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in Italia è sempre tempo di elezioni
La crisi e il fattore C
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 19 dicembre 2008


La banca centrale giapponese ha portato il costo del denaro dallo 0,3% allo 0,1%. Se la situazione non fosse drammatica questa decisione potrebbe apparire persino comica nella sua inutilità. Una tale manovra non fa che confermare l'impotenza dei banchieri centrali che dopo aver fatto il possibile e anche l'impossibile hanno esaurito ogni margine di manovra sui tassi. Ora non è rimasto che stampare moneta e distribuirla gratis. Cosa che si legge tra le righe delle dichiarazioni di Bernanke, il presidente della Fed, quando dice che la banca federale è ormai disposta a qualsiasi manovra per combattere recessione e deflazione, anche a comperare titoli sul mercato, il che equivale a stampare moneta, inondando di dollari i mercati.

In realtà Bernanke ha capito che il problema è avere un tasso di interesse reale troppo alto anche quando il tasso nominale è pari a zero. In questa situazione gli agenti economici preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Quindi in teoria la "corretta" risposta, è creare un'attesa di politiche inflattive che spingano il tasso reale verso il basso, come afferma la stessa Fed nel suo comunicato:

"The Committee recognizes that moderate inflation would be desirable under the present circumstances. In particular, the overall level of prices a decade hence should be about 30 percent higher than the price level today. The committee anticipates keeping the stance of monetary policy sufficiently accomodative to achieve that degree of inflation over the coming decade."

E' la risposta che Paul Krugman già nel 1999 proponeva come soluzione al problema della trappola della liquidità in un modello dinamico dove gli agenti economici prendono delle decisioni che riguardano non solo il presente ma anche il futuro. Come abbiamo già visto una trappola della liquidità può verificarsi se la crescita attesa dell' economia è negativa. In questo caso gli agenti economici tendono a risparmiare oggi per poter consumare maggiormente domani quando il reddito sarà più basso. Questo eccesso di risparmio può essere disincentivato e riequilibrato con una riduzione nel tasso di interesse reale.

Se il tasso di interesse nominale non può scendere occorre che il tasso di inflazione atteso sia positivo. Ecco quindi la proposta di Krugman, che all'epoca fu trattato come un pazzo: una politica monetaria attiva che generi aspettative di inflazione. La politica monetaria dovrebbe condurre l' economia a un tasso di deflazione pari al tasso di interesse reale d'equilibrio. Ma se il tasso d' interesse reale di equilibrio è negativo, l' economia avrebbe bisogno di un tasso d' inflazione positivo. Se i prezzi oggi non si muovono l' unica possibilità è che i prezzi crescano nel futuro e quindi che la politica monetaria attesa sia espansiva e in un certo senso irresponsabile.

Purtroppo se questi modelli teorici funzionano bene in astratto e se applicati su crisi già avvenute e di cui conosciamo quasi tutto, nella realtà economica entrano in gioco innumerevoli variabili ed incognite che rischiano di creare effetti imprevedibili, soprattutto in una situazione di crisi come quella attuale e di cui molti aspetti sono a noi sconosciuti e diversi anche rispetto a quanto avvenuto in crisi passate.

Bernanke e tutte le altre autorità monetarie mondiali e i responsabili di tutti i governi del pianeta rischiano di fare la fine degli apprendisti stregoni evocando dei mostri che potrebbero andare fuori controllo - come potrebbe essere una politica inflattiva - e causare danni ancora peggiori di quelli che ci potremmo aspettare. Purtroppo non resta che affidarci al fattore C. Che, ci spiace per Berlusconi che, quando è alticcio, vede rosso anche nella Fed, non sta per Comunista, ma per "sedere".


Berlusconi è vivo e gioca a nascondino
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 18 novembre 2008


Il Segretario del Tesoro americano, Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, questa mattina, davanti ad un'audizione del Congresso, hanno dichiarato che ci sono solo dei modestissimi segnali di miglioramento nella crisi finanziaria e che non basteranno i 700 miliardi di dollari stanziati per il cosiddetto piano di salvataggio di Wall Street per rimettere in moto l'economia nè è prevedibile quando sarà possibile uscire da questo cupo clima recessivo.

Più tardi ad un convegno organizzato dal WSJ, di nuovo Henry Paulson, si è "accapigliato" con altri due ex Segretari del Tesoro, Robert Rubin e Lawrence Summers, che fanno parte della squadra economica di Barack Obama, sulla efficacia o meno dei tagli fiscali alla classe media - eterno motivo di scontro tra repubblicani e democratici - , ma non ha potuto che convenire sulla necessità di mettere in campo un massiccio piano di stimoli fiscali, non temporanei, ma che coprano almeno l'arco dei prossimi due o tre anni.

