni angolo del Paese e disposti in rigoroso ordine alfabetico, con la Bank of America ad un estremo del tavolo e la Wells Fargo di Warren Buffet all'altro estremo.

Per un'ora i nove banchieri, tenendosi sù con acqua e caffè, hanno ascoltato Paulson e Bernanke riferire del fosco quadro dell'economia americana e della crisi finanziaria in atto. Giunti al termine dell'incontro a ciascun banchiere è stato consegnato un documento dettagliato del piano governativo che prevedeva un'acquisizione di quote azionarie nelle loro banche per un valore di 125 miliardi di dollari ma anche l'imposizione di nuove restrizioni relative ai premi per i top manager e ai dividendi.

I partecipanti, tra i migliori negoziatori della nazione, si trovavano in una singolare posizione. Ad essi non era permesso trattare. Paulson ha chiesto che ciascuno di loro firmasse. Durante la discussione che è seguita, l'intervento più animato è venuto dal Presidente della Wells Fargo, Richard Kovacevich, che accalorandosi ha chiesto "dov'è la necessità di fare questo? Perchè mai è necessario per il governo acquistare quote azionarie nelle nostre banche?".  "Per il vostro bene e per il bene della nazione" ha risposto Paulson.

A questo punto il CEO di Morgan Stanley, John Mack, la cui banca era la più esposta del gruppo al vortice della crisi finanziaria, ha firmato per primo senza battere ciglio e Kenneth Lewis di Bank of America ha ammesso l'evidenza che ognuno presente al tavolo avrebbe fatto la sua parte dicendo: "Ognuno di noi che non abbia una sana paura dell'ignoto non può che essere d'accordo".

Questo racconto, ripreso dal Wall Street Journal, rende l'idea della rivoluzione che sta avvenendo più di tante dotte ma spesso fuorvianti dissertazioni di giornalisti, economisti e politici da cui siamo inondati, nostro malgrado, via radio, stampa e televisione, che parlano di tutto ma lasciano fuori dai loro ragionamenti, salvo qualche rara occasione, l'ovvia verità che a gestire l'uscita dalla crisi non possono essere i maggiori suoi responsabili senza che non paghino un prezzo per i loro errori.

Non deve assolutamente essere stato facile far digerire il piano a quei banchieri che, ad onta del fallimento sistemico in atto, mal sopportano le ingerenze dello Stato nei propri affari e che speravano veramente che i 700 miliardi del piano Bush-Paulson-Bernspan servissero soltanto a sbolognare una parte dei i titoli tossici attualmente sul loro groppone ad un prezzo multiplo di quello accettato da John Thain di Merrill Lynch, gli ormai famosi 22 centesimi per dollaro, un sacrificio che pure ha consentito a Merrill di non fare la fine di Lehman Brothers!

I nove banchieri non hanno sputato certo sui 25 miliardi di dollari che toccano alle banche maggiori fino ai 3 miliardi previsti per la banca di New York, ma non sopportano quelli che il Wall Street Journal definisce i dettagli e che loro considerano vere e proprie limitazioni al principio per loro sacro che gli affari li gestiscono loro, così come i premi, spesso correlati a effimeri risultati di breve periodo, mentre sono disponibilissimi a condividere le perdite con quello stesso Stato che nella loro visione esiste solo a tale scopo e non certo per insegnare loro come si fa il mestiere del banchiere.

Ma la festa è finita ed è arrivato il tempo, almeno in America, che chi ha sbagliato paghi o che, se non ha commesso reati, almeno non sia premiato! Risultato agevolato anche dall'imminente lezione per la presidenza USA e da una campagna elettorale dove ambo i contendenti, ma soprattutto McCain per le più che evidenti responsabilità del suo partito, hanno tutto l'interesse a dare in pasto all'opinione pubblica i banchieri, gli assicuratori, gli hedge funders e tutti gli altri rappresentanti del mondo della finanza universalmente considerati come i responsabili della più grave crisi finanziaria mai avvenuta!

Come in due mondi paralleli ma simmetrici negli Stati Uniti i banchieri che sbagliano vengono puniti mentre da noi sono premiati. In Italia il peso nell'intreccio di interessi tra banche e politica è rovesciato. Alla fine sono sempre le Banche a dettare le regole e a decidere questioni che dovrebbero essere di competenza del mondo economico o politico.

L'abbiamo visto con la vicenda Telecom e recentemente nel caso Alitalia con Passera advisor di Alitalia e contemporaneamente dei suoi compratori. O nei crack di cui è lastricata la strada dei nostri banchieri, da Cirio a Parmalat, dai bond argentini a Italease, in cui si è sempre realizzato quel singolare principio per cui si privatizzano i profitti e si sbolognano le perdite direttamente ai cittadini.

Nessuno ha mai pagato per quelle truffe. Anzi qualcuno, condannato o ancora accusato di decine di reati, ha fatto carriera e siede sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, chiamato persino a partecipare a riunioni del governo dove si decidono le sorti del nostro sistema economico e finanziario.

Ancora oggi autorevoli rappresentanti del governo, banchieri, giornalisti, commentatori della domenica continuano a raccontare la barzelletta che il nostro sistema è più solido perché meno evoluto, e anche a sinistra qualcuno ha finito per crederci. Ricordo che le grandi banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, non si sono certo fatte legare all'albero maestro per resistere al canto delle seducenti sirene dell’investment banking e dei facili guadagni, vendendo ai propri clienti di tutto e di più, incassando alte commissioni (più il prodotto era a rischio e più alte le commissioni) con l'obbiettivo di raggiungere profitti di breve periodo ma di corto respiro per alimentare anche da noi il perverso meccanismo dei premi milionari per i top manager.

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