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Financial Times: una inutile gara europea per avere l'attenzione di Obama
post pubblicato in Diario, il 11 novembre 2008


Secondo il quotidiano londinese, nella inutile corsa ad accreditarsi come migliori alleati degli Stati Uniti, Berlusconi è comunque fuori gara.

Vi è una seconda gara per la Casa Bianca, secondo Philip Stephens, commentatore del Financial Times. I leader europei stanno sgomitando tra loro per chi arriva primo nella corsa per fare atto d'omaggio al nuovo Presidente americano. Questo sfacciato servilismo ha qualcosa di leggermente più patetico. Parliamo di una mancanza di comprensione. Barack Obama ha vinto la Presidenza promettendo il cambiamento, l'Europa guarda rivolta verso il passato.

E' difficile descrivere il mix di eccitazione e ansia che la vittoria di Obama ha generato nelle cancellerie europee: l'eccitamento è dovuto alla possibilità di riparare la frattura transatlantica degli ultimi anni; ansia perché nessuno sa chi, e, cosa cruciale, a quale prezzo, questa rock star della politica globale può scegliere come alleato preferito.

Tra i tradizionali alleati dell'America, solo l'Italia di Silvio Berlusconi è fuori gara. In visita ai suoi migliori amici - i russi Vladimir Putin e Dmitry Medvedev - il primo ministro italiano ha scelto di complimentarsi con l'onorevole Obama per la sua "abbronzatura". L'anno prossimo il Presidente Berlusconi presiede il G8 - ecco un altro buon motivo per Obama per non svolgere alcun ruolo in questo gruppo di moribondi.

Da parte sua, la Gran Bretagna di Gordon Brown parla come se lei ed Obama fossero vecchi amici. Mai dimenticare che per la maggior parte della corsa democratica delle primarie, il Primo Ministro aveva scommesso su Hillary Clinton. Nè il modo migliore per preservare il cosiddetto rapporto speciale sembra essere quello di offrire il proprio tutoraggio facendo apparire Obama come un novellino. Nè si dimentichi che i progenitori di Obama lottarono per l'indipendenza del Kenya dal loro padrone coloniale britannico.

Il francese Nicolas Sarkozy è stato come tutti ansioso di catturare l'attenzione della stella Obama. Gordon Brown ha ottenuto 10 minuti al telefono con il presidente eletto. L'Eliseo ha annunciato trionfalmente che il signor Sarkozy era stato in linea con Chicago per una intera mezz'ora. Come attuale presidente dell'Unione europea, e per lo spirito atlantista mostrato da più lungo tempo dalla Francia, Sarkozy pensa chiaramente di essere in prima fila nella sala d'attesa dello Studio Ovale.

Forse sarà così - Jacques Chirac, dopo tutto, si presentò prima di Tony Blair nel 2001. D'altro canto, Angela Merkel è stata svelta ad invitare Obama a tornare a Berlino per una replica della sua trionfale comparsa durante la campagna presidenziale. Questa volta, possiamo esserne certi, la Merkel permetterà al suo gradito ospite di parlare alla Porta di Brandeburgo.

Ad essere onesti, uno o due di questi leader hanno fatto già alcune richieste a Barack Obama. Gordon Brown mette in guardia contro una politica commerciale più protezionistica degli Stati Uniti, mentre Sarkozy vuole che gli Stati Uniti si assumano le proprie responsabilità nello stabilizzare il sistema finanziario globale.

Dietro l'atmosfera generale di adulazione, tuttavia, c'è qualcosa di profondamente sbagliato. E cioè  la convinzione che le cose possano tornare ad essere di nuovo come un tempo: che gli anni di Bush sono stati solo uno spiacevole intermezzo e che l'Alleanza atlantica può essere ricostituita come prima.

In verità, tale possibilità si è chiusa con il crollo dell'Unione Sovietica. Uno dei grandi problemi dei passati due decenni è stato il fallimento (da entrambi i lati) nel riconoscere che un partenariato nato da uno stato di necessità potesse trasformarsi in una possibilità di scelta.

L'Europa non è più al centro degli interessi di politica estera degli Stati Uniti, e l'Europa non ha più un tale pressante esigenza di sicurezza e tutela da parte dell'ombrello americano. Ci sono un sacco di altre buone ragioni per promuovere una forte alleanza. Ma, per dirla con il presidente Obama, il rapporto può funzionare solo se entrambi i versanti capiranno questo cambiamento.

Per Gordon Brown sarebbe il caso di abbandonare l'illusione del rapporto speciale. Sotto molti aspetti la Gran Bretagna ha più stretti legami con gli Stati Uniti. Non vi è alcun motivo per non continuare ad averli. Ma la Gran Bretagna sarà di interesse per Obama soltanto nella misura in cui la sua posizione consentirà di costruire un ampio consenso europeo. La familiarità con l'atlantismo del Ministro Sarkozy, a fianco del tradizionale pro-americanismo della Merkel, rende solo un tale consenso possibile. Ma chiede ai leader europei di cooperare, piuttosto che competere per i loro rapporti con Obama.

Se Brown e Sarkozy vogliono davvero produrre un impatto a Washington, la cosa più utile che potrebbero fare sarebbe quella di spingere con forza perchè al prossimo vertice dell'Unione europea a Bruxelles si arrivi ad un accordo sostanziale per rafforzare le capacità di difesa.

Poi, dopo l'insediamento di Obama, potrebbero entrambi fare un viaggio insieme fino a Washington. La Merkel potrebbe unirsi a loro. Potrebbero inoltre invitare José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea. Il nuovo presidente degli Stati Uniti potrebbe così concludere che l'Europa ha qualcosa da dire e anche qualcosa per contribuire.

Fin qui il Financial Times. E dove avrà dimenticato Berlusconi? Ma sul Mar Nero, ad abbronzarsi come Obama.



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permalink | inviato da meltemi il 11/11/2008 alle 12:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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