Le due notizie confermano, se ce ne fosse bisogno, quanto grave sia la situazione e di come necessiti di interventi straordinari e massicci. Per questo il piano prima tenuto segreto come fosse un asso nella manica e poi strombazzato dal tre volte ministro dell'economia Giulio Tremonti come la Panacea della recessione in cui è entrata ufficialmente l'Italia, non sembra altro che un pannicello caldo messo ad un malato di broncopolmonite. Ha ragione Bersani a parlare di "carri armati di cartone pronti per la parata".

Il piano di Tremonti sembra ispirarsi a quella finanza creativa che ha inventato i derivati: non fa altro che reimpacchettare soldi vecchi, che c'erano già, cambiandone la destinazione. Lo stesso Brunetta è costretto ad ammetterlo quando dice che sono "fondi destinati a mille piccoli interventi che saranno invece rimessi insieme e destinati a pochi grandi investimenti".
 
In realtà degli 80 miliardi previsti dal piano, la metà sono stati stanziati dall'Unione Europea per spese triennali a favore di ambiente, sviluppo e ricerca. Altri 16 miliardi, di cui 12 provengono dall'UE e 4 da progetti di finanziamento, verranno dirottati in spese per infrastrutture, tra cui il ponte sullo Stretto. In un pacchetto a parte di 14 miliardi vengono "impacchettate", tutto compreso, le spese per gli eventuali salvataggi bancari, gli aiuti fiscali per le famiglie e altri tagli fiscali non meglio specificati.

Capisco che, nonostante il momento sociale ed economico sia drammatico, Berlusconi, purtroppo ormai irrimediabilmente affetto da demenza senile, non trovi di meglio che giocare a cucù con la Merkel ma da Tremonti mi aspettavo qualcosa di meglio di un copione per il Bagaglino. Ma evidentemente si è fatto contagiare anche lui.


Da sinistra: Henry Paulson, Robert Rubin e Lawrence Summers

Mondi paralleli
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 15 ottobre 2008




Lunedì 13 Ottobre alle 3 del pomeriggio nel quartier generale del Tesoro americano. Da un lato del tavolo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, con a fianco il Presidente della Federal Reserve Ben Bernanke e quella che secondo molti potrebbe essere il prossimo ministro del Tesoro statunitense, l’attuale presidentessa del Federal Deposit Insurance Corporation, Sheila Bair. All'altro lato i top manager delle maggiori banche americane, convocati da ogni angolo del Paese e disposti in rigoroso ordine alfabetico, con la Bank of America ad un estremo del tavolo e la Wells Fargo di Warren Buffet all'altro estremo.

Per un'ora i nove banchieri, tenendosi sù con acqua e caffè, hanno ascoltato Paulson e Bernanke riferire del fosco quadro dell'economia americana e della crisi finanziaria in atto. Giunti al termine dell'incontro a ciascun banchiere è stato consegnato un documento dettagliato del piano governativo che prevedeva un'acquisizione di quote azionarie nelle loro banche per un valore di 125 miliardi di dollari ma anche l'imposizione di nuove restrizioni relative ai premi per i top manager e ai dividendi.

I partecipanti, tra i migliori negoziatori della nazione, si trovavano in una singolare posizione. Ad essi non era permesso trattare. Paulson ha chiesto che ciascuno di loro firmasse. Durante la discussione che è seguita, l'intervento più animato è venuto dal Presidente della Wells Fargo, Richard Kovacevich, che accalorandosi ha chiesto "dov'è la necessità di fare questo? Perchè mai è necessario per il governo acquistare quote azionarie nelle nostre banche?".  "Per il vostro bene e per il bene della nazione" ha risposto Paulson.

A questo punto il CEO di Morgan Stanley, John Mack, la cui banca era la più esposta del gruppo al vortice della crisi finanziaria, ha firmato per primo senza battere ciglio e Kenneth Lewis di Bank of America ha ammesso l'evidenza che ognuno presente al tavolo avrebbe fatto la sua parte dicendo: "Ognuno di noi che non abbia una sana paura dell'ignoto non può che essere d'accordo".

Questo racconto, ripreso dal Wall Street Journal, rende l'idea della rivoluzione che sta avvenendo più di tante dotte ma spesso fuorvianti dissertazioni di giornalisti, economisti e politici da cui siamo inondati, nostro malgrado, via radio, stampa e televisione, che parlano di tutto ma lasciano fuori dai loro ragionamenti, salvo qualche rara occasione, l'ovvia verità che a gestire l'uscita dalla crisi non possono essere i maggiori suoi responsabili senza che non paghino un prezzo per i loro errori.

Non deve assolutamente essere stato facile far digerire il piano a quei banchieri che, ad onta del fallimento sistemico in atto, mal sopportano le ingerenze dello Stato nei propri affari e che speravano veramente che i 700 miliardi del piano Bush-Paulson-Bernspan servissero soltanto a sbolognare una parte dei i titoli tossici attualmente sul loro groppone ad un prezzo multiplo di quello accettato da John Thain di Merrill Lynch, gli ormai famosi 22 centesimi per dollaro, un sacrificio che pure ha consentito a Merrill di non fare la fine di Lehman Brothers!

I nove banchieri non hanno sputato certo sui 25 miliardi di dollari che toccano alle banche maggiori fino ai 3 miliardi previsti per la banca di New York, ma non sopportano quelli che il Wall Street Journal definisce i dettagli e che loro considerano vere e proprie limitazioni al principio per loro sacro che gli affari li gestiscono loro, così come i premi, spesso correlati a effimeri risultati di breve periodo, mentre sono disponibilissimi a condividere le perdite con quello stesso Stato che nella loro visione esiste solo a tale scopo e non certo per insegnare loro come si fa il mestiere del banchiere.

Ma la festa è finita ed è arrivato il tempo, almeno in America, che chi ha sbagliato paghi o che, se non ha commesso reati, almeno non sia premiato! Risultato agevolato anche dall'imminente lezione per la presidenza USA e da una campagna elettorale dove ambo i contendenti, ma soprattutto McCain per le più che evidenti responsabilità del suo partito, hanno tutto l'interesse a dare in pasto all'opinione pubblica i banchieri, gli assicuratori, gli hedge funders e tutti gli altri rappresentanti del mondo della finanza universalmente considerati come i responsabili della più grave crisi finanziaria mai avvenuta!

Come in due mondi paralleli ma simmetrici negli Stati Uniti i banchieri che sbagliano vengono puniti mentre da noi sono premiati. In Italia il peso nell'intreccio di interessi tra banche e politica è rovesciato. Alla fine sono sempre le Banche a dettare le regole e a decidere questioni che dovrebbero essere di competenza del mondo economico o politico.

L'abbiamo visto con la vicenda Telecom e recentemente nel caso Alitalia con Passera advisor di Alitalia e contemporaneamente dei suoi compratori. O nei crack di cui è lastricata la strada dei nostri banchieri, da Cirio a Parmalat, dai bond argentini a Italease, in cui si è sempre realizzato quel singolare principio per cui si privatizzano i profitti e si sbolognano le perdite direttamente ai cittadini.

Nessuno ha mai pagato per quelle truffe. Anzi qualcuno, condannato o ancora accusato di decine di reati, ha fatto carriera e siede sulla poltrona che fu di Enrico Cuccia, chiamato persino a partecipare a riunioni del governo dove si decidono le sorti del nostro sistema economico e finanziario.

Ancora oggi autorevoli rappresentanti del governo, banchieri, giornalisti, commentatori della domenica continuano a raccontare la barzelletta che il nostro sistema è più solido perché meno evoluto, e anche a sinistra qualcuno ha finito per crederci. Ricordo che le grandi banche italiane, nonché le maggiori compagnie di assicurazioni, non si sono certo fatte legare all'albero maestro per resistere al canto delle seducenti sirene dell’investment banking e dei facili guadagni, vendendo ai propri clienti di tutto e di più, incassando alte commissioni (più il prodotto era a rischio e più alte le commissioni) con l'obbiettivo di raggiungere profitti di breve periodo ma di corto respiro per alimentare anche da noi il perverso meccanismo dei premi milionari per i top manager.

919: la fine del libero mercato
post pubblicato in La crisi finanziaria, il 20 settembre 2008


Il 19 settembre 2008 passerà alla storia come il giorno in cui l' America ha nazionalizzato il sistema finanziario distruggendo il concetto di libero mercato tanto caro al suo popolo. Il quartetto composto da George W. Bush, Hank Paulson (ministro del Tesoro), Ben Bernanke (presidente della Fed, la Banca Federale americana), in arte Bernspan ed Effe O Iks (presidente della Sec, la Consob americana), al secolo Christopher Cox, sono andati in televisione a dire all'opinione pubblica mondiale che l'unico modo di sconfiggere la crisi del mercato è l'abolizione del mercato stesso ed hanno illustrato quello che era l'uovo di Colombo: salvare le banche di ogni ordine, grado e specie, nonché agli altri principali protagonisti del mercato finanziario globale, appioppando i disastrosi effetti dei loro errori sulle spalle dei contribuenti, molti dei quali hanno già perso risparmi, casa e, in alcuni casi, anche il lavoro. Ristabilito così l'ordine in questo mondo impazzito: ai contribuenti i debiti (si parla di mille e cinquecento miliardi di dollari), ai banchieri i profitti.

Sarà divertente vedere ora cosa succederà nelle prossime settimane nelle borse di tutto il mondo, con gli operatori che dovranno muoversi in un mercato che non esiste più e dove comunque non ci sono più regole. Un pensiero di solidarietà per le vittime, a tutti coloro che mercoledì e giovedì, presi dallo sconforto, hanno venduto i propri titoli.


da sinistra: Bernanke, Bush, Paulson,Cox

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permalink | inviato da meltemi il 20/9/2008 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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